MANOVRA/ Così Juncker, Trump e la Francia hanno affossato l’Italia

Dietro la sconfitta dell’Italia a Bruxelles sulla legge di bilancio, la debolezza di Trump e l’impossibile alleanza Italia-Francia

22.12.2018 - int. Andrew Spannaus
Donald Trump
Donald Trump (LaPresse)

La Ue si è servita della sua arma politica più potente, quella del pareggio di bilancio, per punire il governo di Lega e M5s. Così, quando lo scopo della trattativa è divenuto evitare la procedura di infrazione, il prezzo imposto — salatissimo — ha preso la forma delle clausole di salvaguardia, un capestro economico e un cuneo politico già conficcato nel patto di governo. Oggi il maxi-emendamento che recepisce le correzioni dettate dall’Unione sarà votato in Senato. Per Andrew Spannaus, giornalista, direttore di transatlantico.info, l’Italia si è trovata sola in Europa e in più ha sofferto di due debolezze: quella di Trump e quella della propria politica estera.

Ha ragione il governo a difendere l’accordo sulla manovra ottenuto con la Commissione, oppure hanno ragione le opposizioni a dire che il governo ha ceduto?

Si è raggiunto un compromesso: tutte e due le parti hanno ceduto qualcosa. E’ una manovra che va criticata perché è insufficiente, ma la battaglia di principio era e rimane essenziale. Anche se su questo piano il governo italiano non ha certamente vinto, senza tuttavia essere sconfitto. Si tratta di una vittoria parziale.

Qual è la posta in gioco?

La possibilità per un governo nazionale di stimolare la propria economia anche violando i parametri europei. Questa è una battaglia assolutamente necessaria.

Perché l’Unione Europea è stata così intransigente?

Perché a Bruxelles sanno che quando si comincia a derogare alle regole, tutto il costrutto dell’Unione Europea viene messo in difficoltà. Il resto lo fanno le narrazioni pro-establishment, come la tesi per cui se si violano i parametri si torna alla guerra in Europa; una tesi ridicola, senza rispetto per la storia. La battaglia per l’Italia è stata necessaria ed è ancora necessaria. Il problema è che in Europa, come sappiamo, si gioca ad armi impari.

Quando c’è stata la svolta nella trattativa?

Quando gli alleati che il governo pensava di aver in Europa per affinità politica o comunanza di vedute su altri problemi, come il dossier migratorio, si sono rivelati più fedeli ai dogmi dell’Unione monetaria che attenti alla portata e all’importanza della sfida lanciata dal governo italiano. Hanno perso un’occasione.

Un elemento dai gravi risvolti politici è dato dalle clausole di salvaguardia, che condizionano già oggi la politica del governo prefigurando una manovra per il 2020 da almeno 30 miliardi.

E’ un meccanismo perverso al quale l’Unione è riuscita a vincolare il sì alla legge di bilancio italiana e può creare grossi problemi al governo, se contiamo che la manovra è debole sul lato degli investimenti e per questo non avrà l’effetto sperato di rilanciare l’occupazione e la crescita.

Che parte ha avuto nella trattativa il rialzo dello spread tra ottobre e metà novembre?

E’ stata un’arma molto forte. Non dico che qualcuno lo controlli completamente, ma quando alcune autorità o i maggiori quotidiani ripetono che l’Italia ha un debito insostenibile e potrebbe fare default, o che il governo pensa di uscire dall’euro — cosa che in passato alcuni esponenti dell’esecutivo hanno detto e poi corretto — è evidente che i mercati si preoccupano. A quel punto lo spread è già un fatto politico.

Non crede che il reddito di cittadinanza e quota 100 siano stati malvisti a Bruxelles?

In parte c’è anche questo, ma è un fattore secondario. Ciò che ha contato di più, ripeto, è un governo fatto di due partiti che hanno criticato fortemente l’Unione Europea, con il proposito, inizialmente dichiarato, di violare i parametri di bilancio. Dal punto di vista dell’Ue è un fatto inaccettabile.

I gilet gialli in Francia?

Sono serviti a rendere plateali le contraddizioni dell’Ue. Senza gilet gialli, l’Italia probabilmente avrebbe dovuto cedere ancor di più.

Prima del voto del 4 marzo e dopo la formazione del governo è sembrato che l’interesse italiano contro l’austerity europea e l’interesse americano contro l’Ue a conduzione Merkel potessero coincidere. Se così è stato, questa fase è conclusa?

L’Italia sul piano internazionale ha subito le conseguenze di due fattori. Il primo è la debolezza di Trump, in conflitto con le strutture di governo, dal Dipartimento di Stato all’Agenzia per la sicurezza nazionale, che non vogliono opporsi all’Europa per fare con essa fronte comune contro la Russia. Questo non è l’obiettivo di Trump, e poiché l’Italia ha una linea di apertura verso Mosca, la rottura Usa-Ue avrebbe creato problemi agli Usa: non a Trump, ma all’establishment che governa in contrasto con il presidente.

E il secondo fattore?

L’inferiorità dell’Italia in politica estera rispetto alla Francia. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Francia per la sua proiezione di potenza nel Nordafrica. Ricordiamoci che è stata la Francia a creare la ribellione in Libia e a scatenare la guerra del 2011, isolando l’Italia. Tornando all’oggi, non è la prima volta che un paese rimane solo in Europa.

Allude alla Grecia?

Sì. La Grecia è stata la prima occasione in cui si poteva creare una crepa nell’austerity europea e il “momento Tsipras” è servito a evitarlo. Ciò che non si è mai verificato in Europa è un’alleanza Italia-Francia sulle questioni europee.

Si potrebbe dire che dopo la guerra in Libia del 2011 non c’è questo rischio.

Forse è anche per questo che quella guerra è stata voluta.

Le elezioni europee possono realmente cambiare qualcosa?

Non mi pare probabile che il voto di maggio possa ribaltare la situazione in Europa. Ci sarà probabilmente una crescita dei partiti euroscettici e sovranisti, ma questo non basta per ipotizzare un cambio di regime. La commissione lo sa e questo spiega perché il fronte italiano era fondamentale per Juncker: schiacciare le resistenze prima del nascere sta già aiutando, virtualmente, a comporre il prossimo parlamento.

Le categorie sociali ed economiche scontentate dalla manovra hanno iniziato a lamentarsi ed è prevedibile che mettano in allarme il governo. Potrebbero indebolirlo fino alla rottura?

Dopo il convegno degli imprenditori scontenti a Torino, il mondo imprenditoriale ha capito che alzando la voce ottiene facilmente ascolto dal governo. Questo potrebbe scatenare una fiera delle richieste, indebolendo soprattutto la Lega. Dubito però che ci potrà essere una crisi immediata e rompere adesso, da parte di Lega e M5s, non sarebbe saggio. Dopo le europee invece, soprattutto se i 5 Stelle dovessero avere una flessione significativa, la tentazione per Salvini sarà molto forte.

(Federico Ferraù)

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