UNIONI CIVILI/ Lupi: la mia risposta a quelli del Family day che gridano allo scandalo

Lettera aperta di MAURIZIO LUPI ai leader del Family day che lo contestano dopo il sì al ddl. Quello che conta, in politica, dice l’esponente di Ncd, è l’intelligenza della mediazione

27.02.2016 - Maurizio Lupi
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Maurizio Lupi (Infophoto)

Caro direttore,
alcuni leader del Family day urlano allo scandalo: “No al matrimonio gay!”. Ma non possono più dire no alle adozioni gay, no all’utero in affitto, no alla stepchild adoption, perché tutte queste cose non ci sono più. La “Cirinnà” non c’è più. Come dicevano alcuni striscioni al Circo Massimo: “Cirrinò”.

La realtà è testarda. Ma bisogna guardarla, la realtà. Bisogna guardare il lavoro fatto, le necessarie mediazioni. Perché i princìpi, se non vogliamo che restino eterei ma informino di sé la vita e la società, devono inserirsi nella realtà storica in cui si vive. In base al principio, che ben conosceva, della dignità e dell’unicità della persona umana, san Paolo — secondo certi maître à penser odierni — dovrebbe essere affidato alla damnatio memoriae perché non ha denunciato la schiavitù ma “solo” chiesto al suo amico Filemone di trattare lo schiavo che gli mandava non come schiavo ma come fratello.

Quando nei Paesi democratici non hai la maggioranza del consenso, il dovere e l’intelligenza della mediazione sono ancora più necessari. Non l’assenza del compromesso — dice Joseph Ratzinger, la stessa persona dei principi non negoziabili — ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica. 

In questa legge, che — diciamolo subito — non è la legge che avremmo scritto noi se fosse stato possibile, non c’è l’adozione per le coppie omosessuali, non c’è la stepchild adoption, non c’è l’utero in affitto (sul quale proporremo una legge con un solo articolo: l’utero in affitto è reato universale), non c’è il matrimonio omosessuale.

C’è, invece, una nuova unione sociale con diritti e doveri che si richiamano agli articoli 2 e 3 della Costituzione, che riguardano i diritti dell’uomo come singolo e nelle formazioni sociali, tra le quali non c’è la famiglia, che è un istituto a parte di cui la Costituzione parla negli articoli 29, 30 e 31, distinguendolo in questo modo da ogni altra formazione sociale. 

Questa è la realtà, e la sua testardaggine. 

Certo, in alcuni richiami al codice civile ci sono ancora similitudini tra unioni civili e famiglia che possono prestarsi a equivoci e che contrastano con la chiarezza di altri commi inequivocabili. Ma si possono correggere nel passaggio alla Camera, e soprattutto sono già anestetizzate da una clausola di salvaguardia inserita a chiare lettere nel nuovo testo: “i suddetti richiami valgono in modo limitato alla finalità del nuovo istituto”. E la finalità del nuovo istituto non è la procreazione, non è la genitorialità, non è la fedeltà “coniugale” che è sparita dal testo.

Resta il rischio che qualche tribunale possa interpretare in modo creativo e contrastare lo spirito della legge? Certamente sì. Come avviene per tutte le leggi. Meglio una legge a rischio interpretativo o una legge che prevedeva esplicitamente la lesione del diritto dei bambini a una famiglia, introducendo l’adozione per le coppie gay? Meglio una legge a rischio interpretativo o una che dice che solo il matrimonio è il luogo della genitorialità?

Nell’esercitare la mia responsabilità politica a me interessa perseguire il bene della persona; mi interessa il bene della persona. Che cosa interessi ad altri non so!

A questo punto, allora, mi viene un dubbio che traduco in domanda: che cosa realmente interessa ad alcuni leader del Family day? 

Ci avevano già tentato a giugno quando, grazie anche a quelle meravigliose famiglie di piazza San Giovanni, hanno ottenuto un successo senza precedenti: due circolari del ministro Giannini contro la teoria del gender nelle scuole. Anche di fronte all’evidenza hanno tentato più volte di camuffare la verità: non bastò la prima circolare, ce ne volle una seconda e ancora non sembrano convinti.

Mi pare ci stiano provando anche adesso, dicendo ciò che non è vero. Ognuno può giudicare la realtà secondo i propri convincimenti, ma distorcerla per piegarla ad essi trasforma gli ideali in ideologia. 

Se vogliono affermare il loro progetto ideale, scendano in politica, si sporchino le mani ma lascino stare il popolo, non lo strumentalizzino.

Il popolo e la sua vita quotidiana è oggi l’unica risorsa da cui può venire un cambiamento reale. E’ solo dalla testimonianza della fede vissuta, ricominciando da sé e dal cambiamento del proprio particolare che possiamo provare a ricostruire l’umano! A noi che siamo chiamati a una responsabilità politica, spetta la testimonianza attraverso il lavoro per fare buone leggi, o se questo è impossibile, a limitare i danni che derivano da una legge cattiva, e se anche questo è impossibile, a testimoniare anche da soli l’idea di società in cui crediamo. 

In questo caso, e mi dispiace per quei cattolici che sentono il dovere di richiamarmi alla lettera della dottrina, la strada della mediazione era possibile e noi l’abbiamo percorsa. Era più facile per noi, per acquisire un facile consenso, non sporcarsi le mani e testimoniare la purezza di una posizione additando il cattivo responsabile di una legge vergognosa, non importandoci se in gioco c’è il destino concreto dei nostri figli. Sarebbe stata vera testimonianza?

La ragione per cui sono entrato in politica non è che cosa mi conviene ma che cosa posso fare, tanto o poco, per costruire il bene comune. Di questa coerente ragionevolezza dovrò rispondere, non di una coerenza astratta.

Vero politico, dice papa Francesco, è quello che apre le porte e inizia processi, chi con “azione prudenziale” e non con soluzioni teoriche e aprioristiche affronta bisogni e problemi di uomini e donne in carne e ossa. Di Ratzinger e del suo elogio del compromesso ho già detto. Ma senza scomodare santi e papi, in Brianza saggiamente si dice: “piutost che nient, a le mei piutost”.

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