GRECIA-ITALIA/ Renzi, ecco i “compiti a casa”

- int. Antonio Polito

Continua la crisi greca. Angela Merkel ieri a Berlino h promosso le riforme dell’Italia, ma per ANTONIO POLITO manca ancora la riforma più importante, il taglio della spesa pubblica

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Angela Merkel e Matteo Renzi (Infophoto)

Ieri notte Tsipras ha aperto all’Europa, ma la Commissione e l’Eurogruppo hanno detto no ad ogni negoziato prima che si conosca l’esito del voto ellenico di domenica. Intanto era da tempo prevista una visita di Renzi a Berlino e nella conferenza stampa congiunta si è ovviamente parlato della crisi. Angela Merkel ha “promosso” Renzi e le sue riforme, il premier ha detto che l’Italia è ripartita. Ma secondo Antonio Polito, editorialista del Corriere, la riforma più importante Renzi deve ancora farla. Altrimenti saranno guai anche per noi.

Renzi a Berlino è sembrato più preoccupato di sganciarsi da Tsipras che di giocare un ruolo di mediatore o di portatore di terze istanze. Quale partita sta giocando?
Si è schierato nettamente con il resto dell’Europa e ha fatto bene. Perché qui la partita non è Germania contro Grecia, ma Grecia contro resto d’Europa. Non ci sono governi con il ruolo di colomba, con la piccola eccezione della Francia (messa un po’ in difficoltà dall’annuncio del referendum). Le dirò: se Renzi avesse tentato un improbabile ruolo di mediazione, avrebbe commesso un errore.

Perché?
Perché l’Italia è un paese con un debito pubblico di 2.200 miliardi di euro che sta faticosamente riconquistando un minimo di credibilità, non tanto presso la Merkel quanto presso i mercati e gli investitori. Bruciare il nostro sforzo per stare dalla parte di un governo — e non di un popolo, quello greco — che ha giocato in maniera così spregiudicata questa partita, non avrebbe avuto senso.

Renzi non voleva impersonare il leader anti-austerità?
Ma quella con la Grecia non è una partita sull’austerity: nel programma proposto dal governo greco vi sono addirittura delle misure che sono state considerate troppo recessive dall’Ue, per esempio l’idea di evitare una spesa pubblica elevata (vedi le pensioni) pareggiandola con aumenti della pressione fiscale. Non è esattamente questa la via per far crescere il paese. E poi la flessibilità che Renzi ha chiesto — e in parte ottenuto — per l’Italia è stata concessa anche alla Grecia; l’accordo in questione non è più quello di Samaras, ma molto più flessibile perché rispettoso della situazione.

L’Italia è esposta verso Atene per 35,9 miliardi, il Def ha preso in considerazione tassi di interesse sul debito contenuti, grazie al Quantitative easing della Bce, e con la legge di stabilità il governo dovrà reperire 20 miliardi. Davvero non rischiamo nulla dalla crisi greca?
Rischiamo eccome. Rischia tutta l’economia mondiale, perché l’incertezza generata dalla crisi greca frena tutte le decisioni di investimento. E poi rischiamo noi: rischia la nostra ripresa, perché siamo disperatamente aggrappati a un ritmo appena superiore allo 0,1, 0,2 per cento annuo, e rischiano i nostri conti. 

Appunto, i conti. 

Non possiamo stare tranquilli. Innanzitutto perché il loro miglioramento dipende in maniera decisiva dalla discesa dei tassi di interesse. Che sono scesi anche grazie al lavoro, bisogna dirlo, fatto dai governi Monti e Letta: se oggi risparmiamo 2-3 miliardi di euro in finanziaria perché paghiamo interessi più bassi sul debito, si deve al fatto che lo spread è stato fatto scendere. E in secondo luogo non possiamo stare tranquilli perché se si aprisse una crisi drammatica all’interno dell’Europa, quella flessibilità che ci è stata accordata in sede europea potrebbe essere rimessa in discussione. 

