PREZZO PETROLIO/ E bolla delle materie prime: se il green lo pagano le famiglie

- Paolo Annoni

Nuovo rialzo del pezzo petrolio che torna ai livelli precedenti la pandemia. I cittadini europei rischiano di trovarsi piuttosto penalizzati

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(LaPresse)

Il prezzo del petrolio ieri ha sorpassato i massimi degli ultimi mesi e ha raggiunto le quotazione più alte dall’estate del 2019; il petrolio è la materia prima più “popolare” ma non è affatto l’unica che negli ultimi mesi ha registrato rialzi. Rame, acciaio, commodities agricole, fertilizzanti, metalli, prodotti chimici e noli marittimi da metà novembre sono in forte rialzo. Il fenomeno avviene mentre una parte dell’economia globale viaggia ancora a velocità ridotta per le restrizioni che alcuni Governi hanno scelto di imporre. 

Su questa vicenda si intersecano diversi fattori, tra cui le speranze dei mercati in una ripresa una volta che la pandemia sarà finita o naturalmente o grazie ai vaccini. La ripresa è asimmetrica: mentre Russia e Cina sembrano essere tornate alla normalità e Regno Unito e Stati Uniti hanno tassi di vaccinazione alti, in Europa continua il lockdown. La “ripresa” è una scommessa che può spiegare solo parzialmente questo fenomeno.

È possibile che dopo almeno cinque anni di prezzi bassi se non depressi e di bassi investimenti in capacità i mercati siano completamente scarichi e che tutto il settore che negli ultimi anni è finito in fondo alle scelte degli investitori stia tornando improvvisamente al centro della scena. Lo scenario è quello che vede, da anni, valutazioni molto elevate per molti titoli quotati, si pensi a Tesla, e in cui non mancano fenomeni di esuberanza irrazionale. La liquidità delle banche centrali è ancora abbondante.

In Medio Oriente non mancano zone calde: Yemen e Arabia saudita, Siria e Libano, Iraq, Iran e Armenia e non solo. Da una settimana ci sono missili che partono dallo Yemen e colpiscono infrastrutture petrolifere saudite. Le guerre commerciali, i lockdown, le difficoltà che coinvolgono le catene di fornitura globali agiscono in senso “inflattivo”.

Ci sono tutti gli ingredienti, liquidità, tensioni geopolitiche e commerciali perché il mercato o la speculazione riscoprano dopo cinque e più anni di delusioni il settore delle commodity che può benissimo essere oggetto della stessa “speculazione” che ha coinvolto altri settori.

A questo punto si pone una riflessione. Se siamo alla vigilia di un ciclo lungo di prezzi delle materie prime in grande risalita se non addirittura oggetto di “speculazione”, le politiche energetiche dei governi rischiano di esasperare la situazione. Il costo degli investimenti in tecnologia ed energie non mature e con evidenti criticità non è stato percepito dai cittadini e dai consumatori perché alcune materie prime, si pensi al gas, sono depresse da quasi dieci anni. La bolletta energetica o il costo degli interventi statali per limitare la CO2 non sono stati un problema perché avvenivano in un ciclo lungo di prezzi depressi. Oggi invece si aggiungono a materie prime in risalita. Pale eoliche e pannelli solari richiedono investimenti ingenti in reti, sistemi di accumulazione e centrali di “back-up” per i momenti di gelo. I costi di manutenzione e di smaltimento sono spesso molto sottovalutati. I diritti sulla CO2 dell’Unione Europea scaricano sui cittadini costi aggiuntivi che potrebbero arrivare per alcuni prodotti, per esempio il cemento, a determinare incrementi di costo superiori al 50%. 

Si apre, come minimo, una riflessione sui costi che verranno scaricati sulle famiglie nel periodo di transizione tra lo scenario attuale e la maturità delle nuove tecnologie. Nella migliore delle ipotesi la transizione energetica durerà tra i cinque e i dieci anni. La questione quindi è chiara: cosa succede se su cittadini sfiancati dalla pandemia con tassi di disoccupazione superiori al 10% si aggiungono una bolla delle materie prime che le banche centrali non possono sgonfiare per tenere bassi i tassi e i costi, enormi, della transizione energetica qui e ora? Ideologicamente le fonti fossili sono un tabù, ma un diesel di nuova concezione con un combustibile di ultima generazione inquina molto meno di una rivoluzione che coinvolge milioni di vetture.

Forse si potrà scaricare la colpa sulla “speculazione”, o sulle tensioni geopolitiche, ma qualcuno dovrà spiegare perché in questa fase si sceglie di aggravare il problema.

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