FINANZA E CO2/ Così la speculazione mette all’angolo l’industria manifatturiera

- Patrizia Feletig

Sul mercato dei permessi di emissioni di CO2 c’è stata un’impennata dei prezzi favorita da manovra speculative che mettono in difficoltà la manifattura

inquinamento
Inquinamento da Ilva a Gela

Chiamatela anche eterogenesi dei fini se la finanza sfonda laddove le politiche comunitarie tese a correggere un’esternalità negativa hanno dato risultati modesti. Stiamo parlando dell’incredibile rialzo dei permessi di emissioni di CO2 che ha portato le quotazioni a 40€/tonnellata sull’onda di un’impennata di acquisti da parte di soggetti terzi, per lo più hedge fund e altre istituzioni finanziarie. Come si ricorderà, una delle principali leve per la transizione energetica e la lotta al cambiamento climatico, messe in atto dall’Unione europea, è tassare le emissioni di CO2, il gas climalterante che aggrava il riscaldamento globale. Si tratta di quella che viene indicata come la politica del carbon pricing il cui mercato ETS, Emission Trading System, è stato creato nel lontano 2005.

Per cercare di ridurre le emissioni di carbonio di circa 11mila industrie energetiche e linee aeree operanti nell’Unione europea, si è scelto un approccio di mercato che tratta le emissioni come dei beni da scambiare. Per ogni nazione è previsto un tetto massimo di emissioni di CO2 consentite e vengono fissate delle quote per le rispettive industrie nazionali. Chi emette meno può rivendere le quote assegnate eccedenti alle industrie che hanno inquinato più del previsto, le quali dovranno comunque pagare in sovrappiù delle sanzioni proporzionali all’eccesso di CO2 emessa. Nonostante la progressiva riduzione anno dopo anno della soglia massima di emissioni consentite e l’aumento del costo per le emissioni in eccesso, in questi 16 anni di vita il costo della tonnellata di CO2 ha comunque continuato a viaggiare intorno a 10€ rendendo non esattamente pressante l’adeguamento degli impianti industriali e l’implementazione di soluzioni alternative efficienti.

La deludente performance dell’effetto decarbonizzazione del sistema ETS risente anche dell’opacità dello schema di carbon offset che prevede l’assegnazione di crediti da spendere nel mercato di CO2 a fronte di progetti di decarbonizzazione attuati in luoghi diversi da quelli in cui un’azienda rilascia emissioni tramite il suo core business. Il paradosso è che un progetto di riforestazione in Africa, per esempio, consente all’operatore energetico europeo promotore di rivendersi dei crediti di carbonio nonostante l’utilizzo prevalente di fonti fossili sul Continente.

Questa distorsione, aggravata da alcuni scandali relativi a frodi multimiliardarie, hanno affibbiato all’ETS l’appellativo di “mercato per comprare e vendere il diritto di inquinare”. Ultimamente però, sull’ETS converge un crescente interesse del mondo finanziario che, in una fase di forte volatilità dei mercati, ha identificato nei permessi di emissione un bene “rifugio” spingendo le quotazioni a livelli mai visti negli ultimi 16 anni. Si tratta di speculatori che scommettono sull’accelerazione delle politiche di decarbonizzazione della Commissione e che puntano sulla penuria di quote disponibili.

Infatti, proprio quest’anno è prevista l’introduzione di modifiche delle regole del mercato ETS che prevedono una riduzione delle assegnazioni di quote gratuite di carbonio a quei settori che storicamente hanno avuto difficoltà nel ridurre le emissioni: acciaio, cemento e raffinazione. A parte le revisioni in arrivo già decise un anno fa da Bruxelles, ad alimentare le aspettative della finanza su un cospicuo rialzo del prezzo del carbonio è l’aumento di 15 punti percentuali dell’obiettivo di riduzione delle emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990: dal precedente 40% al 55%, annunciato dalla presidente von der Leyen.

Tutto bene quindi per la transizione ecologica? Non esattamente, perché la transizione verde deve insieme accompagnare e guidare il tessuto produttivo in questa rivoluzione con tempi compatibili. Uno shock che moltiplica repentinamente per quattro il costo del carbonio è in antitesi con l’intento di consentire all’industria manifatturiera di raggiungere gli obiettivi ambientali al minor costo possibile ma le penalizza con il massimo onere. Questo a vantaggio dalla (legittima) caccia al guadagno della finanza non guidata di certo da lodevoli finalità ambientali.

—- —- —- —-

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA