SCENARIO/ Dal Pd alla Lega: la guerra del consenso porta l’Italia al voto

Non solo il periodo 2011-2016, ma anche i 25 anni che arrivano da Tangentopoli. Il 2018 è lo spartiacque e chiude entrambi, ecco perché

28.12.2018, agg. alle 12:37 - Antonio Napoli
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Il Quirinale visto dalla Consulta (LaPresse)

Il 2018 sarà ricordato in futuro dagli storici come l’anno del ritorno al proporzionale. E come l’anno in cui sono anche tornati in auge nel nostro paese un Presidente della Repubblica arbitro, ma non per forza teso ad imporre ad ogni costo il corso degli eventi, e un Presidente del Consiglio alla maniera democristiana, ovvero dotato di pochissimo potere, se non quello di dimostrare abilità nel mediare in casa propria e all’estero.

Non so quanto i protagonisti della sfortunata stagione delle riforme istituzionali comprese tra il 2011 e il 2016 siano stati artefici consapevoli di questo risultato. Ma credo che ancora di meno se lo sarebbero potuto immaginare gli attori della lunga stagione politica italiana apertasi con Tangentopoli, oltre 25 anni fa.

Possiamo allora considerare il 2018 l’anno che chiude entrambi questi periodi della nostra storia recente? E in maniera definitiva? Molti tra i politici che hanno subìto una sonora sconfitta negli ultimi anni non lo ammetteranno mai, convinti come sono di poter a breve ottenere una rivincita.

Di quello che è successo nel nostro paese dal 2011 ad oggi è difficile parlare con la giusta serenità, perché molti passaggi decisivi sono ancora oggetto di un’aspra discussione tra i vari protagonisti. E’ una storia complessa e troppe circostanze sono avvolte da riserbo e reticenze. Ogni fatto dovrebbe poi necessariamente essere collocato nel preciso momento storico in cui è accaduto per essere compreso a fondo. E’ nessuno dovrebbe avere voglia di banalizzare fatti così importanti.

In ogni caso, il ruolo giocato dalla Presidenza della Repubblica in questi anni cruciali è stato unanimemente riconosciuto come centrale. Per cui – pur apprezzando lo straordinario impegno personale profuso – non si può non partire da un bilancio fallimentare della presidenza Napolitano. Almeno tenuto conto di quali erano gli obiettivi da lui più volte dichiarati e da ultimo nel discorso pronunciato durante la drammatica rielezione del 2013. Da allora non solo non siamo approdati ad alcuna riforma costituzionale, ma ci troviamo immersi in un sistema elettorale proporzionale appena corretto, che nega agli elettori la libertà di scegliere i propri eletti e maggioranze chiare, e infine, unico caso in Europa, si è venuto maturando un successo enorme delle forze populiste, rappresentate da ben due partiti, uno di destra e uno di sinistra, che grazie a quella legge proporzionale ora governano pure insieme.

Le politiche di austerità volute dalle leadership europee, e che Napolitano ha condiviso e sostenuto, hanno prodotto una spaccatura insanabile tra élite e popolo, fino a condurre in tutta Europa e negli Stati Uniti alla sconfitta storica della sinistra democratica. Solo in Italia, il Pd è passato in dieci anni da 12 a 6 milioni di voti. Sinceramente sembra esagerato addossare tutta la responsabilità di questa sconfitta solo al giovane Matteo Renzi, che giunto dopo Monti e Letta, a onor del vero quella linea fallimentare ha cercato di contrastare apertamente, senza peraltro riuscirci.

Nel 2008 l’Occidente si è trovato di fronte ad una vera grande crisi economica, la prima dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dieci anni terribili, che hanno segnato nel profondo le popolazioni dei paesi più ricchi e benestanti, hanno fatto perdere a vasti settori della società garanzie e certezze e hanno cambiato profondamente la gerarchia delle forze in campo, affermando il ruolo da protagonista di potenze come la Cina e la Russia.

Eppure la crisi politica ed istituzionale in Italia ha un inizio più lontano che precede di gran lunga il tracollo finanziario di quell’anno.

Dobbiamo risalire fino al 1992, quando la prima repubblica cedette sotto i colpi inferti da una magistratura indipendente che godeva di un consenso popolare enorme, anche grazie al sostegno di quasi tutta la stampa nazionale. Sulla liquidazione di un’intera classe dirigente, sicuramente colpevole e corrotta, viene fondata in quegli anni una “santa alleanza”, che è ad oggi ancora ben salda, tra magistratura, informazione e ampi settori dell’apparato pubblico.

La seconda repubblica ha inseguito per 25 anni il mito della democrazia maggioritaria, si sono votati a ripetizione premier che solo sulla carta erano scelti dai cittadini, a destra e a sinistra sono stati rifondati partiti a “vocazione maggioritaria” che assomigliano a delle maionesi impazzite, ogni norma della vecchia Costituzione è stata forzata nel nome di una riforma che non vedrà mai la luce: ministeri accorpati, province sciolte, riforme solo annunciate della pubblica amministrazione, Senato di fatto abolito. 

Questo castello di carta è crollato con il referendum del 4 dicembre del 2016 e sprofondato ancor di più con la sonora sconfitta delle forze che hanno sostenuto questo disegno il 4 marzo del 2018.

Cosa accadrà adesso è difficile saperlo, e l’idea che la naturale inesperienza e l’incompetenza – addirittura superiore alle attese – delle forze oggi al governo del paese conducano rapidamente ad un ripensamento degli elettori che le hanno votate e a convenire che l’unica soluzione sia riprendere la vecchia strada, appare davvero una illusione.

I sondaggi assegnano percentuali altissime ai due partiti al governo, insieme sono stabilmente sopra il 60 per cento e si fronteggiano pur sapendo che dovranno condividere ancora molto delle responsabilità di governo. Le opposizioni sono divise e senza una strategia unitaria, fondamentalmente nessuno si fida più dell’altro.

In tutto questo, la storia è diventata ancora una volta più grande di noi e molto del nostro futuro si giocherà su una scena in cui al massimo potremmo rivestire dignitosamente il ruolo delle comparse. L’Europa va verso la rielezione del suo parlamento in uno stato di grave incertezza e in assenza di veri progetti di rilancio. La Brexit appesa ad un filo e la crisi francese rappresentata dal movimento dei gilet gialli, riportano nella corretta luce il ruolo potenziale dell’Italia e la necessità di un disegno globale, a cui il nostro paese può partecipare ma senza ricorrere ogni volta alla scorciatoia del momento, cosa che è stata la meteora Macron per una certa sinistra liberista.

E’ probabile che dopo le elezioni europee, ed una verifica amministrativa in numerose e importanti competizioni, i due partiti che compongono la maggioranza decidano di dividere i loro destini. Molto dipenderà dai risultati e dalla battaglia per il consenso in atto in vaste aree del paese. Meno inciderà l’eventuale ripresa delle forze di opposizione, che avranno evidentemente bisogno di più tempo per riorganizzarsi. Ma tutti convergeranno verso nuove elezioni. Lo stesso Pd inevitabilmente riverserà l’esito del suo congresso primaverile nella necessità di rinnovare i propri gruppi parlamentari, oggi saldamente nelle mani del vecchio gruppo dirigente.

E paradossalmente a quel punto – ancora una volta – l’attuale legge elettorale proporzionale sarà chiamata a dare nuovamente prova di sé.

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