I GILET GIALLI SONO MORTI/ La strategia di Macron vince e manda ko M5s

Parigi ieri è stata teatro di scontri, incendi e saccheggi. Di fatto la sconfitta del movimento dei gilet gialli e la vittoria di Emmanuel Macron

17.03.2019 - Mauro Bottarelli
Parigi Fiamme GiletGialli Lapresse1280
Ultime notizie, gilet gialli (Lapresse)

Emmanuel Macron ha vinto, chapeau. E, di converso, il movimento dei “gilet gialli” non solo ha perso ma è morto. Certo, come gli animali feriti potrà assestare ancora qualche colpo di coda, ma ciò che davvero poteva dare fastidio, ovvero il suo exploit alle elezioni europee di fine maggio, è stato evitato. Resteranno le macerie e i rancori. E, soprattutto, la carcassa di una rivolta che vede ancora molta carne elettorale attaccata alle ossa: avvoltoi di destra e sinistra già volteggiano nel cielo di Parigi, oscurato dal fumo acre degli incendi. Eh già, perché il 18esimo sabato di protesta dei “gilet gialli” è coinciso con il ritorno in grande stile della violenza. Ma anche, se ancora ce ne fosse bisogno, con l’apologia dell’utile idiota, il miglior alleato di ogni potere in difficoltà, quale quello dell’inquilino dell’Eliseo.

Ieri la polizia ci è andata leggera, tanto per usare un eufemismo. E, infatti, casseurs e black bloc, da fini strateghi quali sono, hanno garantito all’Eliseo il massimo risultato possibile. En plein, per dirla alla francese. Niente fermi preventivi ieri mattina nelle banlieues della capitale, niente assetto anti-sommossa fin dal mattino, niente militarizzazione come i tre sabati precedenti. Non a caso, gli Champs Elysées sono stati messi a ferro e fuoco nei loro simboli più noti, come il ristorante-brasserie Fouquet’s o la gioielleria Cartier. Da rivoluzione in nome del popolo sfruttato a materia da ricettatori. Addirittura, è stato dato alle fiamme un palazzo: 11 i feriti, tra cui una mamma con un bimbo di pochi mesi. Ma poteva finire in strage. Di innocenti. E poi molotov e sassi, a cui la polizia ha risposto con lacrimogeni, cariche e proiettili di gomma. “Sono degli assassini, non dei casseurs”, ha tagliato corto il ministro dell’Interno francese, Christophe Castaner.

Perché dico che la polizia ha lasciato fare? Semplice, perché se esisteva al mondo una giornata in cui a Parigi i manifestanti avrebbero dovuto sfilare in maniera pacifica era ieri, viste le condizioni di partenza. Già, cari lettori. Perché la settimana appena conclusa aveva portato pessime nuove per l’Eliseo. Primo, sotto il peso di oltre 140 denunce da parte di varie associazioni (supportate da prove in molti casi incontrovertibili), la polizia aveva dovuto aprire un’inchiesta ufficiale per eccessivo uso delle forza nel corso dei sabati precedenti, durante i quali alcuni manifestanti erano rimasti gravemente feriti, soprattutto a causa dei proiettili di gomma e dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Secondo, venerdì si è concluso il Grand Débat National, ovvero i due mesi e mezzo di incontri in tutte le principali città e cittadine francesi per discutere delle priorità del Paese e trovare un punto di mediazione fra politica, protesta e istanze dei territori. Risultato? Un flop clamoroso. A detta di tutti, ma, soprattutto, dell’ala moderata e dialogante dei “gilet gialli”, quella che aveva accettato l’invito del Presidente e aveva partecipato alle iniziative.

Insomma, ieri si sarebbe dovuto sfilare in ordine quasi militaresco. Addirittura, portandosi da casa il posacenere, in modo da non gettare nemmeno per terra i mozziconi di sigaretta. Così facendo, i giornali e i tg si sarebbero concentrati sul fallimento dell’iniziativa di Macron e sulle rivendicazioni dell’anima più condivisa e ancora accettata dall’opinione pubblica del movimento. E invece, cosa ci sarà oggi sulle prime pagine e nelle aperture dei tg? E non solo francesi ma di tutta Europa? Scontri, saccheggi, vandalismi e addirittura l’incendio di un palazzo. E non basta. Perché i numeri sono impietosi. Se nella prima giornata di mobilitazione, lo scorso 17 novembre, si contarono in tutta la Francia 282mila persone in piazza, sabato 9 marzo il numero era precipitato impietosamente a 28mila, il minimo record. Non a caso, visto anche l’approssimarsi della fine ufficiale del Grand Débat National, i leader della protesta avevano caricato di grande significato la giornata di ieri: alle 14, il ministero dell’Interno – non smentito dai “gilet gialli” – parlava di sole 14.500 persone in tutto il Paese, di cui poco meno di 10mila a Parigi. Insomma, la protesta nata nella Francia profonda dalle esigenze della gente comune della provincia per il caro-carburante si è tramutata, per stanchezza e rifiuto delle violenze sempre più sistematiche e connaturate, nell’esercizio di stile dei soliti estremisti “cittadini”, un qualcosa che potrà avere ancora un po’ di appeal in grandi centri come Lione o Marsiglia o Nantes, ma non certo in quel cuore della Francia in cerca d’autore (e di rappresentanza nelle urne).

Insomma, per Emmanuel Macron e il suo governo, vittoria su tutta la linea. Anzi, un trionfo. Ora, ci si getterà sui resti del movimento, cercando di schivare le macerie ancora fumanti, prima di scottarsi le dita con il virus dell’estremismo. Un rischio che potrebbero pagare, tornando in casa nostra, anche i 5 Stelle, dopo la loro capatina Oltralpe. Oltretutto, per incontrare proprio l’ala più estrema. Sarà per questo che il buon Alessandro Di Battista è stato messo all’angolo ed è sparito dalle scene, proprio dopo quel tour francese? Una cosa è certa, il potere sa come perpetuarsi. A volte giocando sporco, a volte soltanto d’astuzia. Quasi sempre, millantando e dissimulando. È proprio vero, l’oligarchia come governo dei migliori è figlia legittima – quasi darwiniana – del seme sparso a vuoto in quell’eiaculazione precoce di rivoluzione che è l’estremismo. Infiltrati? Provocatori? Ci sono sempre stati. Come gli stupidi, ovvero coloro che ne facilitano il lavoro.

Attenzione, ieri è successo qualcosa di importante in Francia. Qualcosa che potrebbe tramutarsi in evento spartiacque per l’intera ondata sovranista/populista nelle sue mille declinazioni, soprattutto in vista delle europee. La contorsione filo-atlantica della Lega di queste ore sul dossier Cina parla chiaro anche dalle nostre parti: ora tocca vedere come evolverà il Brexit (con la colossale buccia di banana dell’obbligo di far votare alle europee nel Regno Unito, in caso si ottenga il via libera per il rinvio dell’uscita, di fatto l’anticamera al restare nell’Ue a vita) da qui al vertice europeo di giovedì e quanto la questione catalana andrà a incidere sul voto anticipato in Spagna.

Attenzione a preconizzare e dare per certa un’ondata sovranista nelle urne di fine maggio: potrebbe tramutarsi in una bassa marea, molto mesta. Come ci insegna la meteoritica ascesa e l’altrettanto rapida dissoluzione della rivoluzione gialla in Francia, di fatto morta ieri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA