REFERENDUM/ Dal Ponte alle pensioni, il prezzo folle della scommessa di Renzi

- Gianluigi Da Rold

Renzi sta sparando tutte le cartucce a disposizione e come un giocatore spregiudicato punta su un grande azzardo, ma l’Italia è ormai esausta e in stagnazione. GIANLUIGI DA ROLD

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Matteo Renzi (Foto LaPresse)

“Ha in mano i sondaggi e per questa ragione ha preso tempo. Abbiamo almeno evitato il Natale. Di poco”. Massimo D’Alema commenta in questo modo, quasi astioso più che sarcastico, la scelta del 4 dicembre fatta da Matteo Renzi per il referendum costituzionale. La sensazione è sempre la stessa: da questa sorta di ordalia, di giudizio di Dio, alla fine usciranno sconfitti tutti e soprattutto si aprirà una stagione politica italiana ancora più problematica e segnata da divisioni ancora più profonde.

Del resto anche se i sondaggi sbagliano spesso e volentieri, almeno delineano un trend, e questo prevede una spaccatura tra chi andrà a votare e un’enorme astensione dal voto: circa il 45 per cento, senza contare gli indecisi. E’ il quadro peggiore che si potesse immaginare rispetto a una riforma costituzionale, alla cornice delle leggi fondamentali dentro a cui si dovrebbe rinnovare il funzionamento legislativo e il lavoro parlamentare della società italiana.

Ma c’è un’ulteriore sensazione che emerge da questo quadro politico concitato e in alcuni momenti addirittura esasperato. Il premier sembra rendersi conto che, nonostante le correzioni e gli aggiustamenti in corso d’opera sul suo futuro, il referendum del 4 dicembre 2016 è ormai, lo si voglia o no, lo spartiacque della sua carriera politica, sia come presidente del Consiglio che come leader del Partito democratico.

Dopo il 4 dicembre, i mesi di vita del suo governo saranno circa 33. Ci si avvicinerà quindi a un bilancio triennale, e la promessa di rappresentare un’autentica discontinuità e un reale rinnovamento nella società italiana sarà davvero difficile da mantenere, vista la perdurante e sostanziale stagnazione economica accompagnata dalla confusione politica dilagante. Se perde, Renzi rischia di scomparire politicamente. Se vince deve adoperarsi a ricucire all’interno e all’estero.

Quindi Renzi “spara” tutte le cartucce a disposizione e come un giocatore spregiudicato punta su un grande azzardo, alzando sempre di più la posta, illudendosi nella speranza di una vittoria convincente. Le cartucce sono una fiera di promesse. L’ultima in ordine di tempo è la riscoperta del ponte sullo Stretto di Messina, con 100mila posti di lavoro a disposizione. Ma occorre ricordare che solo lunedì aveva tracciato un intervento sulle pensioni minime e una relativa quattordicesima, con una ulteriore riduzione di alcune tasse sulle imprese. Non ci sarebbe da stupirsi che potrebbero essere in arrivo una serie di “bonus” dal sapore referendario, che avvelenerebbero ancora di più la politica italiana.

Tutto questo Matteo Renzi lo mette in agenda, mentre deve fare i conti con le previsioni economiche di inizio anno che si sono rivelate sbagliate e quindi tutte da rivedere in sede di bilancio. Con una richiesta di ulteriore flessibilità all’Europa che, di fatto, gli è già stata negata, in un modo quasi sfacciato. In effetti Renzi ha alzato i toni di fronte a Bruxelles, alla Commissione, all’Europa e alla Merkel. Alla fine è come sbottato dicendo: “L’Italia farà da sola”. La risposta, piuttosto perentoria, senza nemmeno particolari comunicati, è stata: “Anche noi faremo da soli”. E le conferenze a tre sono diventate a due e i vertici berlinesi sono tornati un faccia-faccia franco-tedesco, con il croupier lussemburghese Jean-Claude Juncker a far da spettatore.

Il risultato di tutto questo agitarsi di Renzi è un isolamento dell’Italia che non si verificava da anni. E in questo sta già una parte del grande azzardo. Il presidente del Consiglio si è reso conto che il peggior isolamento lo stava vivendo nel Paese, a cominciare dall’elettorato del centrosinistra e del partito di cui è segretario. A questo punto tanto valeva la pena di cercare di recuperare qualche voto degli euroscettici e quindi di sferrare un attacco al duo Merkel-Hollande. Infine rispolverare qualche vecchia “battaglia” del centrodestra italiano come il “Ponte sullo Stretto” appunto.

Ma all’Italia costa di più un isolamento in Europa o un isolamento del premier Renzi sulla riforma costituzionale ?

Quanto può costare sui mercati internazionali, un simile isolamento italiano per i prossimi due mesi che corrono da qui al referendum ? Legato all’esito del referendum c’è pure il salvataggio del sistema bancario italiano a cominciare dal Monte dei Paschi ?

Tutto il comportamento di Renzi, in questo momento politico, sembra calibrato sulla necessità di evitare una sconfitta del “Si” al referendum costituzionale del 4 dicembre. Ma valeva la pena di mettere in piedi una simile ordalia politica ? Vale pena di rischiare la promessa di un “Ponte sullo Stretto” che si realizzerà tra sei anni, se tutto va bene, per difendere una riforma (che vale per tutti) che spacca in due il Paese, comunque vada a finire ?

La sensazione finale è che alla fine, tra azzardi, scontri e divisioni, il gioco diventi una sorta di “roulette russa”, dove a rimetterci è soprattutto il Paese e non tanto i protagonisti di questo avanspettacolo a sfondo politico.

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