STATO-MAFIA/ Violante: se “trattativa” c’è stata ne ero all’oscuro, ecco perché

- int. Luciano Violante

LUCIANO VIOLANTE tra il 1992 e il ’94 è stato presidente della Commissione antimafia. In questa intervista ricostruisce la sua posizione in merito alla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”

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Luciano Violante (LaPresse)

“Da cosa avrei dovuto trarre il sospetto della cosiddetta trattativa”? Luciano Violante, ex presidente della Camera, tra il 1992 e il ’94 è stato presidente della Commissione antimafia. Sono gli anni in cui, secondo la Procura di Palermo, alti ufficiali dei carabinieri ed esponenti delle istituzioni instaurarono un “dialogo” con il vertice di Cosa nostra perché la mafia desistesse dall’attacco frontale condotto verso lo Stato. Una apertura che avrebbe confermato in Totò Riina la decisione di far valere ulteriormente la sua posizione di forza, assassinando il giudice Paolo Borsellino. 

Violante è citato nella sentenza, che a suo riguardo parla di “tardivi ricordi”, risalenti precisamente solo al 2009, cioè 17 anni dopo che Vito Ciancimino, per tramite del colonnello Mario Mori, avrebbe cercato di metterlo al corrente del “patto”. In questa intervista, l’ex magistrato ricostruisce gli eventi che fanno chiarezza sulla sua posizione.

Lei ha detto che non ha mai avuto sentore di una trattativa. Dunque l’ha scoperta solo dopo, perché le motivazioni della sentenza di Palermo ci hanno restituito, fino a prova contraria, la verità storica. Come spiega quello che è accaduto?

La sentenza di Palermo andrebbe studiata nella Scuola superiore della magistratura come modello per l’impostazione dei temi e lo svolgimento delle argomentazioni relative a un processo tecnicamente complesso e istituzionalmente delicato. Non tutto è condivisibile, ma tutto è lineare, intellettualmente onesto, privo di pregiudizi. Nella sentenza il termine “trattativa” è sempre citato tra virgolette e in più parti si scrive “La cosiddetta trattativa Stato-Mafia”, ad esempio alle pagine 263, 845, 987, 1026. Nella Terza della sentenza, la Corte d’Assise dopo aver chiarito che non c’è dubbio sui contatti tra esponenti delle istituzioni ed esponenti di Cosa nostra, spiega che c’è “conflitto sulle ragioni di tali contatti” e si impegna a spiegare quali sarebbero queste ragioni ad avviso della stessa Corte. E Giancarlo Caselli ha scritto: “Gli imputati sono stati condannati non per aver trattato (di per sé non un reato) ma per aver commesso il delitto di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato”. Ma non tutti i commentatori sono stati altrettanto onesti; l’opinione pubblica non è stata correttamente informata. Passo alla sua domanda: il processo per la “cosiddetta trattativa” comincia nel 2009. Vuol dire che sino a quel momento nessuna Procura della Repubblica aveva ritenuto vi fossero i presupposti per avviare un’indagine penale a riguardo. Io, come tutti, meno quelli che eventualmente l’hanno praticata, ne ero all’oscuro. Inoltre lei parla di “verità storica”. Mi scusi, ma è un altro errore. Le sentenze, specie se soggette, come questa, a impugnazione raccontano una verità processuale, non una verità oggettiva. Questa spetta agli storici, non ai giudici. 

A cosa facevano riferimento secondo lei gli “indicibili accordi” citati da Loris D’Ambrosio e i contatti tra esponenti delle istituzioni e mafiosi di cui Borsellino, prima della morte, avrebbe parlato alla moglie, Agnese Piraino Leto?

Nella lettera con la quale Loris D’Ambrosio presentava le sue dimissioni al presidente Napolitano, dopo una violenta quanto infondata campagna di stampa di un quotidiano, dimissioni respinte, il magistrato scrive tra l’altro di “ipotesi — solo ipotesi — di cui ho detto anche ad altri, quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. D’Ambrosio aveva il timore, nato alcuni anni dopo i fatti, di essere stato strumentalizzato. Correttamente parla di “ipotesi — solo ipotesi”.

