PRIMO GIORNO DI SCUOLA/ L’Amuchina non cancella domande e sete di verità

- Valerio Capasa

Inizia la scuola, ad altri spettano le questioni organizzative. Per gli insegnanti conta l’oggi: quali ragazzi troveremo, dopo 7 mesi di sbandamento? E quale cuore troveremo in noi?

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LaPresse

“Ti scrive un figlio che frequenta / la millesima classe delle Elementari […] / Caro Dio, / liberaci dal pensiero del domani. […] / Caro Dio, / facci vivere come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi” (Pier Paolo Pasolini, Preghiera su commissione).

Tutti si chiedono come andrà quest’anno scolastico, mentre politici, giornali e televisioni inventano una favola al giorno, contraddittoria con la favola del giorno prima e soprattutto con la realtà della scuola. Il massiccio investimento economico di cui si blatera rimane al momento un mistero invisibile a occhio nudo, e i fantomatici spazi elargiti dai comuni, di cui si è ciarlato per mesi, nessuno li ha visti: nemmeno le piste per le macchine da scontro, che pure sarebbero state funzionali ai banchi rotanti, i quali garantiranno, già che faremo i tamponi, anche i tamponamenti.

La verità è che su troppi fronti stiamo arrivando impreparati. A meno che gli studenti non si posizionino dalle 8 alle 14 nelle statiche posizioni del calciobalilla, nei pochi metri quadri delle nostre aule primonovecentesche non c’è verso di infilarne 25-30 non assembrati, e così una parte di loro dovrà frequentare in streaming, mentre i compagni saranno in classe: dalla Dad alla Did, signori!

Arduo problema tattico, perché forse al ministero immaginano set cinematografici in cui qualche cameraman riprende l’insegnante mentre fa lezione; in attesa che ci regalino un Fellini per classe, non ci resta che fissare imperterriti l’obiettivo del tablet come giornalisti del Tg, ignorando i presenti in carne e ossa, oppure degnarli di considerazione mollando gli spettatori collegati da casa davanti all’inquadratura di un muro bianco o di qualche elemento della tavola di Mendeleev.

I poveretti non ci vedranno né ascolteranno, perché le connessioni sovraccariche salteranno, e comunque gli interventi da posto ovviamente non saranno microfonati: decifrare con un tablet un intervento dal quarto banco sarebbe come partecipare attivamente in videochiamata a un pranzo di famiglia con 15 persone, o guardare la tv per cinque ore intercettando un fotogramma ogni tanto e qualche parola a singhiozzi.

Il disastro potrebbe essere attenuato se preparassimo lezioni registrate che ognuno possa seguire a casa, e laboratori sul campo con i gruppi in presenza, almeno fin quando al primo positivo comincerà la quarantena collettiva e torneremo all together a distanza, forse già prima di eventuali lockdown decretati d’ufficio, nel momento in cui le ansie materne genereranno autonomamente mini-lockdown per ogni 37,2 annunciato in chat.

Ma vedremo, vedremo: “Non chiedere, o Leuconoe, (è illecito saperlo) qual fine / abbiano a te e a me assegnato gli dèi, / e non scrutare gli oroscopi babilonesi. Quant’è meglio accettare / quel che sarà!”. La saggezza di Orazio non ci è ancora entrata nelle vene: “Parliamo, e intanto fugge l’invido / tempo. Afferra l’oggi, credi al domani quanto meno puoi” (Odi, I, 11). “Carpe diem”: ma quale “diem”?

Questo giorno di scuola, questa ora di lezione. Lasciamo perdere le chiacchiere su come andrà e su come faremo, guardiamo in faccia questo presente che arriva, con i nostri ragazzi, le nostre materie, le nostre facce, le nostre anime.

“Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”.

Il Vangelo di Matteo (6, 25-34) è liberante: conta solo il presente, con la sua croce e i suoi gigli, che sono i nostri alunni. Ad altri spettano le questioni organizzative; noi – insegnanti e studenti – siamo come i calciatori, e in un modo o nell’altro adesso dobbiamo scendere in campo, senza che il fischio d’inizio ci trovi con un pallone tra i piedi di cui non sappiamo cosa fare. A porte aperte o a porte chiuse, con 3 o 4 o 5 difensori, se i calciatori sono scarsi il campionato sarà uno strazio, se sono forti ci sarà da divertirsi. In campo conta soltanto questa partita, come conta soltanto questa mattina di lezione, che tanti attendono da sette mesi: con tutta l’estate che abbiamo avuto per farci trovare pronti, adesso cosa diremo?

