SCENARIO PD/ La cambiale di chi mette Zingaretti sotto esame

- Mario Barcellona

Nel voto affluito su Zingaretti alle ultime primarie del Partito democratico c’è la richiesta di un capovolgimento della linea seguita durante la gestione renziana

Nicola Zingaretti a Piazza Grande
Nicola Zingaretti, neosegretario Pd (LaPresse)

Per il Pd queste primarie possono dirsi un successo. Ha riconquistato la prima pagina dei giornali con titoli che da anni si erano dimenticati: “Il Pd ritrova la sua gente”, “La morte del Pd era esagerata”, “Primarie boom”, “Si rivede il popolo democratico”, ecc.

L’interpretazione di questo successo rimane un po’ più controversa. Ma quella che ne dà la stampa più influente è univocamente orientata. Andrebbe letto in prosecuzione delle precedenti manifestazioni, quella di qualche tempo fa a Torino in pro della Tav e quella di Milano contro la politica disumana verso i migranti, testimonierebbe di un’“altra idea dell’Italia” e soprattutto segnerebbe il ritorno alla politica dell’area moderata del Paese. Un’area che va oltre la sinistra e che di fronte allo scivolamento del quadro politico in un’incompetenza che invece dei telai a vapore brucia ora le grandi opere, e in un anti-umanesimo che non fa più gli africani oggetto di tratta ma li degrada ad ostaggi, riprende le bandiere del progresso e della persona umana.

Non vi è dubbio che queste cose ci siano. Ma se fossero solo queste non ci sarebbe da stare molto allegri, perché questo “popolo” non ha mai abbandonato il Pd ed il suo contributo alle primarie non lascerebbe molto spazio ad un grande ottimismo sulle sue future sorti elettorali. Piuttosto, in questa lettura si può, forse, scorgere un modo di mettere un po’ le braghe a questo successo, di prevenire sue interpretazioni “sinistre” che spostino troppo l’asse politico del Pd: sono venuti quelli di sempre e, perciò, non c’è ragione di deflettere da un indirizzo che continui a guardare a questo mondo, che è fatto, appunto, di progresso e umanesimo, e impersona lo spirito repubblicano che porta al riscatto.

Anche la lettura che mette in continuità l’affluenza a queste primarie con i risultati elettorali di Abruzzo e Sardegna non sembra ancora molto illuminante. Sottace, infatti, alcune cose, e cioè che in entrambe queste tornate elettorali il Pd è rimasto fermo alle percentuali delle politiche del 2018, che la sua coalizione ha perso con un pesante distacco sulla destra, che in Abruzzo la Lega ha fatto il pieno e che in Sardegna non ci sono migranti, che nelle sue coalizioni hanno trovato posto svariate liste della cosiddetta sinistra alternativa e, soprattutto, che a guidarle sono stati due uomini, Legnini e Zedda, che si sono presentati senza simbolo vantando qualità personali fuori dal comune e da tutti riconosciute.

Non c’è dubbio, allora, che l’aver evitato in entrambe la catastrofe abbia ridato fiato al Pd e abbia incoraggiato la partecipazione alle sue primarie. Ma non permette ancora di immaginare percentuali elettorali che lo facciano competitivo rispetto alla destra e, soprattutto, recapitano messaggi che, semmai, vanno in direzione un po’ diversa da quella prima considerata, nella direzione di vaste alleanze a sinistra e di personaggi fuori dalla nomenclatura di partito.

Queste considerazioni non intendono assolutamente sottovalutare queste primarie, ma si propongono di leggerle per quello che esse, in realtà, dicono e che si ricava non solo dall’affluenza che hanno fatto registrare ma anche dai risultati che hanno offerto.

La stampa di destra non ha mancato di sottolineare che, in fondo, l’affluenza non è stata poi così esaltante, se si pensa che ai tempi di Veltroni era giunta a 3,5 milioni, a quelli di Bersani a 3,1 milioni e che lo stesso Renzi era stato incoronato con la partecipazione di 2,8 votanti. In fondo, se si mettono in proporzione queste affluenze si potrebbe pensare che esse confermano il dimezzamento dell’elettorato del Pd e che il milione e 700mila di oggi fa gridare al successo solo perché l’asticella era stata fissata troppo in basso.

Non penso, però, che questo dato numerico colga tutto il senso dell’affluenza che la scorsa domenica si è registrata. In politica conta anche il “sentimento” – come ora usa dire –, e il sentimento da cui queste primarie partivano era fortemente negativo: da un lato, una sconfitta gravissima della quale non si era data alcuna analisi, un gruppo dirigente spaccato ma senza che la sua spaccatura manifestasse chiari e netti orientamenti che andassero oltre il convitato di pietra (Matteo Renzi), un governo che, nonostante pressapochismi, palesi incompetenze e eclatanti oltrepassamenti della misura (v. migranti), non accennava a perdere il consenso degli elettori e, dall’altro, un’opposizione fatta solo di roboanti e catastrofici proclami che in niente si distinguevano dalle parole degli epigoni di Berlusconi.

C’erano, allora, tutti gli ingredienti per pronosticare scoramento ed apatia, e quindi un flop. Non è venuto. E questo non può non giudicarsi un dato politico significativo, sta ad indicare – mi pare – che vi è il convincimento che qualcosa bisogna pur fare e che questo qualcosa, se vuole essere realistico, deve provare a interpellare ancora il Pd. E questo non è poco.

Ma per capire il valore di questo convincimento occorre – a me sembra – interrogarsi di più sul modo in cui si è formata quest’affluenza e sul risultato in cui si è tradotta.

Si legge nelle prime analisi che l’affluenza è stata maggiore al Nord rispetto al Sud e nelle città rispetto alle campagne. Ma questo ancora non vuol dire molto, perché è al Sud che il Pd aveva subito la grande emorragia verso il M5s e rispetto alle città occorrerebbe integrare il dato distinguendo centro e periferie e comparandolo con i risultati delle ultime politiche. Come che sia, un punto sembra, però, sicuro da quel che emerge dalla comunicazione che passa attraverso i social, le interviste e le esperienze personali, ed è che la differenza tra il milione che gli organizzatori si erano prefisso e il milione e 700mila che si è registrato viene, per lo più, da quanti avevano votato altro alle politiche o si erano astenuti: illuminante è al riguardo l’intervista concessa da Francesco Guccini ad un noto settimanale. Ora, questo dà all’affluenza un significato abbastanza preciso, quello di una “cambiale a termine”, non di una fiducia rinnovata ma di una speranza condizionata, del tentativo di promuovere un cambiamento di rotta in assenza del quale le strade tornerebbero a dividersi.

Per questo quel che conta in queste primarie non è tanto l’affluenza bensì quel che dice il voto che in esse è stato espresso: quest’affluenza parla non all’Italia bensì proprio al Pd, e in modo eloquente.

Zingaretti al 70% circa, Martina al 18% e Giachetti al 12%. Se ci si fa attenzione questi numeri rovesciano pressoché esattamente i risultati delle primarie precedenti, e dunque i rapporti di forza tra “destra” e “sinistra” del partito.

L’interpretazione, che di questo dato si suol dare sulla stampa, si limita a registrare la sconfitta personale di Renzi, l’abbandono di un modo di fare politica centrato sul carisma del capo, sul cerchio dei suoi fedeli, sull’arroganza e su un reclutamento indiscriminato che obbediva solo alla lealtà incondizionata verso la fazione che lo aveva promosso (anche se occorrerebbe interrogarsi su quel che l’ex premier farà, che non è affatto scontato). E questo non si può negare che ci sia stato e che abbia giocato un ruolo non secondario. Ma c’è anche di più, molto di più. C’è la richiesta, in questa affluenza che si è aggiunta, di un capovolgimento della linea seguita dal Pd renziano a prescindere da Renzi, che ha come principale obiettivo il peso da accordare al mondo del lavoro ed a quello di precari, emarginati ed esclusi, ma intendendo entrambi questi mondi in un senso allargato che non ha più riferimento alle classi sociali di un tempo bensì a quanti condividono condizioni, non solo materiali ma anche spirituali, di insicurezza e provvisorietà.

Zingaretti sembra lo abbia capito, quando, seppur diplomaticamente, ha chiarito che un paese ha bisogno, anche, di assicurare continuità e che, perciò, non è possibile immaginare che il Pd si possa riproporre di abolire reddito di cittadinanza e finestre pensionistiche. E quando, con grande cautela, si è sottratto alle domande di chi insistentemente gli chiedeva di bandire l’eventualità di un rapporto col M5s, escludendo solo (e giustamente) la possibilità di un rovesciamento dell’attuale maggioranza e rinviando ogni determinazione al caso di nuove elezioni. Non è molto. Ma non è poco ed è anche ragionevole. E’ però molto presto per far previsioni, anche se da quel che si capirà nei prossimi mesi a proposito di quest’ordine di questioni dipenderanno, molto probabilmente, il comportamento di quanti hanno firmato questa cambiale, le sorti elettorali del Pd (che, però, non saranno neanche rivelate dalle prossime europee, nelle quali – si sa – il M5s non ha particolare udienza) e le sue chance di riconquistare il governo del paese.

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