OETTINGER vs ITALIA/ L’eurocrazia getta la maschera su chi comanda a casa nostra

Le dichiarazioni di Guenther Oettinger hanno scatenato una polemica politica in Italia. Il commissario Ue non ha fatto altro che svelare una triste verità. RAFFAELE IANNUZZI

30.05.2018 - Raffaele Iannuzzi
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Guenther Oettinger (Lapresse)

Friedrich Schiller: “Lo storico è un profeta che guarda all’indietro”. Thomas Babington Macaulay: “In ogni epoca gli esempi più vili della natura umana si possono trovare tra i demagoghi”. Finalmente: contra factum non valet argumentum. I tedeschi ai vertici della Commissione europea sono discepoli di Nietzsche, perché Hegel non funziona più, lo sappiamo (sarebbe troppo lucidamente a favore della politica, non c’è dubbio), e dunque non esistono fatti, ma solo interpretazioni.

Ecco il fatto: “I mercati insegneranno agli italiani a votare nella maniera giusta”. Ossia, a non votare 5 Stelle e Lega. Firmato: il commissario europeo al bilancio Guenther Oettinger (tedesco), intervistato dalla Tv tedesca Deutsche Welle. Con buona pace del tweet diffuso dal giornalista che ha intervistato cotanto personaggio, che riportavano appunto le parole di cui sopra, il tecnocrate del bilancio Ue ha smentito. Ma le smentite da parte dei commissari europei, dopo sortite di questa natura, sono ormai diventate un genere letterario, un lungo romanzo d’appendice scritto sempre in tedesco e tradotto, con i sottotitoli in francese (dubito, oggi, in inglese), mai in italiano.

Ogni fatto ha la sua genesi: tre giorni fa, Oettinger, intervistato dal Berliner Morgenpost, aveva detto a chiare lettere che “un’Italexit non è affatto improbabile, con una nuova crisi dell’euro, l’Italia non sarebbe fuori, ma nel bel mezzo di tutto, i mercati stanno già reagendo, i titoli di stato italiani stanno diventando più costosi, l’euro si sta indebolendo”. Corollario finale: “I criteri del nuovo debito e del debito totale devono essere rispettati, in caso contrario, avremo confronti duri”. 

A parte i toni insopportabili da feldmaresciallo bismarckiano in congedo, con il solito zelo paraluterano – marchio di fabbrica e combinato disposto di questa Ue a trazione pericolosamente e antidemocraticamente tedesca -, Oettinger ha il merito oggettivo di parlar chiaro e buttar giù a calci e testate l’altarino dell’ipocrisia da manuale cortigiano modello Baltasar Gracian dal quale vengono tratte le pillole di “saggezza” pelosa all’indirizzo dell’Italia.

Tutto chiaro: i mercati comandano. Il mercato è una realtà strutturale e impersonale, qualcosa che serve a dare un’unità di misura universale e astratta di quella variabile dotata di incalcolabili fattori, tutti allineati sul terreno dell’umano che produce, crea e genera, definita “ricchezza”. Bene, allora, prendiamo sul serio e fino in fondo quest’affermazione, portandola alle estreme conseguenze.

Primo corollario: se il mercato, da unità di misura e variabile economica ed econometrica (non più antropologica) diventa il criterio universale per determinare il fattore “politica”, allora ciò significa che, da questo momento in poi, la nostra crisi diventa anche la loro (leggi: dei tedeschi) e, di conseguenza, anche la loro politica sarà a sua volta determinata da ciò. Perché non sfugge a chiunque abbia ancora uno sguardo limpido sulla realtà che i mercati sono integrati e non governabili con la mera leva fiscale o finanziaria. Si pensi ai consumi, alla domanda interna, alla demografia, alle istituzioni. 

L’insipienza di questi funzionari del catasto dell’Unione europea è perfino più imbarazzante della loro arroganza. Non hanno ancora capito che azzerare la politica significa mandare all’aria quel contesto che inevitabilmente si porta innanzi ogniqualvolta si debba dialogare e negoziare in sede europea. Perfino una personalità non ostile all’assetto tecnocratico europeo come il Prof. Cottarelli dovrebbe – ipotesi di scuola, la mia, ovviamente – porsi sul piano politico. 

La rilettura di un economista di innegabile grandezza come Röpke aiuterebbe non poco i padroni del laboratorio tecno-nichilistico europeo. Ma temo che la questione non sia accademica o di scuola: continuano, costoro, ad alimentare la peggiore e la più sterile demagogia, anche (soprattutto) in Italia.

Secondo corollario: il pensiero critico anti-Ue si dice in molti modi, come l’essere, secondo la metafisica di Aristotele. Il “ceppo” del mio pensiero critico pesca la sua linfa nell’ultimo Bettino Craxi che, da sconfitto, ha capito tutto del destino dell’Italia in Europa: “L’Europa sarà un inferno”. Quindi, non ho bisogno né di 5 Stelle né della Lega a guida salviniana per condurre un rigoroso esercizio critico, interamente politico, nei confronti dell’Ue.

D’altra parte, che 5 Stelle sia il vuoto pneumatico più evidente lo dimostra la reazione di Di Maio nei confronti della dichiarazione di Oettinger. Egli si è rivolto a Juncker per ottenere una smentita: se la cosa non fosse ben oltre il comico, sarebbe perfino drammatica. Dopo aver chiesto l’impeachment per il Presidente della Repubblica, con sommo sprezzo del ridicolo, ora ha fatto l’ultimo passo verso l’abisso. Non male, prendo nota, performances così non sono da tutti.

Dimostrazione ordine geometrico demonstrata dell’assenza più che ventennale di autentica politica in questo Paese: 5 Stelle e Lega sono i due “campioni” di questo nichilismo demagogico che altro non fa che portare acqua al mulino della tecnocrazia tedesca al comando a Bruxelles. Masaniello non è mai stato uno statista. Al più, poteva accedere a corte, per questuare favori e pane, dopodiché, uscito dalla camera dei bottoni, chi di dovere apriva le finestre per arieggiare l’ambiente, infestato da aromi non proprio gradevoli. Oggi, invece, il “plebeismo” alla Masaniello è entrato nei palazzi della politica e tutto è mutato: il peggio del peggio.

L’assenza di politica genera sempre mostri, al pari dell’assenza della ragione. Quindi, se la tecnocrazia di Bruxelles è insipiente, ottusa e inaccettabile, la demagogia vuota, becera e violenta che le si oppone a ogni piè sospinto è il frutto amaro della cattiva dialettica Ue vs cosiddetto “populismo” e ritorno. Del resto, il “populismo” è talmente storicamente determinato o, secondo altra lettura, seriamente da considerare, che non può essere attribuito né al clan degli amici di Rousseau, padre della “democrazia totalitaria” (Jacob Talmon), né ai nuovi “vichinghi” urlanti nelle piazze, salvo mantenersi ben stretti nomine e poltrone anche a Bruxelles.

Terzo corollario: per entrambi – tecnocrati Ue e demagoghi in servizio effettivo permanente -, vale la boutade del Gaber d’annata: “La politica è schifosa e fa male alla pelle”. Per i primi, essa deve essere annientata dai mercati, per i secondi, ci devono pensare le piazze che, in passato, hanno anche eletto quel certo cancelliere austriaco che ha causato qualche serio problema al mondo intero. La politica non è solo risultato elettorale, esito delle urne sbandierato come una performance sportiva. Se non riesci ad aiutare i tuoi elettori a diventare soggetti politici e non sei in grado di raccontare loro verità anche scomode, sei solo un demagogo, non un politico.

E la prima verità scomoda da raccontare è la seguente: l’Italia è un Paese debole. Lo è da quando un’alleanza di estremisti da salotto – giudici e baroni della finanza mondiale – hanno deciso, nel biennio 1991-93, che il Bel Paese al quarto posto fra le economie mondiali proprio non andava: in meno di un mese hanno arrestato la migliore classe dirigente europea, figlia di quella che aveva risollevato le sorti della Nazione, dopo aver perso una guerra e avendo subito una dittatura per più di vent’anni. Il resto è stato reattività politica che ha creato quella cattiva dialettica sopra descritta. 

Cattiva dialettica di varia foggia e guisa, dal berlusconismo nazionalpopolare contro i comunisti al nuovo circo di demagoghi all’assalto del palazzo d’inverno di Bruxelles. In mezzo, defunta la politica. Oettinger, con quel piglio da padrone delle ferriere che disturba, bestemmia in chiesa, in quella chiesa senza altari e pieni di falsi devoti, i nuovi tifosi della “sovranità popolare”, che rimasticano gli improperi a chi comanda, modello “perfida Albione” di mussoliniana memoria. Non a caso, questa solenne idiozia ideologica è stata ribattezzata con l’ennesimo “ismo”: il “sovranismo”. E dentro ci sono socialisti comunitaristi, ex di tutti gli ordini e gradi, neonazisti riciclati, analfabeti politici e non solo, frequentatori di centri sociali, gente che non ha lavorato neanche un giorno in vita sua. Il peggio di questo fantastico Paese, che sta rendendo un gigantesco servigio ai padroni di Bruxelles, i quali ringraziano sentitamente. Nell’età aurea della politica, l’etichetta era a disposizione: utili idioti.

P.S.: Le ultime notizie sulle elezioni addirittura il 29 luglio p.v., mai successo nella storia repubblicana; l’inevitabile rincaro dell’Iva al 24% (gli italiani sentitamente ringraziano); unitamente al rilancio, da parte di Salvini, di un nuovo “governo” 5 Stelle-Lega con il recupero di Savona (che, ripeto, non è la pietra dello scandalo, come ho già scritto, ma chi legge ha già capito che non è questo il punto), corroborano, se mai ve ne fosse bisogno, l’analisi di cui sopra. Anche stavolta: et de hoc satis.

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