Lei sarebbe uno “smemorato” della trattativa, una persona che non poteva non sapere e che ha evidentemente ritenuto normale che un vertice del Ros come Mario Mori intrattenesse rapporti di collaborazione con Vito Ciancimino. Come risponde?

Considero quell’espressione, usata da qualche quotidiano ma non dai giudici,  gravemente offensiva. Comunque rispondendo alla sua domanda. Potrebbe essere utile leggere le pagine da 846 in poi dove la Corte d’Assise di Palermo distingue tra “trattativa” lecita e “trattativa” illecita. L’allora colonnello Mori, pochi giorni dopo il mio insediamento alla presidenza della Commissione Antimafia, il 30 settembre 1992, venne a dirmi che Ciancimino voleva avere con me un colloquio riservato. Respinsi la proposta, perché nelle mie funzioni istituzionali non facevo colloqui di quel genere. Successivamente Ciancimino chiese di essere ascoltato dalla Commissione. La Commissione decise di ascoltarlo solo dopo aver impostato l’indagine sui rapporti tra mafia e politica. Ma il 22 dicembre 1992 Ciancimino fu arrestato e la Procura di Palermo mi chiese di rinviare la nostra audizione ad un momento successivo alla conclusione dei loro interrogatori. Ciancimino venne interrogato da Palermo per tutto il 1993. A gennaio 1994 si sciolsero le Camere e la Commissione Antimafia esaurì le sue funzioni. Da cosa avrei dovuto trarre il sospetto della “trattativa”? In quanto mi era stato detto dall’allora colonnello Mori non c’era alcun indizio di illecita negoziazione, né tanto meno un indizio di reato. Chi e di che cosa avrei dovuto avvertire a quell’epoca? 

Perché decise di parlare con la Procura di Palermo?

Il Corriere della Sera del 17 luglio 2009 pubblicò un articolo nel quale, tra l’altro, si riferiva di una deposizione del figlio di Ciancimino: “mio padre voleva che del ‘patto’ fosse informato Luciano Violante. E il signor Franco tornò assicurando che Violante non ne sapeva niente”. Era la prima volta che venivo a sapere di un eventuale tentativo di mio coinvolgimento nella cosiddetta trattativa. Ho pensato al colloquio con il colonnello Mori e ho ritenuto che quel colloquio avrebbe potuto interessare l’autorità giudiziaria e, come mio dovere, ho deciso di informare subito il dottor Ingroia, titolare dell’istruttoria. Perciò non condivido l’espressione “tardivi ricordi” usata nella sentenza. Tardivi rispetto a che cosa? Se all’ipotesi della “trattativa” riportata dal Corriere, la tardività è di un paio di giorni. Se rispetto ai colloqui con il generale Mori, non potevo riferire nulla della “trattativa” perché non sapevo nulla. Peraltro mi ha fatto piacere leggere un giudizio positivo che mi riguarda in altra parte della sentenza (pag. 1533).

Lei sta leggendo la sentenza. Che impressioni ne trae? E’ una sentenza che sta riscrivendo la storia degli anni post-92?

Come ho già detto, le sentenze non scrivono la storia. Né tantomeno devono averne l’ambizione.

Salvatore Sechi sul Sussidiario ha scritto che la logica applicata da Ingroia, Di Matteo, Scarpinato lascia trapelare, oltre all’accertamento della verità, una concezione della giustizia penale “intesa come ideologia di ruolo” con il fine di rinnovare il sistema politico. Che ne pensa?

Forse qualche magistrato ha avuto o ha questa idea distorta del ruolo della magistratura. Ma il disegno è stato patrocinato soprattutto da quella che io chiamo la “società giudiziaria”, un insieme di mezzi di comunicazione, parti politiche e comuni cittadini che vede nella magistratura un’alternativa alla politica; è una idea, per fortuna minoritaria, che porterebbe alla dittatura.

A 25 anni dalla morte di Raul Gardini, un articolo di Repubblica ha stabilito un ulteriore rapporto tra Cosa nostra e l’agonia della prima repubblica. Riina non avrebbe avuto un patto solo con la politica ma anche con il Gotha del sistema industriale italiano. Che ne pensa?

E’ possibile, ma con finalità diverse. Da un lato il potere politico, dall’altro il business. 

(Federico Ferraù)

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