DIETRO IL CAOS/ La carota della Costituzione e il bastone di Francoforte

- Alessandro Mangia

Avere finalmente varato un governo ha ancora qualcosa a che fare con le decisioni prese da Mattarella domenica 27 maggio? Sì e le conseguenze non si possono cancellare. ALESSANDRO MANGIA

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Sergio Mattarella (Foto archivio del Quirinale)

La domanda che da domenica sera appassiona giornali e costituzionalisti, e cioè “Mattarella poteva rifiutare la nomina di un ministro proposto?” è una domanda mal posta. E sappiamo tutti che a una domanda sbagliata non si possono dare che risposte sbagliate.  

La domanda vera è: “a quali forme di verifica e responsabilità è soggetto il Presidente della Repubblica nella sua azione?”. E la risposta a questa domanda non sta nell’articolo 92, ma nell’articolo 90 della Costituzione che ci parla della responsabilità penale del Presidente della Repubblica. Per tutto il resto il Presidente è irresponsabile per definizione perché, per definizione, non fa politica. Non la fa perché la politica la fanno partiti e governo. E non facendo politica, non può essere assoggettato a quella forma di responsabilità che regge gli ordinamenti democratici, che chiamiamo responsabilità politica, e che, ad esempio, fa sì che chi ha governato male prenda una batosta alle elezioni. 

In fondo è tutto abbastanza chiaro e semplice. I confini della democrazia sono i confini della responsabilità politica. Certo, è uno strumento rozzo e approssimativo, ha i suoi limiti, ma è meglio di niente. Il resto sono chiacchiere.

Ora, che da domenica sera sia partito il tam-tam dell’impeachment al Capo dello Stato — rientrato in quarantott’ore — semmai significa due cose. La prima è che chi si è sentito leso dall’atteggiamento di Mattarella è andato a cercare in Costituzione l’unica forma di responsabilità del Capo dello Stato e si è trovato per le mani solo la messa in stato d’accusa per attentato alla Costituzione. Da scartare subito. Se invece di indignarvi per Salvini cocciuto e Mattarella che interferisce, a mente fredda, provate ad immaginarvi di andare tra qualche anno — e cioè dopo essere passati attraverso tutte le fasi di filtro previste dall’ordinamento — in Corte costituzionale a dimostrare che Mattarella ha dolosamente operato per sovvertire l’ordinamento costituzionale, capite subito che si tratta di una prospettiva fantasiosa.

E allora perché si è gridato alla messa in stato d’accusa? 

Intanto, sia chiaro, invocare lo stato d’accusa, di per sé, non è una bestemmia, né lesa maestà. Ai tempi di Cossiga picconatore, il Pci di Occhetto e gli stessi giornali che oggi si indignano per Mattarella avevano cavalcato la campagna per la destituzione di Cossiga dicendo e scrivendo — per mesi — di molto peggio di quanto si è sentito in questi due giorni. E a nessuno era saltato in mente di invocare l’articolo 278 del codice penale per difendere onore e prestigio di un Presidente indicato un giorno sì e uno no come un malato di mente o un eversore. Certo, le cose che adesso si scrivono su Twitter al massimo si dicevano al bar, ma le cose scritte su Twitter dimostrano semmai un’altra cosa, ossia che anche chi — convenzionalmente — non fa e non deve fare politica — il Presidente — può essere oggetto di valutazione. E allora capiamo che l’invocazione allo stato d’accusa ha poco di giuridico, ma molto di politico. E non dico politico in senso deteriore. Dico politico nel senso che l’invocazione dello stato d’accusa è l’unico strumento che hanno a disposizione le forze politiche per censurare e contrapporsi ad interventi del Capo dello Stato che di politico hanno molto. E che però non gli spettano.