Anziché lamentarci o ammalarci dei luoghi comuni della paura, è su questa ora che trema l’incertezza: non su ciò che accadrà fuori, ma su ciò che accadrà dentro. Quali ragazzi troveremo, dopo sette mesi di sbandamento tra quarantena ed estate? E quale cuore troveremo in noi? Saremo capaci di sintonizzarci con loro oppure, dopo una breve predica iniziale su quest’anno particolare, riprenderemo con l’argomento che il programma ci riserva esattamente come in ogni anno normale? La pandemia, la chiusura, la morte non sono bastate a terremotare il nostro modo di pensare e vivere la scuola?

Se l’argomento da spiegare e da studiare non illumina i problemi che la vita ci sbatte addosso, cambiamo il modo di spiegare, oppure cambiamo argomento, cambiamo i programmi, e se non viene fuori niente di buono cambiamo mestiere.

A quelle bocche nascoste dalle mascherine chiederemo di ripetere argomenti, concetti, poesie. Sono le stesse bocche che per tre mesi hanno assaporato la salsedine, i baci, l’amarezza, le risate, l’alcool, il vomito… Adesso, di punto in bianco, dovrebbero riempirsi delle Operette morali o della Critica della ragion pura? Come se nulla fosse accaduto, mischieremo test sierologici e test d’ingresso? Torneremo a snocciolare le bellissime risposte della nostra tradizione culturale a domande che nessun ragazzo avverte? Come intercetteremo il sottosuolo dei nostri alunni? A qualcuno è morto improvvisamente il papà, qualcun’altra era da sola quando una notte sua nonna si è sentita male e ha dovuto chiamare (inutilmente) il 118, qualcuna è dimagrita di troppi chili, qualcun altro a Gallipoli ha fatto di tutto di più, e il sesso, i tradimenti, le discoteche, la noia, le giornate buttate al vento… cosa c’entrano Manzoni e Ariosto con il loro vissuto?

Questa eterna domanda oggi è più urgente che mai. Ma per patirla occorre essere uomini anziché funzionari, e conoscere questi ragazzi: averli incontrati durante l’estate, averci parlato. Li conosciamo? Abbiamo idea dei loro inferni e dei loro paradisi? Imbottirli di informazioni conta poco: ancora non ci siamo accorti che siamo diventati un doppione di internet? Cosa abbiamo in più? Le fotocamere spente non ci hanno insegnato nulla? Se non in collegio docenti o in una riunione di dipartimento, almeno nei dialoghi tra colleghi si abbia il coraggio di affrontare la questione: a cosa serve la scuola, adesso? cosa aggiunge alla vita?

Sarà già insopportabile indossare le mascherine per cinque ore: ma le maschere, quelle con cui rimettiamo in moto una mascherata senza rapporto con la vita, quelle davvero non fanno respirare! Tutto l’affanno per ricominciare in sicurezza è sacrosanto: sì, ma ne vale la pena? Solo se un insegnante porterà negli occhi il desiderio di una terra incognita da conquistare, e allora potrebbe affascinare qualche ragazzo inquieto.

Perciò lasciamo perdere le presunte novità che si perdono fra le chiacchiere: “La televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando”. Non abbocchiamo: con qualsiasi condizione, in fondo sarà tutto esattamente come prima, se i protagonisti saranno gli stessi. A meno che, come intuì Lucio Dalla chiudendo L’anno che verrà, non cambi qualcosa dentro il cuore: “L’anno che sta arrivando fra un anno passerà: io mi sto preparando, è questa la novità”.

Chi si sta preparando a entrare in classe? Su tutte le normative del mondo, senz’altro, ma soprattutto a mostrare se gli argomenti che studieremo servono a vivere oppure se si campa benissimo anche saltandoli o dimenticandoli, sani ma scemi, spalmati di amuchina e di superficialità. Vedremo se saremo intercambiabili come qualsiasi animatore di un villaggio turistico o di videolezioni sul web oppure se sapremo risvegliare quella segreta sete di verità, di conoscenza, di senso che sono essenziali più del mare e della salute.

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