LEGGE DI BILANCIO/ La Costituzione violata e quell’ipotesi che non si può dire

Costituzione violata, come hanno gridato Pd e FI? O una grande recita a soggetto? Attenti a quello che si nasconde nell’approvazione della manovra

02.01.2019 - int. Mario Esposito
Bagarre in aula al Senato (LaPresse)

Costituzione violata? O piuttosto una grande recita a soggetto? Prendiamo il deputato Emanuele Fiano, divenuto simbolo della “Resistenza” Pd. “Avete scelto di far morire una regola, avete sepolto e offeso il dettato dell’articolo 72 della Costituzione”. Ogni ogni disegno di legge dev’essere esaminato da una commissione e poi dalla Camera (o dal Senato) e approvato articolo per articolo e con votazione finale. L’accusa del Pd (ma anche di Forza Italia) al governo è quella di avere fatto strame delle procedure, esautorando la commissione Bilancio e ricorrendo a un maxiemendamento con più di 1500 commi e infine alla questione di fiducia per far approvare dal parlamento una legge di bilancio senza che si conoscesse il suo contenuto. Ma il Pd non si è limitato alle critiche, alle manifestazioni in aula. Ha depositato un ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione, sollevato dai parlamentari verso la camera di appartenenza. Come dire: non potete scavalcarci. Formalismi giuridici? Non proprio: se il ricorso fosse dichiarato ammissibile, esisterebbe l’eventualità che l’intera legge di bilancio possa risultare incostituzionale. Si aprirebbe virtualmente la strada all’esercizio provvisorio del bilancio dello Stato, proprio lo scenario che il governo ha voluto scongiurare. Fanta-giurisprudenza? In Italia la frontiera del possibile si sposta con una certa facilità.

“Il primo in Italia che ha sollevato un conflitto di attribuzione di singoli parlamentari contro la camera di appartenenza sono stato io — dice al Sussidiario il costituzionalista Mario Esposito —. La Corte lo dichiarò inammissibile non già per difetto di legittimazione, ma per il rifiuto di vedere il fondamento costituzionale delle attribuzioni violate, nonostante fosse stato puntualmente individuato nel ricorso. Alcuni si scandalizzarono, dissero che avevo una concezione ancien régime delle norme costituzionali. Vedo però che nelle ultime ore il partito dell’ancien régime ha allargato le sue fila, includendo anche chi allora manifestava perplessità. Chi l’avrebbe detto?”.

Di che cosa parliamo, professore?

Nel 2016, quando la maggioranza fece con la legge Cirinnà quanto o peggio di quel che il governo Conte ha fatto con la legge di bilancio, una cinquantina di senatori sollevarono un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato nei confronti del Senato per gli atti del  suo presidente, della conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari e del vicepresidente della Commissione giustizia.

Qual era il punto?

Che le prerogative dei singoli parlamentari in Commissione vennero calpestate. Senza la pressione del bilancio da approvare entro il 31 dicembre. Tuttavia non si gridò allo scandalo.

I soliti due pesi e due misure. Oggi i parlamentari sono “poteri dello Stato”, come tali partecipi della funzione legislativa delle camere, guai a scavalcarli, ma ieri non lo erano…

Proprio così: lo sono e non lo sono, secondo valutazioni contingenti. Invece le regole andrebbero osservate sempre, altrimenti come si può legittimare l’aspettativa che anche gli altri le osservino, quando è il loro turno?

Cosa succede se la Consulta dice che la legge di bilancio è stata approvata ledendo le prerogative della minoranza?

Vengono annullati i deliberati assunti in violazione della norma fondamentale, cioè della Costituzione.

Il paese andrebbe diritto in esercizio provvisorio. Le pare possibile?

Se sia possibile non lo so. Osservo però che nemmeno la cosiddetta questione di fiducia è prevista in Costituzione, eppure chi protestava nei giorni scorsi sui banchi di Camera e Senato vi ha fatto ampio ricorso quando era al governo.

Detto questo, però, se lei difese 50 senatori in occasione della Cirinnà, ora non può dare ragione al governo.

Non è questo il mio compito. Però le contraddizioni sono importanti. Vanno segnalate e possibilmente affrontate, e anche risolte.

Cosa intende dire?

Dico che sarebbe stato auspicabile pensare alla democrazia rappresentativa anche ed innanzitutto nel 2012, quando, con larghissimo consenso, si modificarono gli articoli 81, 97, 119 della Costituzione, che ne disinnescano ormai leve essenziali.

Gli articoli 81 e 97 obbligano un parlamento, il nostro, a una funzione notarile, quella di approvare una legge di bilancio i cui saldi sono stati rimodulati a Bruxelles dalla Commissione europea.

Proprio così. Prendere o lasciare, altrimenti c’è la procedura di infrazione. Il Parlamento non ha più alcun margine di manovra, perché ci si è costituzionalmente vincolati alla conformità ai parametri e agli indirizzi europei: basti pensare alle parole di Moscovici, che promette una stretta sorveglianza sulla gestione delle nostre finanze. È dunque lecito ritenere che le forzature dei giorni scorsi siano effetto dei doveri che, in forza degli artt. 81 e 97 Cost., gravano direttamente sul Governo. Se il vertice del nostro ordinamento è sovranazionale — e lo è — o se ne prende atto, e dunque ci si comporta di conseguenza, dimenticando, soprattutto in materia di bilancio, la centralità del Parlamento; o ci si muove per cambiare questo assetto.

Che conclusioni trae da tutto questo?

Una prima conclusione è che, da quanto sta accadendo, si trae la conferma che ormai da molto, troppo tempo c’è una tendenza ad un uso contingente delle regole costituzionali, più o meno rimpiazzate da effimeri accordi convenzionali tra le parti politiche. La seconda, strettamente legata alla prima, può formularsi come  domanda: vogliamo o no sanare il contrasto tra parte prima e parte seconda della Costituzione, facendo una riforma organica e soprattutto chiamando gli italiani a manifestare la loro volontà in proposito?

Cosa dirà la Consulta quando avrà sul tavolo il ricorso?

Ferma restando l’amplissima discrezionalità che la Consulta si riserva, particolarmente in questa materia, appare probabile — ed è auspicabile — che lo giudichi ammissibile. Quanto al merito, potrebbe ritenerlo infondato. Non tanto in considerazione delle conseguenze di una sentenza di accoglimento, quanto piuttosto in ragione del nesso tra le scelte compiute in sede parlamentare e gli obblighi di conformità all’Unione Europea, ai quali ho fatto cenno.

Ma se l’operazione riuscisse, il governo uscito dalle urne sarebbe politicamente delegittimato. Sarebbe una svolta per tutta l’Unione Europea, proprio alla vigilia del voto continentale minacciato dai “sovranisti”.

Mi pare che convenga porsi innanzitutto un’altra questione. Qual è il rating istituzionale del nostro Paese, in questo oscillare di opinioni e passioni persino in ordine alle regole costituzionali? Per quanto potremo lasciare irrisolta una così grave contraddizione nel cuore stesso del nostro sistema istituzionale, tra sovranità popolare e governo sovranazionale?

(Federico Ferraù)

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