SCENARIO/ Zingaretti, De Vito e Brexit: gli indizi di un nuovo ’92

- Mauro Bottarelli

Un nuovo 1992 sembra alle porte e ancora ci sono di mezzo Italia e Gran Bretagna. Anche l’arresto di Marcello De Vito lo dimostra

palazzochigi governo 1 lapresse1280 640x300
Palazzo Chigi (LaPresse)

Vi avevo detto che era alle porte un nuovo 1992 e così si sta rivelando: è il prezzo da pagare. Perché signori, un Paese come il nostro ha bisogno di poteri forti per contenerne le spinte da Masaniello e l’ondata populista che lo ha travolto falsamente nel marzo dello scorso anno, sostanziando il suo impatto deflagrante nel patto di governo fra Lega e Movimento 5 Stelle di inizio giugno, serviva a questo. Creare caos, dare tempo alle grandi pedine di riorganizzarsi, far pulizia nei gangli vitali dello Stato. Un po’ come l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca. Poi, quando le pedine cominciano ad andare al loro posto, creare le condizioni del distacco fra i due contraenti di governi, renderne palesi limiti e contraddizioni. E tornare al via, come in un immaginaria tavola del Monopoli.

Non sentite anche voi nell’aria, insieme a un anticipo di primavera, il profumo di voto anticipato? A mezza bocca, ne parlano tutti: chi per smentirlo, chi per auspicarlo, chi in chiave quasi catartica. Ma tutti ne parlano e – a detta di qualcuno – già una possibile maggioranza di centrodestra prende forma, sottotraccia. Ma tranquilli, nessuna nuova ipotesi del genere è davvero all’orizzonte. Forza Italia è morta, Fratelli d’Italia conta come il due di picche. C’è dell’altro in ebollizione. Non a caso, appena eletto e appena flirtante su certi temi con i 5 Stelle, il buon neo-segretario del Pd, Nicola Zingaretti, viene raggiunto da cattive notizie in ambito giudiziario. Un avviso, per ora. Non a caso, poi, nel pieno del caos governativo, fra migranti e Nuova Via della Seta, arriva la bomba dell’arresto per presunte tangenti del presidente grillino dell’Assemblea capitolina. Come nel 1992, appunto.

E, in effetti, a ben guardare, anche quell’anno furono Italia e Gran Bretagna l’epicentro del caos. Entrambe per un attacco speculativo contro le relative valute che le mise in ginocchio e le portò fuori dallo Sme, il cosiddetto “serpentone monetario”. E oggi? Ancora Italia e Gran Bretagna, ma con qualche addentellato di destabilizzazione generalizzata, figlio dei tempi e della globalizzazione/finanziarizzazione. Guardate questo video, lo pubblico tanto per non lasciare nulla al caso e alle parole in libertà. Era il 10 marzo scorso, quando uno dei responsabili della Ong Mediterranea, cui fa capo la nave Mar Jonio protagonista dell’ultima baruffa chiozzotta sull’immigrazione clandestina, annunciava urbi et orbi che dal 13 marzo quello scafo sarebbe tornato nel Mediterraneo centrale per perseguire il suo lavoro di “monitoraggio e denuncia”. Lo avevano detto, nessuna sorpresa.

Certo, sorprende il timing perfetto come l’approdo in aula al Senato sul caso Diciotti, relativo al voto sull’autorizzazione a procedere contro il ministro Salvini per sequestro di persona. Ma sorprende solo gli ingenui. O gli stupidi. O quelli in malafede. Casualmente, poi, lo stesso giorno arriva la notizia dell’arresto di Marcello De Vito per tangenti, facendo precipitare M5S nell’anarchia più totale. Insomma, si stanno mettendo i nervi della coalizione di governo in condizioni di saltare. Questione di settimane, ormai. Oltretutto, alla vigilia della visita del presidente cinese, Xi Jinping, per la firma del memorandum con il nostro Paese e del voto in Basilicata, importante per la scena politica italiana ormai come lo fu la Florida per Bush. E guardate questo grafico, è relativo all’ultimo sondaggio di Bank of America fra i gestori di fondi, pubblicato lunedì 18 marzo: di colpo, il tail risk più temuto, è addirittura l’hard landing dell’economia cinese. Attenzione, non il rallentamento, anche sostanziale, anche inaspettatamente brutale. Ma proprio l’hard landing, una sorta di Leviatano dell’economia globale che circola come ipotesi di studio apocalittica da almeno 20 anni, soprattutto nelle università americane.

Ora, da ipotesi mitologica e terribile, diviene tail risk in testa alle preoccupazioni dei gestori di fondi. Roba ormai trattata come comparabile a un errore di valutazione della Fed e al conseguente, per esempio, crollo dei mercati emergenti. Io ci rifletterei su, se fossi al governo. Perché all’interno del medesimo sondaggio, ecco questi altri grafici.