In fondo le premesse erano già state poste nei giorni scorsi, quando dal Quirinale — e dalla sua Burocrazia, che dovrebbe essere oggetto di valutazione a parte — si era fatto sapere che il Presidente non sarebbe stato un notaio della crisi. Brutta precisazione, che preannunciava tutte le intenzioni del Presidente e dei suoi Consiglieri di muoversi sulle linee di confine tra un ruolo di garanzia (quello che non è oggetto di responsabilità politica) e un ruolo schiettamente politico (che invece dovrebbe rientrarci, ma non ci rientra perché l’unica responsabilità del Presidente è per alto tradimento o attentato alla Costituzione: vale a dire la bomba atomica per combattere la guerriglia). 

Purtroppo sono decenni che alla Presidenza della Repubblica si gioca su questa ambiguità. E tutta la cronaca della Seconda Repubblica, da Scalfaro in poi, è segnata da questa stessa ambiguità, dalla quale i Presidenti precedenti si erano voluti tenere saggiamente lontani. Napolitano è stato un virtuoso delle scorrerie in questa “zona grigia”, nelle quali resterà probabilmente ineguagliato.

Il punto è che è da più di vent’anni che si forzano e si ridisegnano le regole di rapporto tra maggioranze politiche e Quirinale attraverso decreti legge bloccati, esternazioni, indirizzi e contrattazioni: per dirla in modo educato, attraverso sistematiche correzioni dell’indirizzo di maggioranza che hanno fatto funzionare un sistema parlamentare, come ancora dovrebbe essere il nostro, come se fosse un sistema presidenziale o semipresidenziale. Con la maggioranza a lamentarsi e la minoranza a “difendere” il Presidente e la Sua Imparzialità. Tanto la sanzione quale poteva essere? La messa in stato d’accusa? 

Il risultato è che se ci si prende la briga di andare a rileggere i manuali che si fanno studiare agli studenti — un esercizio di onestà che pochi hanno fatto — si leggono delle cose chiare e concordi sul ruolo del Quirinale nella nomina dei ministri. Che non sono quelle che si sono sentite e lette in giro in questi giorni. Un tempo si diceva uniformemente che la proposta del Presidente del Consiglio incaricato era vincolante (i misteri dell’atto complesso) e il Presidente la doveva accettare. Se no interferiva nell’indirizzo politico del Governo e dei suoi poteri.

Il fatto è che quel disegno che si trova nei manuali oggi non tiene più, perché è tracciato da linee che sono state oltrepassate più volte senza che sia stato possibile far valere alcuna forma di responsabilità, al di là della minaccia — giuridicamente impropria e politicamente inadeguata — della messa in stato d’accusa. O di qualche dichiarazione sui giornali. E si capisce che quello di Mattarella, semmai, è soltanto l’ultimo di una serie di strappi che la nostra Costituzione ha subito, e continua a subire, senza che sia possibile una sanzione, né politica, né giuridica. Semplicemente in Costituzione ci sono spazi vuoti, e chi arriva per primo li occupa senza conseguenze: una specie di usucapione di ruoli e funzioni, per capirci, che non è sanzionabile. Triste per il grande pubblico, ma tanto vero da avere anche un nome: norme a fattispecie aperta, integrate da prassi, convenzioni, correttezza costituzionale. E cosa succede se vengono violate prassi e convenzioni? La risposta è “niente”: semmai si dice che ce ne sono di nuove, e la cosa finisce lì.

Detto questo, il discorso di domenica sera avrebbe fatto molto meno scalpore, e non avrebbe spinto nessuno a parlare per due giorni di messa in stato d’accusa, se Mattarella si fosse limitato ad annunciare i fatti — la rinuncia del Presidente del Consiglio incaricato — a fronte della divergenza sul nome del Ministro dell’Economia, e si fosse fermato lì, salutando e lasciando elegantemente tutto alla sfera delle illazioni politiche, da cui avrebbe dovuto tenersi prudentemente lontano. Capite che sarebbe stato difficile montare un caso sul niente.

