REFERENDUM/ Chi sono i veri “sponsor” della riforma Renzi-Boschi?

- Vincenzo Baldini

Non si fa una riforma di tipo presidenziale, ma si spiana la strada ad un esecutivo che decide quel che vuole grazie a una Camera di nominati. A chi giova? Commento di VINCENZO BALDINI

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Maria Elena Boschi (Foto: Lapresse)

Da alcuni giorni la campagna referendaria è condizionata da una comunicazione pubblica formalmente esterna ed estranea al contesto politico nazionale, che continua a lanciare segnali di favore verso la riforma costituzionale, prefigurando scenari sinistri nel caso di un insuccesso al prossimo pronunciamento popolare. 

Non si è spenta, infatti, l’eco del documento redatto nel 2013 dalla Banca Jp Morgan con cui, senza mezzi termini, si esortano gli Stati europei a liberarsi delle Costituzioni antifasciste, “inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea” perché fortemente condizionate dal peso di una cultura socialista che ha finito per marcarne in senso sociale i contenuti. Di recente, il condirettore del Financial Times ed esperto di Unione Europea Wolfgang Münchau, in un’intervista ha offerto una rappresentazione piuttosto catastrofica delle conseguenze di un eventuale fallimento della riforma Renzi-Boschi, da cui trarrebbero nuovo vigore i populismi europei e si genererebbe uno sfaldamento dell’euro, con l’abbandono da parte dell’Italia della moneta unica (per Münchau “il 5 dicembre l’Europa potrebbe svegliarsi con l’immediata minaccia della disintegrazione”). 

Se si eccettua il recentissimo editoriale dell’Economist (“Italy votes on constitutional reform”, 26 novembre, disponibile on line e anticipato dalla stampa italiana) si tratta di un flusso di comunicazione che intende suscitare un senso di paura nel cittadino-elettore, con l’obiettivo di scardinare il fronte solido dei contrari alla riforma ed incoraggiare il fronte dei favorevoli, che pure annoverano dalla propria parte l’impegno alacre del presidente del Consiglio e di altri esponenti dell’esecutivo. 

In presenza di questo flusso, su cui le forze politiche favorevoli al Governo costruiscono argomentazioni a sostegno della riforma, non è del tutto inutile provare a chiarire alcuni aspetti dell’intero dibattito.

1. La Costituzione vigente va senz’altro assolta dall’accusa di essere la ragione della crisi finanziaria strutturale e della lenta ripresa economica del nostro Paese. La tanto auspicata (e finora mancata) riforma fiscale, ad esempio, non troverebbe impedimento alcuno nel testo della Carta costituzionale attuale. 

2. La riforma costituzionale riflette, nei suoi contenuti (densi di incoerenze sistemiche), una percezione prettamente funzionalista della Costituzione, fortemente sbilanciata a favore della funzione di governo. Rafforzando in maniera sensibile il potere di azione politica dell’Esecutivo e ponendo in un cono d’ombra la consistenza dell’istanza rappresentativa (le camere), pur senza formalmente produrre alterazioni della forma di governo parlamentare, tale riforma intende, in buona sostanza, favorire il transito verso un modello di democrazia decisionista (di governo). In tale modello evapora la dimensione sostanziale propria della Costituzione repubblicana, legata al primato della sovranità popolare, alla centralità del Parlamento come luogo di espressione del pluralismo politico, alla razionalità argomentativa dei processi di integrazione politica. 

Tali connotazioni organizzative, peraltro, affondano nella realtà dell’esperienza storica le loro ragioni, dalla quale anche trae una forza di legittimazione il complesso dei valori fondamentali ed irretrattabili. Proprio quei valori che il documento stilato da Jp Morgan ascrive a punto di debolezza dell’Europa (non solo, dunque, dell’Italia), in grado di legittimare un livello alto delle tutele garantite ai lavoratori; quei valori che, sul piano delle scelte organizzative, si riflettono nella centralità delle Assemblee elettive come espressione primaria della democrazia rappresentativa. 

3. La prospettiva efficientista è basata invece su un monismo dell’Esecutivo, la cui forza di direzione politica esce in buona sostanza notevolmente rafforzata nella riforma costituzionale. Di contro, la consistenza dell’istanza rappresentativa è limitata all’unica Assemblea dei deputati — eletta, peraltro, con un sistema spiccatamente maggioritario, idoneo perciò a favorire una selezione degli interessi politici presenti all’interno di quell’Assemblea. Si tratta di una soluzione che segue il solco di una tendenza a limitare l’incidenza del principio di sovranità popolare. 

A tale “declassamento” della democrazia parlamentare, del resto, non è estranea la considerazione dell’esperienza che nel tempo ha visto trasformate le Assemblee rappresentative in luoghi della pubblicità — piuttosto che dell’adozione — delle decisioni politiche elaborate altrove. Più in generale, tale declassamento rivela un’accezione della Costituzione in cui sembra mancare del tutto la percezione della sua portata reale, connessa non solo al compito di di garantire un equilibrio tra i poteri, ma anche a quello di realizzare l’integrazione sociale pluralista.    

4. Se, dunque, questa riforma punta ad affermare, in ultima analisi, nuovi “valori” costituzionali basati essenzialmente sulla realizzazione assoluta dell’azione di governo e sulla rapidità dei processi decisionali, sacrificando su questo altare il valore della rappresentatività democratica, non sembra peregrino tornare ad interrogarsi sulla valenza effettiva degli interessi sottostanti la riforma stessa. Al riguardo, sembra poco contestabile il fatto che la riforma segue suggestioni ed impulsi al cambiamento istituzionale provenienti soprattutto dai grandi interessi economico-finanziari, di scala nazionale, europea e mondiale, per i quali è del tutto fondamentale consolidare a tutti i livelli istituzionali —interno, europeo e mondiale — le linee intraprese di politica economica e finanziaria, nel quadro ampio e problematico di un’economia globale.     

5. Di contro a ciò, c’è il grande fermento civile di quanti intendono preservare la matrice originaria della Carta repubblicana, fondata sulla partecipazione, sulla rappresentanza e, perciò, sulla decisione razionale, che la riforma intenderebbe superare. Da qui, la mobilitazione sociale che, intrapresa in nome della Costituzione, rispecchia tutta la straordinaria vitalità del pluralismo interno all’ordinamento statale. Alla base di un tale patriottismo costituzionale, è anche il sentimento di pericolo per il rischio della perdita di quell’identità che solo la Costituzione sembra in grado di generare, pur senza svilire o comprimere il pluralismo politico, culturale e sociale. 

Questa mobilitazione, che accompagna i grandi eventi storici, è la vera sorpresa della campagna referendaria. Essa spariglia le carte di chi, politici, industriali e banchieri, credeva di poter contenere al solo confronto interpartitico la dialettica tra favorevoli e contrari. L’impegno di tanti accademici, in particolare costituzionalisti, a parlare con chiunque ed in qualunque sede (non soltanto accademica, dunque) della riforma corrisponde alla volontà di tutti di voler comprendere per valutare e poi decidere.  

Peraltro, l’impatto con le tante deficienze tecniche che si rinvengono nella riforma Renzi-Boschi, rende ancor più forte la resistenza di una parte della comunità ad accettarne i contenuti dato che in essi, nella loro portata complessiva, si ravvisa il tentativo di stravolgere e poi neutralizzare la portata della Costituzione antifascista e repubblicana.  

In conclusione, l’esito referendario dipenderà molto dalla percezione che gli elettori avranno del senso della Costituzione, dei suoi valori, dei suoi principi. Di conseguenza, essi decideranno sui contenuti della riforma costituzionale.

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