MAURO PAROLINI/ “Mi candido per un’Europa più attenta alla persona e all’economia”

- La Redazione

Mauro Parolini è candidato con Forza Italia alle elezioni europee nel collegio del Nord Ovest. I punti del suo programma per cambiare l’Europa

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Mauro Parolini

Caro direttore, le chiedo ospitalità per spiegare ai suoi lettori perché ho deciso di candidarmi al Parlamento europeo in Forza Italia (Collegio Nord-Ovest) dopo l’esperienza da assessore in Regione Lombardia e la mia adesione a Noi con l’Italia.

È ormai luogo comune parlare male dell’Europa, non mi voglio aggiungere al coro, né ingrossare le file di chi fa l’europeista con il condizionale, “questa Europa va male, ci sono molte cose da cambiare…”.

Diamo per conosciute le critiche e per assodato che ci sia molto da cambiare. Ma il nostro futuro o sarà europeo o non sarà.

L’Europa dei sovranismi è una contraddizione in termini, per il semplice fatto che il perseguimento del solo interesse nazionale entra in contrasto con l’interesse nazionale del paese confinante. Serve una prova? Fino a qualche mese fa il cancelliere austriaco, il sovranista Sebastian Kurz, era considerato amico dai sovranisti italiani, poi un giorno ha schierato i militari al Brennero per impedire a eventuali migranti di passare la frontiera verso l’Austria. O vogliamo parlare delle quote di profughi che si è presa l’Ungheria?

Ma, si obietta, Bruxelles ci vuole omologare annullando le identità nazionali. È come dire che l’Italia ha azzerato la varietà e la ricchezza delle sue regioni, fatto sparire i dialetti, le cucine locali, i costumi, le vocazioni economiche territoriali. Una falsa paura che cozza con l’evidenza della realtà.

Adenauer diceva che siamo sotto lo stesso cielo ma non abbiamo lo stesso orizzonte: si parte sempre da esperienze diverse per costruire insieme un luogo più accogliente e vivibile per tutti. L’Europa garantisce la condizione di questa possibilità di costruire e di crescere, si chiama pace. Per secoli veniva imposta dai vincitori dettando le condizioni ai vinti, da settant’anni è garantita da un cammino comune. Chi gonfia il petto con la Francia pensi in che termini potrebbe essere oggi il nostro “confronto” con Parigi su una questione come la Libia se non ci fosse l’Unione europea.

L’interesse nazionale, che non viene meno, è meglio salvaguardato in una logica di solidarietà e di incontro, che non esclude la competizione regolata, piuttosto che in una situazione di conflittualità perenne. È nell’accordo con i grandi paesi europei che meglio si difende la propria sovranità. A questo servono le grandi famiglie politiche europee, è questa l’intelligenza, non un’adesione aprioristicamente ideologica, che ci fa aderire al Ppe. Non è isolandoci (sovranismo) che difendiamo e promuoviamo il nostro interesse. La politica è mediazione di interessi (pur ché siano legittimi) ed è quindi fatta di apertura. Anche in una logica strettamente utilitaristica – che non è la mia – è nostro interesse fare accordi con Germania e Francia, e quando sono in gioco i nostri interessi vitali è meglio che Francia e Germania siano dalla nostra parte.

Essere nell’Unione europea è per noi decisivo, ed è un dato di fatto difficilmente contestabile che senza l’Unione e le sue istituzioni, penso ad esempio alla Bce di Mario Draghi, l’Italia sarebbe in default da anni.

Ma non parliamo solo di finanza, vediamo come stanno le cose per l’economia reale. Io da assessore allo sviluppo e alle attività produttive ho frequentato l’Europa per anni: avevo in dotazione per le imprese 300 milioni di euro di fondi europei, e la Lombardia è stata la regione europea che li ha impiegati più rapidamente. Sono stati impiegati per lo sviluppo, non per il mantenimento dello status quo, quindi per facilitare l’export, favorire l’innovazione, promuovere il lavoro e la responsabilità sociale delle imprese, sono stati finanziati anche progetti di importi piccoli, perché la nostra economia è fatta per il 98 per cento di piccole imprese. Ci interessa continuare?

L’Europa costituisce oltre il 60 per cento del mercato delle nostre esportazioni. Senza Unione ci sarebbero dazi e barriere commerciali o tecniche, e l’Italia soffrirebbe enormemente. L’export ci ha tenuti a galla in questi anni di crisi.

Ma non parliamo solo di merci, parliamo di uomini, di immigrati. Certo che il trattato di Dublino va rivisto, ma è possibile rivederlo proprio perché c’è l’Europa. Pensate a un continente con le frontiere fra paesi chiuse per statuto.

L’immigrazione è proprio l’esempio nel quale si vede il cambiamento di paradigma che c’è stato in Europa negli ultimi quindici anni, da quando si è respinta l’idea di una Costituzione europea, rispetto al percorso pensato dai padri fondatori e perseguito da personalità come Helmut Kohl. La loro concezione di Europa si fondava su un ideale politico imperniato sulla solidarietà, un cammino verso la costruzione di una comunità politica. Oggi il paradigma è solo economico, di bilancio, burocratico, dove ogni Stato cerca la performance migliore da solo. Un fenomeno come l’immigrazione mette a nudo i limiti di questa impostazione. Certo che iI Trattato di Dublino va cambiato ma in un’ottica di egoismi sovranisti o in un’ottica di condivisione di un’emergenza che durerà ancora anni se non decenni? Perché è chiaro a tutti che il problema va affrontato all’origine e la soluzione si chiama sviluppo. Noi italiani abbiamo smesso di emigrare quando il paese ha iniziato a crescere e a creare lavoro.

C’è un altro tema, non l’ultimo ma in una lettera non si deve esagerare: la sussidiarietà. L’Europa può concretamente aiutarci a rendere più concreto e più operativo questo principio anche in Italia. Il principio per cui la persona e la società sono il primo soggetto nella risposta ai problemi del vivere insieme: salute, educazione, welfare, sostegno alla famiglia. Quanto beneficio trarremmo dal condividere a livello continentale le politiche sussidiarie ad esempio sulla scuola e sulla famiglia che in alcuni paesi sono da tempo realtà.

Mi fermo qui, penso che quanto ho cercato di descrivere sia più realizzabile se in Europa i moderati, siano essi cristiani, liberali o riformisti avranno una rappresentanza significativa, lo strumento politico per questa presenza, al netto di tutti i suoi difetti (ma bisogna perseguire lo scopo prima di sistemare i dettagli), è il Partito popolare europeo a cui Forza Italia aderisce.  Il contrasto a sovranismi e populismi di cui presto ci si pente (Brexit docet) passa di qui.

Grazie per l’ospitalità

Mauro Parolini

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