IL CASO/ La sentenza di Mattarella boccia l’Italicum (ma lui tace)

- int. Annamaria Poggi

Ieri il ddl ha superato anche la terza fiducia. Lunedì il voto definitivo. Le opposizioni annunciano un referendum. Nel frattempo, occhi puntati sul Colle. Il commento di ANNAMARIA POGGI

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Sergio Mattarella (Infophoto)

Una giornata politica tutta nel segno dell’Italicum. Ieri il ddl ha superato agevolmente anche la terza fiducia, quella sull’articolo 4, con 342 sì, 15 no, un astenuto e le opposizioni (compresa i duri e puri della minoranza dem) assenti dal voto. Il voto finale è previsto per lunedì sera, ma il ddl dovrebbe avere la strada spianata e infatti le opposizioni, da M5S a Sel e Forza Italia, hanno già fatto sapere che proporranno un referendum abrogativo. Molte le obiezioni alla legge elettorale, su tutte quella di distorcere gravemente la democrazia con un abnorme premio di maggioranza. E tuttavia rimane da chiedersi come mai il premier abbia deciso di andare ugualmente avanti come un treno, incurante di un’eventuale nuova bocciatura da parte della Consulta. “Renzi è tranquillo perché sa che se dovesse tornare davanti alla Corte, questo avverrebbe solo dopo nuove elezioni politiche” dice Annamaria Poggi, costituzionalista, già membro del gruppo di saggi voluto a suo tempo da Enrico Letta e Giorgio Napolitano. 

Annamaria Poggi, che cosa ne pensa di questa legge?
Nella sua versione attuale, presenta un problema enorme: il sistema dei capilista bloccati non consente all’elettore di scegliere.

Ma ad essere bloccati non sono solo i capilista? La facoltà di scelta è comunque salva per gli altri candidati.
C’è un piccolo problema: la costruzione di collegi molto piccoli fa sì che in molte situazioni sarà eletto solo il capolista. Il che, di nuovo, toglie all’elettore la vera facoltà di scelta.

E’ vero che la legge elettorale di fatto modella una nuova forma di governo?
In ciò non si comporta molto diversamente dal Porcellum. Se prima era il sistema dei partiti ad alterare la rappresentatività, ora questo ruolo lo svolge il premio di maggioranza. Nessun partito riuscirà a vincere al primo turno e il ballottaggio risulterà inevitabile; a quel punto, senza una soglia minima di affluenza alle urne, il premio, che rimane lo stesso (il 55 per cento dei seggi, ndr), regala una super-rappresentatività alla lista vincente. Di nuovo in contrasto con quanto stabilito dalla Consulta con la sentenza 1/2014.

Perché Renzi è andato avanti senza curarsi minimamente dei possibili rischi di incostituzionalità della sua legge elettorale?
Per un motivo semplice: non avendo noi un giudizio preventivo di legittimità costituzionale come c’è nel sistema francese, né la possibilità di un giudizio di costituzionalità astratto ma incidentale, l’Italicum potrebbe finire di nuovo davanti alla Corte costituzionale solo dopo che è stato applicato.

Questo vuol dire che Renzi potrà andare alla urne indipendentemente da un giudizio di illegittimità costituzionale, che arriverà — nel caso — solo dopo.
Certo. Ma c’è di più: una eventuale sentenza della Corte sfavorevole all’Italicum non potrà determinare lo scioglimento del Parlamento, esattamente come non lo ha fatto nel 2014. L’attuale Parlamento risulta eletto sulla base di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, ciò nonostante è ancora al suo posto perché c’è una esigenza di continuità negli organi costituzionali cui non si può derogare. Solo il presidente della Repubblica può sciogliere anticipatamente le Camere. 

Cosa che Napolitano non ha fatto. 

Non lo ha fatto, ma la cosa ancor più curiosa è che al proposito Mattarella, che è stato l’estensore della sentenza 1/2014, non ha detto nulla. Coerenza avrebbe voluto che avesse posto almeno il problema.

E adesso?
Prima di entrare in vigore, la nuova legge dovrà essere promulgata dal presidente della Repubblica. Cosa farà Mattarella, non si può sapere. Può rinviarla al Parlamento, ma se il Parlamento riapprova lo stesso testo, il presidente deve firmare.

Ci sono precedenti significativi?
Nel ’93, quando entro in vigore la nuova legge elettorale (il Mattarellum, ndr), Scalfaro sciolse anticipatamente le Camere perché il Parlamento risultava eletto sulla base di una legge elettorale che non c’era più. La nostra situazione è totalmente diversa, perché allora non c’era una sentenza della Consulta, ma il presidente della Repubblica ragionò in questi termini.

In ogni caso, anche se arrivasse una sentenza di incostituzionalità, Renzi avrebbe ormai rinnovato il Parlamento con nuove elezioni.
Sì, ma attenzione: tutta la vicenda legata alla formazione del governo, e allo scioglimento anticipato delle Camere non è puntualmente descritta in Costituzione, ma lasciata in larga misura a quelle che si chiamano le convenzioni e le prassi costituzionali. Il che rimanda a una discrezionalità politica molto forte del capo dello Stato.

Intanto Mattarella ha tenuto un silenzio assoluto.
Potrebbe essere un silenzio destinato a riservare sorprese.

Il testo dell’Italicum gli arriverà così come è ora.
Il presidente conosce perfettamente la sentenza 1/2014. Per coerenza costituzionale dovrebbe rinviare l’Italicum alle Camere, ma sarebbe un rinvio destinato ad essere superato da un voto successivo del Parlamento. 

Il capo dello Stato accompagnerebbe il rinvio alla Camere con una motivazione. Quale potrebbe essere?
Potrebbe essere per motivi di opportunità politica o per una questione di legittimità costituzionale.

Nei motivi di opportunità politica potrebbe rientrare anche il ricorso al voto di fiducia?
Sì. In tal caso sarebbe un rinvio che la Camera può superare facilmente. Se invece il rinvio contenesse obiezioni di costituzionalità, e la Camera confermasse il testo, questo sarebbe uno schiaffo politico-istituzionale non da poco.

Le opposizioni, dalla minoranza dem a Forza Italia, a M5s, a Sel, sembrano aver trovato una comunione di intenti nella proposta di un referendum abrogativo. Come giudica una proposta del genere?
L’unica strada percorribile per l’opposizione, ma bene che vada non si voterà un eventuale referendum prima di un anno. 

(Federico Ferraù)

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