SCENARIO/ Consulta e Leopolda, due “armi” contro Renzi

- int. Luciano Ghelfi

Per LUCIANO GHELFI (Tg2) i toni usati da Renzi fanno pensare a un leader in difficoltà. Anche perché alla fine l’interesse mediatico durante la Leopolda è stato più sul decreto banche

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Matteo Renzi

“Sono davvero felice di questa esplosione di buona politica. Sui giornali, come sempre, si è parlato di altro: soprattutto di banche. Ormai è una caratteristica della Leopolda: mentre i partecipanti discutono di politica, i media affrontano solo ciò che può essere ‘vendibile’ dai giornali”. Sono le parole del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, all’indomani dell’evento politico che ha tenuto banco nella sua città, Firenze. Domenica sul palco è salito lo stesso segretario del Pd, che ha elencato uno per uno i successi del suo governo. Anche se tv e giornali si sono concentrati soprattutto sul decreto salva-banche e sugli effetti per i risparmiatori. Ne abbiamo parlato con Luciano Ghelfi, giornalista politico del Tg2.

Renzi è percepito come un leader in difficoltà o come uno che è stato in grado di rilanciare se stesso?

I toni usati fanno pensare a un leader in difficoltà. Anche perché alla fine l’interesse mediatico durante la Leopolda è stato più sul decreto banche e sulla protesta dei risparmiatori che su altro. L’effetto della Leopolda di quest’anno è stato tutto incentrato su quello, sul fatto che la Boschi ne avrebbe o meno parlato, su che cosa avrebbe detto Padoan e sulle proteste esterne.

L’operazione Leopolda quindi è stata un insuccesso?

Renzi si aspettava di più. Aveva bisogno di un rilancio programmatico, cioè di porre degli obiettivi, e ci è riuscito solo parzialmente.

Perché i temi su cui ha insistito Renzi non sono riusciti a mettere in secondo piano la questione banche?

La questione banche è stata sottovalutata. Probabilmente il governo aveva numeri sbagliati sulla portata del problema, cioè su quanti fossero i risparmiatori, tanto è vero che adesso sta cercando di rifare i conti in modo esatto per verificare quanti siano i risparmiatori effettivamente colpiti dalle obbligazioni tossiche delle quattro banche. La conseguenza è una polemica durissima su cui il Pd ha fatto fatica a rispondere, anche perché oggettivamente la Boschi deve dare qualche spiegazione.

 Per la minoranza Pd la Boschi non si deve dimettere. Quali sono le ragioni di questa presa di posizione?

Nel crack delle banche non ci sono responsabilità personali della Boschi, e quindi è più che comprensibile che il partito faccia quadrato intorno a lei. Il ministro non corre alcun rischio né alla Camera né al Senato, se e quando si arriverà a discutere la mozione di sfiducia. Resta il fatto che ancora dobbiamo vedere la presentazione formale della calendarizzazione. E’ legittimo che il Pd difenda la Boschi, ma certamente il danno di immagine tanto per il ministro quanto per Renzi rimane.

Chi invece ha chiesto le dimissioni della Boschi è stato Saviano. Chi c’è con lui?

Saviano sta parlando soprattutto per se stesso, ma interpreta un sentimento diffuso in base a cui non si può rinnovare davvero se non si cambiano prassi e pratiche da vecchio sistema politico, anzi da Prima Repubblica. La contiguità tra banche e politica diventa quindi un problema.

In quale fase si trova Renzi in questo momento?

In quella di dover cercare assolutamente un rilancio, anche se la Leopolda non è stato quel rilancio che lui sperava. Quindi dovrà trovare altre formule e altre occasioni. Il premier deve dimostrare davvero che l’Italia sta uscendo dal tunnel della crisi, anche se questo non è semplicissimo da fare. Il messaggio che deve passare è che l’azione del governo sta producendo veri frutti.

 

Che l’Italia esca dalla crisi è responsabilità solo di Renzi?

Renzi è a Palazzo Chigi da quasi due anni. E’ un tempo più che congruo per cambiare le cose e superare l’inerzia. Se doveva esserci l’inversione di tendenza, avrebbero dovuto sentirsene più chiaramente i segnali e i benefici. Il premier ne diventa quindi responsabile. Più volte ha annunciato che eravamo fuori dalla crisi, mentre se lo siamo, lo siamo in modo estremamente timido e ancora da consolidare. D’altronde c’è stato anche un balletto di cifre sulle stime di crescita del Pil, e alla fine l’entusiasmo è stato ridimensionato. L’Italia non è più in crisi ma sta facendo molta fatica a ripartire.

 

Andiamo verso le amministrative in primavera e il referendum costituzionale in ottobre. Lei quale scenario vede?

Sulle amministrative si faranno le prove generali delle alleanze e degli equilibri per le elezioni politiche prossime venture, in quanto si svolgeranno con un sistema tutto sommato abbastanza simile. Si voterà cioè con il doppio turno, e quindi per Renzi sarà un bel test di selezione della classe dirigente. Dovrà infatti cercare soluzioni credibili nelle varie città, e l’operazione è abbastanza difficile. Lo è però anche per il centrodestra e per i 5 Stelle. L’M5s deve essere credibile nelle grandi città, cosa che finora non si è verificata, tanto è vero che i risultati alle amministrative sono sempre stati più bassi rispetto alle politiche.

 

Ieri in parlamento è arrivata l’ennesima fumata nera sui giudici costituzionali. Quanto è grave questa situazione?

Sì aggrava di giorno in giorno. Oggi siamo alla trentesima fumata nera, e il parlamento fatica a decidere qualsiasi cosa. Certo pesa molto il comportamento dell’M5s, ma quello che è in atto è una perdita di credibilità: di fatto il Parlamento è paralizzato dai veti incrociati.

 

(Pietro Vernizzi)

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