REFERENDUM COSTITUZIONALE/ Bertinotti: vincerà il Sì, lo vuole la troika. Ma i cattolici…

- int. Fausto Bertinotti

“Siamo di fronte a un processo di desertificazione della democrazia in Europa. E il referendum suggella un processo che va in direzione opposta alla nostra Carta”. Parla FAUSTO BERTINOTTI

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Fausto Bertinotti (Infophoto)
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“Siamo di fronte a un processo di desertificazione della democrazia in Europa. E il referendum Renzi-Boschi arriva a suggellare un processo che va in direzione opposta all’indirizzo programmatico della nostra carta costituzionale”. Fausto Bertinotti, sindacalista, storico leader di Rifondazione Comunista e presidente della Camera, parla della “controriforma” — così la definisce — voluta dal presidente del Consiglio e segretario del Pd. Nella sua analisi Bertinotti spazia a tutto campo, dalla troika al voto dei cattolici. Non c’entrano? Leggere per credere.

“E’ l’ultima chiamata per il paese” ha detto a proposito del referendum il ministro Boschi, facendo campagna per il Sì. Toni ultimativi, quasi apocalittici.

I toni sono ormai quelli della società dello spettacolo, non andrebbero presi sul serio da nessuna della parti che si contendono la scena politica. 

Non vanno presi sul serio ma la posta in gioco è molto alta, non crede, Bertinotti?

E’ una posta in gioco molto alta se ci limitiamo a vedere nella politica l’istante in cui si compie la scelta. Se invece guardiamo al corso della storia recente, allora no, in tal caso la posta in gioco è in larga misura pregiudicata. Parlo di un periodo all’incirca di 25 anni, in cui quella che gli esperti chiamano costituzione materiale ha fatto il suo corso.

E che cosa è accaduto in questo arco di tempo?

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Da almeno un quarto di secolo la costituzione materiale, ossia l’insieme delle leggi, degli accordi, dei contratti che si producono a fronte di quella formale, da almeno un quarto di secolo va in direzione opposta all’indirizzo programmatico della carta costituzionale. 

In altri termini?

In altri termini è successo che in questi 25 anni abbiamo assistito a una progressiva sostituzione, di fatto e talvolta anche dal punto di vista legislativo, a pezzi della nostra costituzione con altri pezzi non solo incongrui ma che la contraddicevano formalmente.

Un esempio, Bertinotti?

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Il fatto che sia stata votata, senza colpo ferire, una modifica radicale della costituzione italiana come l’articolo 81, che stabilisce il pareggio di bilancio, senza addirittura possibilità di ricorso al referendum fa sì che il vincolo esterno, per usare le parole degli economisti, prevalga sul vincolo interno. Il vincolo dettato dalla competitività delle merci prevale, o meglio deve prevalere sul soddisfacimento dei bisogni sociali, economici e civili delle popolazioni. 

Con quali conseguenze?

Che l’articolo 3 della costituzione repubblicana è impedito: se intendessimo finanziare la scuola per “rimuovere gli ostacoli” che in un dato momento “impediscono il pieno sviluppo della persona umana“, non possiamo farlo, perché siamo vincolati o — meglio — perché ci siamo dati quel vincolo. Se in una grave congiuntura economica volessimo fare dello Stato, come diceva Federico Caffè, l’occupatore in ultima istanza, e per questo fosse necessario fare degli investimenti pubblici per l’occupazione, avremmo le mani legate, perché quel vincolo ce lo impedisce.

Insomma, con un solo articolo, speditamente approvato in cinque mesi…

…abbiamo messo in mora i primi tre articoli della costituzione repubblicana: la repubblica fondata sul lavoro (articolo 1), che diventa fondata sulla competitività; la parti dignità dei cittadini (articolo 2), il compito della repubblica (articolo 3). 

Possibile che tutto questo sia accaduto senza che ce ne siamo accorti? 

Ma l’attuale controriforma costituzionale non è un fungo spuntato improvvisamente nel bosco in cui crescevano radiose le piante della situazione attuale, è invece il compimento di un’opera di devastazione della foresta costituzionale perpetrata con altri materiali pietrificati. Ripeto, contro la costituzione repubblicana si è prodotta una costituzione materiale che adesso arriva a compimento. 

 

Che cosa esattamente viene compiuto? Da quello che lei dice non è chiaro. Intende dire che la costituzione del ’48 è eterna, che va bene così com’è?

No, dico che occorre vigilare su quale costituzione materiale si produce. Qual è la carica innovativa della carta del ’48? Che per la prima volta si scrive una costituzione non liberale ma democratica, che cioè non si ferma ai diritti dei cittadini ma introduce i diritti sociali. Ora questi diritti sociali dagli anni Ottanta ad oggi sono stati progressivamente demoliti; parallelamente, si è sostituita alla democrazia rappresentativa una costruzione che, a dispetto e nonostante i problemi di questa, garantisse la governabilità.

 

Sente odore di complotto, Bertinotti?

Niente affatto; sono allergico ai complotti e non ce n’è bisogno perché tutto si spiega alla luce del sole. Quando il movimento operaio in Europa era in piena ascesa, verso la fine degli anni Settanta, la Trilateral Commission ebbe la bontà di illuminare la classe dirigente internazionale sul nuovo corso della democrazia occidentale. Per il modo in cui si era costituita, la democrazia — così ci veniva detto — favoriva ormai l’emersione di bisogni nei popoli che il sistema economico non era in grado di soddisfare. Per avere stabilità di governo c’era un solo modo, sa quale? Recidere i canali democratici per evitare che quei bisogni venissero canalizzati nelle istituzioni e tutelare, in questo modo, il decisore politico. Quella borghesia internazionale avrebbe incarnato, quindici anni dopo, la leadership della globalizzazione capitalistica.

 

Vale anche per la tecnocrazia europea?

Certamente!

 

E che fine hanno fatto quelle istanze e quei bisogni? 

I sindacati e i “corpi intermedi” non vengono attaccati ogni giorno nello stupore generale? Vale per loro la parabola di Italo Calvino: da barone rampante sono passati a visconte dimezzato e infine a cavaliere inesistente. La loro fine, scusi il termine orribile, è stata quella di essere sussunti nel sistema economico, cioè gestiti dal potere dominante.

 

Torniamo a noi.

Il processo di riduzione che ha coinvolto la molteplicità delle istanze sociali ha avuto un suo corrispettivo nelle istituzioni rappresentative, a partire da quella che venne salutata come una cosa meravigliosa, così meravigliosa da produrre sfaceli: l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di regione, ovvero la riforma con la quale si è sostituita l’assemblea con il principe. E’ l’idea che una volta che il cittadino ha votato, è esonerato da qualsiasi altra attitudine civile. Nella vulgata odierna: l’importante è sapere chi vince, possibilmente la sera stessa.

 

Così “esonerato” dall’attitudine civile, che nel ballottaggio dell’Italicum non importa il quorum dei votanti per determinare chi prende camera e governo?

Precisamente. Ma tutto comincia prima, e so di sembrare molto scorretto rispetto al pensiero corrente. Il fattore devastante è stata la scelta del sistema maggioritario con premio di maggioranza. Sappiamo chi vince, ma in questo modo il voto esaurisce la funzione del cittadino. E’ la delega totale. Non conta più il parlamento ma il governo, anzi nemmeno questo ma il suo capo. 

 

Davvero la stabilità conta così poco per lei? 

Siamo sicuri che la mancanza di stabilità non sia piuttosto l’esito dell’imposizione di un meccanismo sovraordinato alla realtà delle cose? La stabilità che non abbiamo raggiunto, è vero, nella composizione dei governi, l’abbiamo senz’altro realizzata, malgrado le apparenze contrarie, nel governo con la g maiuscola. Come ebbe a dire un presidente della Bce durante una recente crisi di governo dell’Italia, rivolgendosi ai mercati — perché da persona di grande intelligenza qual è, si rivolgeva ai mercati, non al popolo —, non preoccupatevi, “c’è il pilota automatico”. Ineccepibile, direi, perché in un sistema oligarchico il sovrano è il mercato, non il popolo. E’ il prezzo della stabilità.

 

Dove si chiude il cerchio, Bertinotti?

Comincia con la riduzione degli spazi offerti dai regolamenti al dibattito parlamentare, prosegue con l’inflazione dei voti di fiducia e arriva allo svuotamento delle assemblee elettive, sulle quali svetta l’esecutivo. Ma non è finita, perché a sua volta questo esecutivo, di concerto con gli esecutivi di tutti i paesi della zona euro, decide — ai fini di mantenere la governabilità — di costruire un giudice di ultima istanza costituito dal governo europeo, che, conviene ricordarlo, non ha bisogno di essere eletto. E infatti è un’organizzazione perfettamente oligarchica. Il suo simbolo ultimo è la troika: nessuno l’ha eletta; eppure è in grado di tacitare il dissenso.

 

Diciamo che la sovranità nazionale è in crisi da tempo.

Più che la sovranità nazionale, è in discussione la sovranità popolare.

 

E il referendum costituzionale?

La mia tesi è che la controriforma del governo attuale suggella questa situazione e la rende costituzionale. La costituzione materiale fin qui ha demolito e sostituito con i commi materiali la costituzione formale; adesso, con la controriforma, tutto ciò diviene formalmente costituzione. 

 

Come conseguenza della personalizzazione estrema della campagna referendaria voluta dal promotore della riforma, è scattata la caccia all’arruolamento di pezzi della società italiana. Uno di questi è il voto cattolico e, nell’ultima intervista di Renzi ad Avvenire, tra crisi economica, famiglia e referendum il passo è stato breve. E Civiltà Cattolica e Avvenire sembrano orientati verso il Sì… 

Posso dire “stentatamente orientati”?

 

Vengo al dunque. Non vede in questo il rischio di un collateralismo dei cattolici al governo, una tentazione mai estinta del tutto e pronta perfino ad assumere fisionomie istituzionali? Un po’ come accadde ai tempi di De Mita, quando il governo era tutelato dai due fratelli Agnes, Biagio Agnes alla Rai e Mario Agnes all’Osservatore romano. Tanto che quando qualcuno — da parte cattolica — osò criticare De Mita, l’Osservatore prontamente lo rimbrottò.

Mi permetto di dire che questa osservazione che lei fa, e che condivido, meriterebbe una riflessione molto impegnativa che ora non sono in grado di proporre, anche se avverto che è necessaria. 

 

Ci provi, la prego.

Primo punto. Penso che se quello che abbiamo detto fin qui è vero, cioè se siamo di fronte a un processo di desertificazione della democrazia in Europa, tutte le granfi tendenze culturali, religiose ideologiche della storia europea ancora viventi — sebbene, secondo me, sconfitte, almeno per ora, ma non di meno viventi — dovrebbero sentirsi chiamate ad una riflessione di fondo, anche su di sé; una riflessione su quanto, in fondo, abbiano contribuito — per errore, non per volontà — a questo esito. In breve, occorre al più presto un riesame del rapporto tra la società e il potere.

 

Si spieghi, Bertinotti. Che cosa va ripensato? 

Secondo me partiti, movimenti, associazioni hanno assecondato la tendenza a considerare la società una dimensione minore, a tutto vantaggio della sfera politica, e di quella istituzionale in particolare, perché dotata della supremazia. Per cui se tu non stabilivi un rapporto con la politica, il potere e il governo, ti consideravi per ciò stesso incapace di costruire una società migliore, di edificare nuove visioni, nuovi orizzonti. 

 

Per chi vale questo discorso?

Una riflessione autocritica deve valere per tutti, ma in particolare per due soggetti. Da un lato le forze riconducibili alla tradizione del movimento operaio, nelle quali milito; il loro abbaglio verso il governo, in questo caso, è clamoroso. Dall’altro le forze cattoliche che pure in forme diverse, negli anni di cui ho parlato, hanno praticato forme di collateralismo con il potere, anche in nome della costruzione sussidiaria della società in senso lato e della presenza attiva. E qui vengo al secondo punto, che si chiama papa Francesco.

 

In che modo il papa aiuta questo ripensamento?

Perché è l’opposto di questo collateralismo, perché sta disincagliando il cattolicesimo e i cattolici impegnati nella pratica sociale da quesa caduta. Ogni suo intervento — non ultimo, ad esempio, quello in occasione del premio Carlo Magno — apre un terreno di dialogo, anche inedito, tra credenti e non credenti che mi pare essere riconducibile alla riconquista del primato della società e degli uomini nella società. Altro che spiritualismo. Nella Laudato si’ giustamente accusa la politica di essere mallevadrice del sistema economico che genera lo scarto, ma ne ripropone anche una rinascita sul terreno della riscoperta del senso della vita. Da ultimo…

 

Da ultimo?

Se non parlassi con lei, e lo dico perché potrebbe sembrare una captatio benevolentiae, direi che la lettera di don Julián Carrón al Corriere sulla questione delle unioni civili, in cui Carrón configurava la presenza del cristiano nella società essenzialmente nei termini della capacità attrattiva della fede come condizione necessaria per non consegnarsi alla legge al pari di una corazza protettiva, secondo me va nella stessa direzione. E secondo me è l’unica direzione proficua. In questo senso trovo davvero fuori tempo quelle riedizioni tardive di collateralismo. 

 

In tutta la nostra conversazione non ha citato una sola volta il ruolo storico dei cattolici nella scrittura della costituzione — come lei dice — repubblicana. Perché?

Vero. E’ stato un contributo rilevantissimo, ma sa perché non ne ho parlato? Perché penso che quella stagione straordinaria è tuttavia legata a un altro tempo rispetto a quello che viviamo oggi. Un tempo in cui grandi ideologie, grandi culture si incontravano perché erano portatrici della speranza di un mondo nuovo; oggi invece non siamo di fronte agli albori della democrazia, ma al rischio della sua distruzione. Occorre dunque rimettersi alla prova, ma il contesto è completamente nuovo.

 

(Federico Ferraù)

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