PERCHE’ RENZI HA PERSO?/ Giornali e tv compiacenti lo hanno chiuso in una bolla

- Alberto Contri

Anche dal punto di vista della comunicazione politica, Renzi ha commesso errori clamorosi. Autoconfinandosi in una bolla odiata dal paese reale. ALBERTO CONTRI

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Matteo Renzi (LaPresse)

Al momento in cui scrivo, all’una del 5 dicembre, secondo proiezioni oramai molto attendibili, nella votazione sulla riforma costituzionale il No ha raccolto il 59,6% dei suffragi contro il 40,1% del Sì. E su una platea di votanti che ha rasentato il 70%, fatto che nessuno si attendeva. Le prime statistiche diffuse segnalano che al nord e al centro il No ha superato il 55%, mentre ha quasi raggiunto il 70% al sud. Inoltre, dai 18 ai 54 anni il No ha superato il 65%, fermandosi al 45% nei più anziani. 

Se confrontiamo questi risultati con la massiccia e pervasiva campagna di propaganda politica messa in campo da Renzi e dal Comitato del Sì, è opportuno domandarsi quali errori siano stati commessi, siano essi di strategia che di contenuto. Vorrei cercare di stare il più possibile sul terreno tecnico della comunicazione politica, che è uno dei temi di cui mi occupo nel corso di comunicazione sociale all’Università Iulm, lasciando ad altri più titolati le analisi di carattere politico.

Come prima cosa si può dire che Matteo Renzi ha cominciato assai presto a saturare soprattutto le tv con una presenza assidua sua e di alcuni suoi ministri, sfruttando al massimo l’opportunità dell’equivoco dell’essere ad un tempo segretario del partito di maggioranza relativa e presidente del Consiglio. Nell’avvicinarsi del momento elettorale, ha totalizzato così ore e ore di interviste e servizi, approfittando di ogni minima inaugurazione per promuovere le ragioni del Sì. 

Nel fare questo, ha usato un linguaggio alquanto trionfalista, vantando i continui successi del suo governo, quasi fosse riuscito a raddoppiare il Pil e a dimezzare la disoccupazione, fatto ben lontano dalla realtà. E qui è cominciata certamente la divaricazione con un popolo sofferente, stretto in una crisi economica senza prospettive, e nel quale praticamente in ogni famiglia c’è un precario, un esodato o un licenziato. Per questo gran numero di persone, il cosiddetto “story-telling” tanto caro al premier è suonato vieppiù come un insulto. 

Via via che la campagna ha preso forma, convinto di giocarsi il tutto e per tutto (trattandosi certamente di una partita che andava ben oltre la riforma costituzionale in sé) Matteo Renzi si è concentrato solo su questo tema, tra l’altro assai difficile da dirimere anche tra gli esperti, che si sono divisi. A onor del vero, va detto che di tutti gli ex-presidenti della Corte costituzionale ben undici hanno dichiarato la riforma pasticciata e pericolosa, e cinque non si sono espressi, mentre nessuno ne ha parlato bene. 

Così si è verificata una crescente divaricazione con il cosiddetto paese reale, alle prese con mille problemi di carattere assai più pratico. Divaricazione che è stata aumentata dalla sgradevole sensazione di una comunicazione molto sensibile alle istanze del premier, cosicché di tutte le moltissime contestazioni subite ogni volta che andava a inaugurare un anno accademico o uno stabilimento, tv e giornali non hanno detto quasi nulla, o hanno sempre sminuito, facendo irritare ancora di più una popolazione di giovani che si è sentita particolarmente censurata.  

Se a questo si aggiunge che in tutte le manifestazioni pubbliche i presenti erano accuratamente selezionati per evitare contestazioni, si è ben presto compreso che il presidente si era rinchiuso in una propria narrazione del paese dei suoi sogni, ben diverso da quello vero. 

Occorre qui fare un piccolo passo indietro, e parlare di quello che ha costituito la miccia iniziale della campagna: il quesito. Scritto con enorme furbizia, conteneva domande retoriche a cui era di fatto impossibile rispondere di no. Ho chiesto ad alcuni parlamentari dell’opposizione come lo abbiano potuto lasciar passare, e hanno ammesso sinceramente e candidamente che nella gran confusione delle trattative sui vari commi della riforma è semplicemente sfuggito. Così è stato presentato e approvato dalla Corte di Cassazione. 

Possiamo dire che la campagna del Sì si è svolta all’insegna della furbizia, come nel caso delle schede elettorali inviate agli italiani all’estero contestualmente ad una lettera promozionale per il Sì, firmata semplicemente da Matteo Renzi. Una volta scoppiate le polemiche, dal Pd hanno fatto sapere che era stata scritta a nome del partito… peccato che tutte le foto rappresentavano Renzi come presidente del Consiglio in occasioni istituzionali relative alla sua carica pubblica. Un altro equivoco accuratamente ricercato. 

Avvicinandosi la data del referendum, è cominciata poi una massiccia campagna su ogni mezzo, tv, stampa, manifesti, Facebook, Twitter, Youtube, sms, direct mail e direct marketing, commettendo altri due grossolani errori: i temi della campagna erano espressi in forma palesemente scorretta (Con il Sì bollette meno care, Con il Sì strade più sicure, Con il Sì sanità migliore, eccetera); i temi sono stati diffusi occupando manu militari ogni spazio possibile, mentre Renzi e i suoi strabordavano da ogni talk show anche grazie ad alcuni giornalisti piuttosto compiacenti nel lasciar parlare liberamente loro e interrompendo continuamente quelli del No. 

Si consideri poi che mentre il Comitato per il Sì era uno solo, quelli per il No erano moltissimi, non coordinati tra di loro, e con assai scarse risorse a disposizione. 

Così la sensazione dell’oppressiva presenza di un Grande Fratello di pura marca orwelliana ha cominciato a diffondersi soprattutto tra la popolazione più giovane. Che è poi quella che abita i social network, e non perdona se non viene approcciata nel modo giusto. Figuriamoci come è stato accolto un atteggiamento spesso guascone e sprezzante, figuriamoci come sono diventate immediatamente virali gaffes anche gravi, come quella in cui la ministra Boschi ha intimato con un gesto a Lilli Gruber di interrompere il mite professor Onida che tentava con scarso successo di dire le sue ragioni, non accorgendosi di essere in primo piano, e trovando subito il consenso della conduttrice. 

Guardando le statistiche del voto per classi d’età, si vede che corrispondono perfettamente al “sentiment” che montava sempre di più sulla rete, con commenti, sfottò, vignette, fotomontaggi irridenti e sarcastici nei confronti di un premier giudicato come minimo “pericoloso imbonitore” e gratificato di insulti ben peggiori. Altro marchiano errore è stata l’iniziativa del “Matteo risponde”, in cui il Nostro parlava per un’ora in streaming magnificando la sua riforma e soprattutto attaccando gli avversari e persino chi si permetteva di commentare negativamente via Twitter. Possibile che nessuno dei suoi spin doctor non gli abbia spiegato che i giovani non riescono a concentrarsi per più di 5-6 minuti, per cui un’ora intera, sia pure davanti ad un lucente Mac Book Air della Apple,faceva diventare il tutto semplicemente indigeribile? 

Paradossalmente anche quelle che molti hanno definito mance elettorali non sono servite affatto, e nemmeno le pressioni in puro stile voto di scambio ad opera di personaggi come il presidente della Regione Campania De Luca. 

Man mano che tutto questo accadeva, osservando ciò che avveniva, parlando con tassisti e negozianti — che sono una sorta di filtro dei pensieri del corpo sociale — mi sono reso conto della divaricazione sempre maggiore tra lo svolgimento della campagna referendaria e il “sentiment” della popolazione. La sorpresa è stata che se i sondaggi hanno sbagliato, questa volta hanno sbagliato per difetto, anche per una interessata prudenza dei grandi mezzi di comunicazione. Certamente non entrando nel merito perché era troppo complicato, il popolo italiano si è opposto senza mezzi termini ad una modifica poco chiara della Costituzione, in cui molti hanno visto anche oscure manovre e ipotesi di derive autoritarie. 

Sia come sia, il voto è stata una clamorosa, ennesima bocciatura di strapagati consulenti di comunicazione, del tutto ignari del fatto che non si possono forzare contenuti vecchi nei contesti nuovi. E ancora una volta il web è stato il brodo di cultura di una rivoluzione simile nelle forme a quella delle cosiddette primavere arabe, contro un leader più capopolo guascone che statista, e che dai giovani è curiosamente risalita nelle famiglie. 

Ora restano da raccogliere i cocci di un paese spaccato, ulteriormente sfiancato da una rancorosa e inutile campagna referendaria, a causa della quale invece di concentrarsi su poche attività strategiche per il rilancio dell’economia, si sono sprecate risorse preziose in elargizioni che la Ue ha descritto come “di corto respiro”. Ma da qui in poi, entrano in gioco i commentatori di politica ed economia. E questa case history andrà ad arricchire le lezioni di ciò che non bisogna fare nella comunicazione politica.

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