Il primo dei quali ci mostra come i medesimi investitori professionisti ritengano che oggi a Wall Street il trade più “affollato”, quello più di moda, sia andare short sui titoli azionari europei. Cosa sanno che noi ignoriamo? Chissà, certamente non appare del tutto casuale questo, ovvero che con tempismo perfetto un tribunale di San Francisco abbia stabilito all’unanimità che il diserbante Roundup prodotto da Monsanto, la multinazionale americana acquistata dal gruppo tedesco Bayer per 66 miliardi di dollari, abbia contribuito in modo sostanziale al cancro di un residente della California. il 70enne ex-giardiniere Edwin Hardman. Ora un nuovo processo dovrà stabilire l’entità dei danni a carico del gigante dell’agribusiness. Tedesco, non più statunitense. Nel frattempo, ieri il titolo Bayer perdeva il 12,5% al aDx di Francoforte. Tu guarda il tempismo, proprio mentre la Germania sta cercando di risolvere la grana della fusione Deutsche Bank-Commerzbank, evitando che il mercato la stronchi sul nascere, essendo meramente la fusione di sopravvivenza fra due cadaveri di dimensioni elefantiache. Colpisci il cuore d’Europa. E poi vai short sui suoi indici azionari, come suggerisce l’ultimo sondaggio di Bank of America. Che caso, non vi pare?

E ancora più sospetto appare che a stretto giro di posta, ieri l’Ue abbia sanzionato Google – azienda statunitense, il cui titolo è parte integrante delle mitiche Fang che mantengono in piedi Wall Street – con una multa da 1,7 miliardi di dollari per violazione delle concorrenza relativamente alle pubblicità su piattaforme on-line. Non vi pare? E il secondo grafico, invece, ci mostra come dopo 13 settimane di outflows di capitali proprio dal mercato azionario Usa, il dato relativo ai sette giorni terminati il 13 di marzo abbia registrato 28 miliardi di inflows, il secondo flusso di capitale in ingresso per controvalore da quando viene tracciato il dato (la linea blu che si impenna). Come mai tutti entrano in gioco, salgono in giostra proprio ora?

Certo, si sa che la Cina nel secondo trimestre dovrà iniettare liquidità per almeno altri 1,7 triliardi di yuan (circa 250 miliardi di dollari), per scadenze su obbligazioni, prestiti e riserve valutarie che dreneranno quel controvalore da un mercato già in bolla. Certo, la Fed potrebbe regalare qualche altra soddisfazione accomodante e stamattina, mentre leggete queste righe, ne sarete edotti, visto che la comunicazione relativa alle decisioni dell’ultimo Fomc è stata diffusa ieri sera. Ma quando 200 gestori di fondi si dicono certi che l’economia cinese rischia grosso davvero e, contemporaneamente, ritengono che il trade migliore sia quello di andare ribassisti sull’Europa, io non starei tranquillo. Soprattutto essendo italiano, ovvero parte in causa di entrambi i fronti. E soprattutto visto quell’ingresso di denaro su Wall Street, sintomo che siamo di fronte a qualcosa più che un bersaglio su cui lanciare freccette a caso.

E poi, vi pare un caso che la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia Ue sul caso Tercas sia arrivata proprio ora, a due mesi dalle europee? Di fatto, la seconda sconfessione dell’operato della Commissione Ue: prima il mea culpa di Jean-Claude Juncker sulla Grecia, poi la Corte di Bruxelles sulla condanna dell’Italia per aiuti di Stato (sostanziatisi, a detta dell’Ue, attraverso l’intervento del Fondo interbancario), casus belli che spalancò la porta – anzi, rese praticamente necessario – il cosiddetto bail-in per il “salvataggio” delle quattro banche locali che costò la ghirba a Renzi, Boschi e soci. Ora, in pieno clima pre-elettorale, tutti assolti moralmente e politicamente: la colpa delle perdite per obbligazionisti e azionisti è della Commissione. Tanto che, giustamente, l’Abi chiede la testa della Commissaria europea dalla Concorrenza, Margrethe Vestager (la stessa che ieri, stranamente, ha multato Google, diventando di colpo paladina della difesa dell’Europa da concorrenti sleali) e il pagamento dei rimborsi da parte dell’Unione. Proprio ora. Non potevano emettere quella sentenza a gennaio scorso? O nel settembre prossimo, con le nuove autorità europee e il nuovo Europarlamento in carica? Chissà.