Il punto è che — come gli antichi sapevano bene — gli dei accecano coloro che vogliono perdere. Nel momento in cui Mattarella ha preso a spiegare ai giornalisti le ragioni della sua posizione e cioè, in accesso di sincerità, a motivare la sua linea tracciando un quadro fosco delle sorti del paese nel caso in cui fosse stato nominato “un sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro” (leggere per credere) la magia del Presidente avulso dalle dinamiche politiche è svanita di colpo e il potere di esternazione ha cominciato a fare il suo lavoro. 

Dire che:

“L’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane. Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui, e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo quando — prima dell’Unione Monetaria Europea — gli interessi bancari sfioravano il 20 per cento” (…)

ha significato manifestare le ragioni, tutte politiche, che lo spingevano a bloccare la nomina di un ministro. E a gettare in pasto al dibattito politico e giornalistico una linea di valutazioni fatte all’interno delle stanze del Quirinale che, in quanto tali, avrebbero dovuto essere tenute al riparo dal dibattito politico, come sempre era stato in passato. L’antica riservatezza del Quirinale è svanita e al suo posto si è avuto un caso di scuola di eccesso di motivazione.  

E’ probabile che, con questo passaggio, niente affatto dovuto, Mattarella volesse fare del bene: e cioè rassicurare i cosiddetti mercati (i quali, lungi dall’essere entità astratte e impersonali, hanno nome e cognome ed operano quotidianamente sui mercati, influenzandoli), rivolgendo a loro questo messaggio. E il messaggio era “state tranquilli perché noi dall’euro non ci muoviamo”. 

Il punto è che, così facendo, e cioè sostenendo che Savona non poteva fare il ministro dell’Economia perché nel suo passato di ricerca aveva teorizzato e sostenuto cose notissime al dibattito economico — e cioè che la moneta unica, senza correttivi, è disfunzionale alle economie di paesi diversi per struttura produttiva e per ciclo economico — Mattarella confermava in poche battute tutti i cavalli di battaglia dell’antieuropeismo. 

E cioè, nell’ordine, che i processi politici del paese sono condizionati dall’esterno; che la moneta unica, per mantenersi in vita, impone certe politiche e non altre; che se non si seguono queste politiche arrivano spread, crolli di borsa, difficoltà per le imprese, cavallette e interessi al 20 per cento; che, alla fine, votare è possibile, ma solo in una direzione. 

Altrimenti bisognerebbe completare il quadro abbozzato ai tempi di Maastricht, organizzare forme di trasferimento dal centro alle periferie dell’Unione, avere un bilancio federale, condivisione dei debiti e via dicendo. Tutte cose che sapevano benissimo coloro che l’euro lo hanno progettato decenni fa, tra i quali sta lo stesso Savona, cresciuto con quel pericoloso sovversivo di Guido Carli. E che però sono fumo negli occhi di chi, da questa fase intermedia della costruzione europea, ha tratto — e trae tutt’oggi — cospicui vantaggi a spese altrui. Perché lo svantaggio di uno è automaticamente il vantaggio dell’altro.

Per inciso, voi credete davvero che, dal 2011 ad oggi, le singole Banche centrali non si siano mai poste il problema del cosa fare in caso di rottura dell’Eurosistema e non abbiano approntato delle linee di comportamento di emergenza? Il punto è che se l’hanno fatto, come avrebbero dovuto farlo, l’Europa è piena di banchieri centrali eversivi almeno quanto Paolo Savona. 

Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Le forze che Mattarella voleva esorcizzare con le sue parole si sono manifestate più forti di prima; borsa e spread dopo il suo discorso sono andati sull’ottovolante, complice l’atteggiamento di chi i mercati li influenza; si è fatto sapere al Paese che ciò che dicono i cosiddetti sovranisti (ormai è sovranista chiunque ritenga disfunzionale l’attuale stato di cose) è perfettamente vero; e il brillante commissario al Bilancio dell’Unione Oettinger ci ha messo del suo, informando gli elettori italiani che presto i “mercati” avrebbero disciplinato gli elettori italiani, facendogli capire in che direzione votare. 

Ci si indigna per Oettinger. Ma quello che ha detto Oettinger è esattamente ciò che ha detto Mattarella al paese in diretta televisiva, ufficializzando il vincolo esterno come elemento costitutivo dell’ordine repubblicano. Perché uno sì e l’altro no? 

La mossa successiva (il piano B del Quirinale) è stata quella di incaricare a stretto giro un funzionario in pensione del Fmi che da lunedì fino a ieri si è aggirato per Roma per riuscire a mettere insieme una lista di nomi disposti a farsi massacrare in Parlamento all’atto di chiedere la fiducia. Chi gliel’avrebbe votata? Qual è il partito che, sapendo di andare prima o poi ad elezioni, avrebbe voluto presentarsi in campagna elettorale come il partito che ha dato la fiducia a Cottarelli? Per 48 ore si è sfiorato il ridicolo di una capitale dove circolavano i ministri mancati del quasi governo Conte, i ministri interpellati dal quasi premier Cottarelli, i ministri riarrangiati del quasi governo Conte II.

Ma questo è il meno. Con la sua motivazione non richiesta, Mattarella — elezioni o no — ha sdoganato il problema del vincolo europeo. Proprio ciò che — presumibilmente — Mattarella non voleva, e si doveva evitare per schivare una crisi greca all’ennesima potenza. Non sarebbe stato saggio dibattere per mesi di Europa ed euro quando la messa in discussione di una moneta è in realtà la messa in discussione di quella Bce che rifornisce i bancomat, può tagliare le linee di finanziamento alle banche, o che può smettere di governare il nostro spread con ottime ragioni nel momento in cui le sempre indipendenti agenzie di rating decidono che i Btp non rientrano nei parametri del Qe. 

Il Regno Unito una campagna elettorale di mesi sull’Europa l’ha potuta fare perché aveva una sua banca centrale. Noi non l’abbiamo più. Quello che non si capisce subito, quando si parla di queste cose, è che la Bce, quando preserva l’euro con il “whatever it takes” (il famoso “tutto quel che è necessario” del 2012), preserva molte cose, ma preserva innanzi tutto se stessa e il suo ruolo di cuspide del sistema politico e finanziario d’Europa. Con tutto ciò che ne viene in termini di assetti costituzionali nei singoli stati. E’ l’altra faccia della splendente dottrina dell’indipendenza delle banche centrali: sono talmente indipendenti che alla fine sono gli altri a dipendere da loro, come la Presidenza della Repubblica ha annunciato in diretta al paese.

Ora Mattarella è riuscito a far partire un governo. Dovrà ricordargli ad ogni piè sospinto che, piacendo o non piacendo, in Costituzione l’articolo 81 c’è. E se è difficile fare un decreto legge senza averlo prima contrattato con il Presidente della Repubblica, figurarsi fare la riforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza e la flat tax passando dal Quirinale. Plausibilmente il nuovo governo realizzerà solo una frazione di quello che aveva promesso, si dovrà barcamenare tra una Presidenza della Repubblica che esercita suoi poteri formali (ecco il vero indirizzo politico costituzionale) e una Commissione e una Bce che aprono e chiudono i cordoni della borsa. E alla fine della sua esperienza, lunga o breve che sarà, dovrà andare a spiegare agli elettori cosa ha realizzato e cosa ha lasciare da parte. Insomma, la vita difficile e grama di ogni governo, dal 2011 ad oggi, preso tra un elettorato che sta sempre peggio, un commissario europeo che ti strizza il bilancio e un Eurogruppo dove andare a fare il vaso di coccio.

Davvero, quanto rimpianto dovremmo avere per la Prima Repubblica. E per l’inspiegabile, e un po’ antipatico, riserbo dei suoi esponenti.

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