DIETRO LE QUINTE/ Il piano M5s per incastrare Di Maio ha spiazzato Salvini

- Anselmo Del Duca

La vicenda Tav lascia ferite profonde, che potrebbero non rimarginarsi. La scampata crisi che ha messo in angolo Salvini nasce tutta in M5s

palazzochigi governo 1 lapresse1280
Palazzo Chigi (Lapresse)

La ragione per la quale Matteo Salvini esce vincitore ai punti dal match sanguinoso sulla Tav la spiega lo scaltro Giancarlo Giorgetti: solo un voto del Parlamento può fermare la realizzazione della Torino-Lione. E alle Camera la maggioranza sì Tav è schiacciante, visto che contrari sono solamente i 5 Stelle e mezza Leu (gli ex Sel, visto che gli ex Mdp sono a favore).  Non lo si ricorderà mai abbastanza, infatti: la linea ad alta velocità si fa in virtù di un trattato internazionale fra Italia e Francia, firmato a Roma il 30 gennaio 2012 e ratificato dal parlamento italiano con la legge 71 del 23 aprile 2014. Solo rifacendo questo percorso a ritroso si potrebbe davvero dire stop agli impegni internazionali liberamente assunti dal nostro paese.

Certo, in astratto Francia e Commissione europea potrebbero anche convenire su una revisione dell’opera. Ma al massimo si potrà arrivare a un ridimensionamento, non certo alla sua cancellazione, lo scalpo preteso dai 5 Stelle. Si vedrà dopo le europee. E scavallare il voto del 26 maggio senza mandare in frantumi il governo era l’obiettivo minimo dei due vicepremier, che per raggiungerlo hanno dovuto spremere dall’“avvocato del popolo”, Giuseppe Conte, il massimo dei sofismi e dei cavilli.

Basterà per allungare la vita del governo? Lecito dubitarne. La vicenda lascia ferite profonde, che potrebbero non rimarginarsi mai. Il presidente della Camera Fico è stato illuminante: per i 5 Stelle, ha ricordato, il No Tav è una posizione identitaria, quindi irrinunciabile.

Perché questo dato tanto evidente è stato sottovalutato? L’impressione di molti osservatori è che qualcosa sia andato storto, che probabilmente fra Di Maio e Salvini fosse stato raggiunto un accordo verbale per uscire dall’impasse ridimensionando il progetto (la cosiddetta “mini-Tav”), ma che alla fine i falchi pentastellati (Casaleggio, Grillo, Di Battista e lo stesso Fico) abbiano messo il vicepremier all’angolo costringendolo a sposare la linea dura, dopo aver ceduto troppe volte.

Per la prima volta in nove mesi di coabitazione a Palazzo Chigi Salvini è parso colto alla sprovvista e ha dato l’impressione di essere finito sotto schiaffo. I grillini ad annunciare la crisi (Buffagni), i leghisti zitti e – almeno all’apparenza – incerti sul da farsi. Il leader leghista è sembrato in procinto di sferrare il colpo di grazia al governo, ma non l’ha fatto, e viene da chiedersi il perché.

Salvini è spavaldo, ma non avventato. Se ha esitato è perché ha visto un bivio reale davanti a sé, e ha dovuto soppesare il da farsi. Alla fine a fargli respingere la tentazione di aprire la crisi di governo ha concorso una pluralità di fattori, dal non voler tornare con Berlusconi (né prima, né dopo le elezioni), dal non fidarsi fino in fondo di Mattarella (forse sbagliando, perché il capo dello Stato attuale non sembra affatto intenzionato a favorire i movimenti di pattuglie di “responsabili”), sino ai timori di una vendetta grillina nel voto sull’autorizzazione a procedere nei suoi confronti nel caso Diciotti, fissato per il 20 marzo.

Per Salvini, insomma, il tempo di por fine al “governo del cambiamento” non è ancora giunto, conta di guadagnare ancora nel sostenerlo. Se il suo calcolo sia giusto o meno, si scoprirà il 26 maggio. Le europee saranno il vero voto politico sul governo, ne decideranno le sorti. Se i rapporti di forze si ribalteranno (l’ipotesi più dirompente sarebbe di una Lega sopra il 30% e di un M5s sotto il 20), ad aver più fretta di staccare la spina sarebbe Di Maio, per cercare di salvare il salvabile, passando all’opposizione. Certo, anche Salvini di fronte a un simile risultato potrebbe avere la tentazione di passare all’incasso. Ma che tocchi a lui rompere diverrebbe quasi una certezza se la sua Lega perdesse di slancio, magari sotto le pressioni di un Nord deluso, che chiede la Tav e veri provvedimenti a sostegno delle imprese e della produzione. Uno scenario non del tutto da escludere.

Il grande gioco del cerino è cominciato, insomma. Se Conte riuscirà a tenere ancora insieme due visioni assolutamente inconciliabili del paese e del futuro, la sorte del suo governo sarà decisa dal voto del 26 maggio, prima che si entri nel vivo della manovra economica lacrime e sangue che ci attende in autunno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA