POLITICHE ATTIVE/ La svolta possibile per creare un modello italiano

- Massimo Ferlini

Ridisegnare il sistema delle politiche attive nel nostro Paese è importante e non si possono sprecare le risorse che verranno messe a disposizione

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LaPresse

Con un dibattito molto attutito rispetto ad altri momenti di riforma dei servizi al lavoro, il confronto fra gli attori impegnati a scrivere il nuovo capitolo delle politiche attive è incalzante e potrebbe arrivare a breve a un disegno finale. La materia del contendere è molto delicata e viene dopo un periodo di tentativi naufragati che carica di responsabilità pesanti quanti oggi stanno lavorando ai provvedimenti.

Nel nostro Paese non vi è mai stata una politica attiva del lavoro. Il Jobs Act ha introdotto un proprio modello che riprendeva la struttura presente negli altri Paesi europei. Una struttura che vede un’agenzia nazionale che programma i servizi e strutture territoriali, pubbliche e private, che assicurano la presa in carico dei disoccupati fornendo i servizi necessari per arrivare a una ricollocazione lavorativa. Purtroppo la governance prevista richiedeva che fosse rivisto il rapporto Stato-Regioni, modello bocciato nell’ambito del referendum istituzionale, e gli strumenti sperimentati, vedasi assegno di ricollocazione, non hanno dato risultati positivi. I governi Conte, 1 e 2, hanno lasciato degradare la situazione non compiendo scelte di merito e hanno seguito la strada dei sussidi e dei ristori invece di porre al centro le politiche per il lavoro.

Si parte quindi con una situazione che si porta appresso tutte le difficoltà accumulate nel corso degli ultimi anni. L’agenzia nazionale è commissariata e la struttura di servizio è anch’essa commissariata e senza una funzione precisa. Eppure, pur riportando la decisione degli obiettivi nell’ambito delle competenze ministeriali, sarà indispensabile attrezzare un’agenzia tecnica che sia di supporto sussidiario e di coordinamento per le attività svolte a livello regionale.

Le strutture pubbliche del mercato del lavoro, i Centri per l’impiego, soffrono di grandi squilibri. In primo luogo, sono sempre stati uffici preposti a svolgere attività burocratiche e amministrative e mancano quindi delle competenze necessarie per svolgere i servizi necessari per favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro. Sono inoltre pochi e con pochi occupati rispetto a quanto avviene nei Paesi europei che hanno un reale sistema di servizi al lavoro. Ogni dipendente italiano dei Centri per l’impiego dovrebbe seguire un numero di disoccupati 5 volte superiore al suo collega tedesco. La distribuzione territoriale dei Centri è poi penalizzante per le regioni e i territori dove dovrebbe esserci più necessità di servizi per la presa in carico di chi cerca di aumentare la propria occupabilità.

Investire per aumentare la presenza dei Cpi e del personale assegnato è una prima necessità. Serviranno però anche investimenti in formazione per chi già vi lavora per portare i Cpi a essere capaci di offrire reali servizi ai disoccupati. Il semplice aumento degli addetti, per stabilizzare i navigator o i dipendenti a termine dell’attuale agenzia, senza investire in qualità dei servizi che dovranno produrre, sarebbe un puro spreco dei fondi del Pnrr.

In ogni caso gli obiettivi non sarebbero raggiungibili senza coinvolgere anche le agenzie private accreditate per i servizi al lavoro che già oggi assicurano in molte regioni eccellenti servizi di ricollocazione.

La governance non potrà che essere pienamente collaborativa fra Governo e Regioni. La struttura informativa e la fissazione dei livelli essenziali dei servizi da assicurare a tutti e su tutto il territorio possono essere la base per far decollare un modello italiano di politiche attive del lavoro. Si deve entrare nell’ottica che i servizi al lavoro, come la sanità, sono servizi universali che devono essere assicurati a tutti i cittadini. Saranno poi le Regioni, per le loro competenze, a fissare modelli organizzativi, a implementare servizi, a creare reti di collaborazione fra gli attori che sappiano valorizzare al meglio le competenze presenti nei territori. Certo si deve superare la situazione attuale che vede alcune regioni con servizi al lavoro simili a quello i presenti in Europa e molti territori dove i diritti dei disoccupati non trovano nessuna risposta.

Per definire i principi fondamentali del modello si deve garantire che non si cercherà di imporre nessun centralismo statalistico. L’unica centralità a cui devono rispondere i servizi al lavoro è quella della persona che arriva in un momento di estrema fragilità e che è portatrice di eguali diritti, ma necessita di servizi differenziati, anzi i più personalizzati per poter riprendere una capacità autonoma nello stare sul mercato del lavoro.

Nell’attuazione i servizi assicurati saranno calibrati in funzione della lontananza dal mercato delle singole persone. Riceveranno più risorse per acquisire nuovi skills professionali quanti devono attraversare transizioni lavorative più lunghe. Il rapporto fra operatori dei servizi al lavoro, rappresentanze professionali, fondi interprofessionali e rappresentanze sindacali può creare un ambiente territoriale capace di mobilitare tutte le risorse necessarie per un nuovo importante patto che però muova occupazione e insieme promuova una nuova socialità basata sul lavoro.

È possibile arrivare velocemente a deliberare il modelle di base. A fianco va ridefinito quello di ammortizzatori sociali finalizzandoli a sostenere le transizioni lavorative e gli investimenti in formazione. Vanno messi da parte i sussidi, i finti salari sociali e tutta la strumentazione che rispondeva a un mercato del lavoro che oggi non c’è più.

Da qui a Natale è possibile avviare una prima fase sperimentale. Ma se vogliamo essere all’altezza delle sfide del Pnrr il 2022 deve aprirsi con un’efficace rete di servizi al lavoro in cui nessuno sarà più lasciato solo di fronte al bisogno di lavoro.

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