INCHIESTA CONSIP/ Così Renzi ci riporta a Mani pulite

- Gianluigi Da Rold

Ieri, mentre non era ancora finito l’interrogatorio di Tiziano Renzi sull’affare Consip, l’ex premier diceva in tv che se colpevole meriterebbe il doppio della pena. GIANLUIGI DA ROLD

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Matteo Renzi (LaPresse)

Se qualcuno aveva ancora dubbi su com’è ridotta la politica italiana, poteva vedere ieri sera la trasmissione della “sempre giovane” Lilli Gruber, la donna dal labbro sporgente e provocante, che faceva domande (che dovrebbero essere incalzanti) insieme al direttore dell’Espresso, Tommaso Cerno, al nostro ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che è anche ex segretario del Partito democratico, ma concorrente sempre agguerrito per ritornare in sella e in cattedra.

Nei giorni scorsi, guardando i concorrenti alla segreteria del Pd, nelle prossime primarie, qualcuno ha fatto una battuta destinata ad avere fortuna: “Manca solo Perry Mason per il prossimo congresso”. In effetti, considerando che oltre a Renzi c’è il “sempre magistrato” Michele Emiliano e l’attuale ministro della Giustizia, Andrea Orlando, la faccia decisa di Raymond Burr che interpreta l’avvocato del diavolo che risolve tutto sembrava azzeccata, anche se un po’ irriverente. Ma forse, con quella battuta che prevedeva anche un avvocato difensore, oltre a un pubblico ministero e a un Guardasigilli, ci si è spinti un po’ troppo in là. 

L’impressione fornita ieri sera, in uno scambio di accuse e di precisazioni incomprensibili, proprio poco dopo che il padre di Matteo, Tiziano Renzi, usciva dall’interrogatorio sull’affare Consip, era quella di una grande farsa, non un grande giallo. Vale la pena di ricordare che Tiziano Renzi si è dichiarato completamente estraneo ai fatti. Ma subito arrivava la voce che veniva ascoltato a Firenze un suo amico. L’impressione è che il famoso “giglio”, che l’Espresso ribattezzerà “il giglio nero”, deve avere anche i suoi pasticcioni che straparlano e magari bluffano, secondo lo stile dell’incredibile provincia italiana.

In tutti i casi, presa nel suo insieme, la vicenda aveva un riferimento migliore di Perry Mason. Era quello di un vecchio film italiano di Steno degli anni Cinquanta, con Peppino De Filippo, Alberto Sordi, già nei panni di Nando Meniconi, Walter Chiari e un’ineguagliabile, senza aver bisogno di labbra sporgenti, Silvana Pampanini. Dai tempi del boom economico, il pretore del film Salomone Lo Russo è stato promosso a playmaker del dibattito politico italiano.

Intendiamoci, l’affare Consip (la centrale acquisti della pubblica amministrazione) è una questione serissima e inquietante, su cui bisognerebbe indagare con la discrezione tipica dei magistrati anglosassoni (quelli che lodava e ammirava Alexis de Tocqueville) e raggiungere la verità sul ruolo dei vari protagonisti, oltre a quell’Alfredo Romeo già arrestato e incarcerato. 

Ma risvegliarsi improvvisamente, a oltre due anni dal fatto e dalle presunte indagini, con “pezzi” di giornale con notizie arrivate chissà da dove, con dichiarazioni e sms, con “si dice” e ricordi svagati, alla vigilia del congresso del Pd, dopo liti e scissioni, con la sconcertante scoperta del coinvolgimento, non marginale ma quasi decisivo del padre del segretario uscente, è francamente un “ordigno a orologeria” che lascia esterrefatti e richiama esattamente la farsa, la perenne, tragica farsa, che da 25 anni si svolge in Italia nei rapporti tra politica e magistratura.

In un Paese dove ormai tutti, per essere alla moda, si dichiarano “garantisti” (dopo tutto quello che è accaduto dal 1992 in avanti), c’è questo “ordigno a orologeria” che è un’eredità del “manipulitismo” e che non ci abbandona più, si rinnova sempre ed è destinata a determinare l’agenda politica. Coinvolgendo tutti, in un modo, appunto, grottesco.

C’è un continuo rimbalzare, tra magistratura e mass media, di rivelazioni e quasi sentenze definitive, con perentorie richieste di dimissioni o di abbandoni della politica, che sono l’espressione di un Paese incapace di politica e che, nel frattempo, resta nella palude di una crisi economica e sociale continua, marcando una perdita ancora di 7 punti di Pil rispetto al 2008. Mentre gli altri Paesi hanno ampiamente recuperato.

E c’è sempre uno squallido, farsesco appunto, incrociarsi di accuse. Un patetico appello alla retorica anticasta e alla trasparenza, pulizia e onestà. Mentre Matteo Renzi perde il referendum costituzionale, si dimette dal governo, abbandona la segreteria del Pd, si scatenano tutti i grandi rancori e si sognano le grandi “scalate” personali. Per cui, il superelogiato Renzi dei “mille giorni”, vagamente pressapochisti in ogni scelta e persino in ogni sfumatura politica, viene subito dimenticato. giubilato con irriverenza e ci si prepara alla “festa” del candidato uscente, che addirittura vuole rientrare.

Dall’altra parte, lo stesso Renzi, al posto di assumere toni di conciliazione e di ricostruzione unitaria (reale, non a a parole suggestive) non manca un’ occasione per contrattaccare con un gusto e un tatto da strapaese. 

Ieri sera Renzi era ancora sopra le righe, persino nei confronti del padre (“se fosse veramente coinvolto gli darei il doppio della pena”). Tommaso Cerno correggeva: “Ma no, basta il giusto, non esageriamo”. Ma Renzi attaccava ancora in nome dell’onestà, come i pentastellati: “Quando sento la parola onestà, io mi alzo in piedi!”. E poi rivendicava i “successi” del suo governo, “anche se si doveva fare meglio”. Incorreggibile.  

Più che un dibattito politico, dove ancora si segnalava un “E’ necessario che il ministro allo Sport, Luca Lotti si dimetta?”, pareva di assistere a un’istruttoria in diretta. Del resto sono giorni che si parla di questa necessità di “liquidare il Lotti”, che è un primo passo per intrappolare ancora di più Renzi nella corsa alla segreteria del Pd. 

Giovedì sera era stato il molto educato Gianni Cuperlo a consigliare Lotti “a fare un passo da parte”. E poi a indignarsi di fronte a un giornalista che evocava venti di sciacallaggio nei confronti di un segretario dimissionario che in questo momento è debole, molto debole. Ieri sera, Renzi ha detto che “Lotti non deve assolutamente dimettersi”. E’ stata l’unica cosa chiara della serata televisiva.

Come può finire un dibattito di questo tipo alla vigilia di un congresso decisivo per la politica italiana del futuro e per l’assetto complessivo del Paese? Forse qualcuno farebbe bene a ricordare che, mentre si straparla e ci si accusa a vicenda, c’è ancora il processo da fare. Ma tutto questo in Italia sembra un dettaglio.

L’importante, anche in politica, soprattutto in questi ultimi 25 anni, è la sceneggiata della farsa continua.

Si dice che la “felicità” dei falchi dell’austerità europea, in questi giorni, stia toccando livelli ineguagliabili.

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