Che peso avrebbe l’uscita di un partner?
Sarebbe gravissimo, perché farebbe traballare l’architrave dell’irreversibilità dell’euro. I mercati sanno che l’Europa continua ad esserci whatever it takes, “qualsiasi cosa serva” per far esistere lei e la sua moneta. Se invece comincia ad affermarsi l’idea che qualcuno può uscire perché non ce la fa, dopo la Grecia gli altri paesi deboli si sa quali sono. 

Ieri a Berlino la Merkel ha lodato le riforme italiane, Renzi ha detto che le riforme sono ripartite e che l’Italia è tornata in pista. Ma è davvero così?
Il Jobs Act non è la panacea del problema dell’occupazione, che aumenta quando ci sono investimenti e domanda, ma è una buona riforma perché se c’è una ripartenza per le imprese assumere sarà più facile. Ma gli sgravi fiscali per essere efficaci dovranno essere riconfermati l’anno prossimo, dunque vanno rifinanziati… 

E le altre riforme?
La riforma costituzionale e quella elettorale hanno un impatto meno diretto, forse inesistente sull’economia, però influiscono sulla nostra credibilità. Arricchiscono l’offerta-paese. Ma dubito fortemente che queste riforme, di cui pure si parla di continuo, possano bastare.

Che cosa serve?
Avremmo bisogno di liberalizzare i servizi pubblici locali, potremmo vendere una quota della nostra partecipazione nelle aziende controllate… si potrebbero fare molte riforme radicali che il governo finora non ha fatto per non toccare una serie di interessi sensibili.

Sottoporre l’accordo con la Ue a un referendum “in tempo reale” non è una scelta rispettosa della sovranità democratica? Lo dice la minoranza dem, che sta con Tsipras, lo dicono anche Salvini e Grillo. 
Certo che lo è, purché si sappia che ci sono altre 18 o 19 azioni che hanno la stessa sovranità. Voglio dire: mettiamo che il referendum dica no, che quell’accordo non va bene perché i greci ne vogliono uno migliore. Immagina cosa succederebbe se gli altri 18 partner facessero altrettanti referendum? l’Italia ha dato 36 miliardi di prestiti alla Grecia, noi italiani siamo d’accordo a lasciarglieli senza chiederne più la restituzione? Se si vuol difendere la democrazia negli stati nazione, occorre ricordarsi che gli stati nazione sono 19. Se invece si vuol far funzionare un sistema di cooperazione tra stati, si deve accettare di non interrompere una trattativa a metà, fosse anche per dare la parola al popolo. Se no tu, politico, che ci stai a fare?

Renzi, nella sua intervista al Sole 24 Ore, “scommette” su una riduzione delle tasse nel 2016. Visto che è premier, non potrebbe dire che lo farà invece di limitarsi a scommettere? 

In effetti. Ma ho dei dubbi che lo farà, perché deve già trovare 20 miliardi per evitare l’aumento delle tasse, dell’Iva e la fine di una serie di agevolazioni fiscali. E poi la vita reale è piena di trappole, basta che arrivi una sentenza della Consulta… Bisognerebbe invece che toccasse il santo Graal della spesa pubblica. Questo è un elemento secondo me debole dell’azione del governo, perché ormai siamo al secondo anno e di interventi strutturali sulla spesa pubblica ancora non se ne sono visti. 

Obama non ha rinunciato a chiedere che la Grecia resti nell’euro. La crisi greca può incidere sui rapporti fra Ue-Germania e Usa?
Non provocherà una rottura di questi rapporti, però è vero, c’è forte tensione tra Usa ed Europa su molte materie e forse la Grecia è la prima di queste, perché quando si parla di Grecia l’America pensa al suo interesse geopolitico che è chiaramente di tenerla in occidente. Farlo è cruciale anche per l’Europa, perché da uno stato fallito potrebbe passare di tutto.

Tsipras potrebbe avere una sponda reale in Putin è solo un bluff?
Economicamente è un bluff,  perché Putin oggi non ha i soldi per aiutare nessuno. Ma politicamente non lo è affatto. E’ un rischio che gli americani non vogliono correre, ma è vero che l’Atlantico si sta allargando.

(Federico Ferraù)

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