E la Gran Bretagna? Oggi il Consiglio europeo sarà chiamato a districare un po’ la matassa cialtronesca del Brexit, ma signori, prendiamo atto del fatto che qui si sta davvero prendendo in giro la gente. L’approdo di oggi, infatti, avrebbe dovuto essere quello in cui Londra chiedeva qualche mese in più, forte di un terzo voto di mandato parlamentare a favore del piano della May. Peccato che il pittoresco Speaker della Camera, quello dalle cravatte imbarazzanti quanto il taglio di capelli, abbia stroncato questa velleità sul finire della scorsa settimana, ricordando a tutti l’ovvio. Ovvero, che Westminster non poteva votare nuovamente un testo già bocciato e non modificato sostanzialmente da novità intercorse. E voi volete dirmi che il Governo britannico non ha un consigliere legale e costituzionale che abbia messo in guardia Theresa May da questa criticità, prima che la primo ministro collezionasse l’ennesima figuraccia globale? E a Bruxelles, nessuno che abbia messo Londra sul chi va là, dopo l’annuncio del terzo voto? Per favore, non prendiamoci in giro. Esattamente come in Italia, serve drammatizzare mediaticamente e a uso e consumo delle opinioni pubbliche una situazione preordinata che occorre invece rendere straordinaria.

Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi diceva che con la sua donna avrebbero trasformato il caso in destino. In questo caso, serve il contrario: rendere un destino preordinato qualcosa che assomigli molto al caso, a un accidente incontrollabile e imprevedibile. Insomma, un qualcosa che appaia talmente fuori controllo e ingestibile da far digerire qualche boccone amaro alle opinioni pubbliche.

E l’Olanda, signori? L’attentato o presunto tale di Utrecht, vi pare casuale? A parte che il sospettato ha un record criminale degno di Al Capone, ancora oggi non si sa se si tratti del gesto di un folle legato a questioni personali o a terrorismo. In compenso, nella sua auto gli inquirenti avrebbero trovato un foglietto con scritto “Allah”: Perry Mason ne sarebbe deliziato. Forse di più l’ispettore Clouseau, a dire il vero. In compenso, panico generale in una tranquilla cittadina di una nazione tranquilla, con il debito pubblico a posto e un welfare eccellente. Ma anche un indebitamento privato sempre più fuori controllo, così come la situazione sociale di convivenza etnica in certi distretti. Ah, scusate, dimenticavo la cosa più importante: proprio ieri in Olanda si è votato per le provinciali. Direte voi, l’Isis non si scomoda per così poco. Vero, peccato che nel sistema elettorale olandese, le provinciali determinino gli assetti del Senato a livello nazionale. Quindi, anche una possibile crisi di governo. Ed è esattamente ciò che temeva il premier Rutte alla vigilia del voto, visto che a detta della stampa olandese, a meno di un miracolo nelle urne apertesi ieri, i sondaggi parlavano di un tracollo per il partito di governo, destinato quindi a perdere la maggioranza risicata di cui gode in Senato, nel rimpasto post-elettorale che si terrà nella Camera Alta a maggio. Nessun tg o giornale aveva parlato di questo piccolo particolare, di questa piccola coincidenza, vero?

C’è poi, per finire, il capolavoro di Emmanuel Macron, il quale era talmente convinto di aver già vinto da aver assistito alla devastazione di Parigi dalle vacanze in montagna, magari in uno chalet bevendo ottimo cognac davanti al camino. Champs-Elysèes chiusi alle manifestazioni, proprio quando i sindacati tradizionali – CGT e FO – avevano appena rialzato la testa, alla luce del primo sciopero nazionale contro il caro-vita tenutosi martedì a Parigi. E “gilet gialli” ormai ridotti a zero in vista delle europee, tanto da potersi permettere anche l’umorismo involontario di convocare 60 intellettuali per discutere del futuro del Paese, sublime supercazzola nei confronti del popolo e dei suoi presunti paladini. E, soprattutto, la rimozione del Prefetto di Parigi per le devastazioni di sabato scorso. Direte voi, la solita logica del capro espiatorio, tutto il mondo è Paese. Vero, peccato che quel Prefetto la scorsa estate mise in mezzo il governo e denunciò connivenze inconfessabile ad alto livello nel caso Benalla, la guardia del corpo di Emmanuel Macron. Insomma, la vendetta è un piatto che si gusta freddo. Ora lo spediranno in qualche paesino della Provenza: ottimo clima, ottimo cibo, ottimo vino. E nessuna possibilità di recare danno al manovratore, parlando di cose ben più serie di quattro casseurs in piazza.

Siamo in pieno 1992, versione 2.0. E siamo solo all’inizio, mancano ancora due mesi alle europee. The best is yet to come, il meglio deve ancora venire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA