RETROSCENA PD/ La diaspora dei renziani incorona Zingaretti

Pd nel caos: l’area renziana non esiste più e i suoi pezzi si stanno rapidamente riposizionando, in vista della prossima vittoria di Zingaretti

15.12.2018 - Gennaro da Varzi
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Matteo Renzi (LaPresse)

Il “rompete le righe” succeduto al ritiro dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti dalla corsa a segretario del Pd ha reso evidente quello che da mesi si percepiva chiaramente ma che nessuno voleva ammettere: l’area renziana non esiste più.

È vero che il gruppone di oltre 80 parlamentari fedeli all’ex premier si è affrettato a firmare l’impegno sottoscritto da Lorenzo Guerini ed Emanuele Fiano a sostegno della candidatura di Maurizio Martina.

Ma la reazione della coppia Ascani-Giachetti, che in aperto dissenso con i vertici della corrente si è precipitata a candidarsi, ha creato una voragine alle spalle dei colonnelli renziani e ha mobilitato gli ultras che mal digerivano una battaglia congressuale sotto le insegne di Martina. Quello stesso Martina che aveva promesso, per fare il segretario nella fase di transizione apertasi con le sofferte dimissioni da segretario di Renzi, di non candidarsi alla segreteria e che invece — fiutata la possibilità di giocare per la prima volta un ruolo non da comparsa — non ha esitato a violare la parola data.

E non è tutto. In queste ore la deputata milanese Lia Quartapelle si è affrettata a dichiarare il suo sostegno a favore di Zingaretti. Quindi non solo i “senatori” Gentiloni, Franceschini e Pinotti ma anche i più giovani ragazzi della stagione milanese costruita intorno all’esperienza del circolo 02PD di Milano, scelgono il presidente della regione Lazio.

La vicenda personale della Quartapelle ha in questi mesi rappresentato in maniera inequivocabile il lento ma inesorabile distacco da Matteo Renzi del gruppo più importante che lo ha sostenuto in Lombardia.

Del resto era stato proprio il giovane leader fiorentino che — fiutando il tradimento — aveva tentato addirittura di defenestrare la Quartapelle dal ruolo di parlamentare, e solo dopo un’aspra e compatta protesta di tutti i milanesi che contano — da Beppe Sala in giù — le aveva concesso, a poche ore dalla presentazione delle liste, una candidatura in un collegio cittadino molto difficile, da lei poi espugnato con caparbietà.

Ai tre pezzi in cui si è disintegrata la corrente renziana occorre aggiungerne un quarto: quello delle truppe che stanno già abbandonando il Partito in vista di “qualcosa” di nuovo.

In realtà nessuno sa bene in cosa consista quel “qualcosa” di nuovo a cui starebbe lavorando in gran segreto Renzi (si parla, ad esempio, di un’intensa attività di raccolta fondi). Ma i combattivi rappresentanti dei “comitati civici” — se ne contano una cinquantina nati dopo l’appello fatto alla Leopolda di novembre — danno per imminente l’annuncio.

Anche in questo caso a guidare quello che sulla carta dovrebbe essere l’ossatura del nuovo soggetto politico è un lombardo che ha fatto le sue fortune proprio grazie alla fedeltà a Renzi. Stiamo parlando di Ivan Scalfarotto, che — abbandonata repentinamente la più faticosa e poco gratificante esperienza a fianco di Pippo Civati — si è ritrovato in seguito a fare addirittura il sottosegretario con delega all’export.

I primi sondaggi danno ormai abbastanza per certa la vittoria di Zingaretti alle primarie previste per il 4 marzo. Vittoria che dovrebbe essere più contenuta tra gli iscritti, quando voteranno da soli nella tappa intermedia della “convenzione”, ma netta e con una consistente maggioranza assoluta quando il voto sarà aperto, cioè vi potranno partecipare anche i semplici elettori del Pd.

Quello che si respira a livello locale è proprio il sentimento di un partito che vuol voltare pagina e archiviare al più presto la stagione renziana.

Il Presidente della Regione Lazio, rieletto proprio mentre il Pd crollava un po’ da per tutto, ha tutti i numeri per raccogliere le forze divise, stanche e assai provate da ben tre sconfitte raccolte nel giro di poco più di un anno (dal 4 dicembre 2016 con la bocciatura del referendum costituzionale al 4 marzo 2018 con la disfatta elettorale e la vittoria dei 5 Stelle e della Lega).

E come sempre accade in questi casi, tra gli uomini e le donne che fino a poco fa sostenevano a spada tratta il renzismo hanno avuto inizio velocemente le operazione di “riciclo”. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare le loro posizioni di comando? Sembra molto difficile che ciò accada. La base questa volta è molto attenta e non lascerà ai novelli capitani di ventura — ancora una volta — di cambiare casacca e restare ai posti che contano.

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