PROROGA BLOCCO LICENZIAMENTI/ Un danno per imprese, lavoratori (e Inps)

- int. Cesare Pozzoli

Il Decreto rilancio ha prorogato il blocco dei licenziamenti e già si parla di un’ulteriore proroga. La misura, però, danneggia i lavoratori

operaio_cuffie_lapresse
Lapresse

La Camera ha dato via libera al Decreto rilancio, che passa ora all’esame del Senato che dovrà approvarlo entro il 18 luglio. Scontato, quindi, che il testo non subirà altre modifiche e che verrà posta nuovamente la fiducia anche a palazzo Madama. Tra le misure del decreto c’è anche il blocco dei licenziamenti fino al 17 agosto, un provvedimento che l’avvocato del lavoro Cesare Pozzoli, in linea con altri esperti, ritiene «assai discutibile sia nel merito che sul piano della legittimità costituzionale, e che trova il suo precedente nella nostra storia, prima ancora della nascita della Repubblica, soltanto in un Decreto luogotenenziale del 1945, valevole peraltro solo in alcune province del nord Italia. Sono preoccupato del fatto che i Ministri Gualtieri e Catalfo abbiano già annunciato un ulteriore “blocco” dei licenziamenti fino alla fine dell’anno».

Lo riterrebbe un fatto negativo?

Un’ulteriore proroga del “blocco” sarebbe a mio giudizio del tutto ingiustificata e danneggerebbe a ben vedere non solo le imprese e l’Inps, ma anche gli stessi lavoratori.

Perché?

Com’è stato osservato, la pandemia e la recessione economica esplose nel corrente anno hanno determinato un numero enorme di lavoratori in esubero, stimato da vari osservatori tra 500 mila e un milione di persone. La politica del Governo è stata, in buona sostanza, quella di concedere la cassa integrazione per tutti i lavoratori a fronte di un blocco generalizzato dei licenziamenti per motivi economici. Ma questo strumento, tipicamente assistenziale, si traduce comunque in un costo, sia pur limitato, per le aziende, che rimangono ingessate sul piano occupazionale; sta zavorrando l’Inps, che ha già gravi problemi di bilancio e si trova a gestire, oltretutto con gravi problemi amministrativi, oltre 7,5 milioni di posizioni di cassa; e non si traduce comunque in un particolare vantaggio neppure per i lavoratori che, per effetto dei “massimali”, possono percepire al più un assegno mensile di poco più di mille euro. E tutto ciò pietrifica un sistema produttivo già messo a dura prova da una crisi senza precedenti.

Quale sarebbe l’alternativa?

L’alternativa non è ovviamente una formula magica, ma consiste semmai a mio parere nel mettere le imprese nella condizione di assumere e/o di non licenziare, più che vietare tout court i licenziamenti, gonfiando artificiosamente le statistiche sugli occupati a fronte di un calo del Pil stimato pochi giorni fa da Banca Italia per quest’anno tra il 9,2% e il 13,1%. Vietare i licenziamenti per legge costituisce un atto non solo autoritaristico e velleitario, ma alla fine del tutto inutile.

In che senso?

Nel senso che mi pare velleitario e ingenuo partire dalle conseguenze senza affrontare i problemi alla radice. Commentando in altra sede il precedente blocco dei licenziamenti e postandolo su LinkedInm un lettore che non conosco personalmente, Responsabile delle Risorse Umane, ha commentato “già che ci sono, devono anche vietare alle aziende di fallire. Con questa normazione stanno arrivando là dove nessun uomo era mai giunto prima”. Mi è sembrata battuta colorita, ma in effetti poche settimane dopo è intervenuta la Legge “Liquidità” n. 40/2020, che ha previsto, in varie fattispecie, l’improcedibilità anche delle procedure fallimentari: come se “bloccando” i fallimenti le imprese in questo momento così difficile potessero magicamente risollevarsi; e oltretutto dimenticando che uno stop ai fallimenti si traduce in molti casi in una lesione della par condicio dei creditori e quindi, a ben vedere, in una penalizzazione di persone che hanno avuto l’unica “colpa” di fidarsi nel fare credito ad altri e che, in caso di insolvenza, potrebbero a loro volta non pagare altri creditori “a valle” con insolvenze e fallimenti a cascata devastanti.

Sembra una battuta…

Purtroppo lo è solo in parte. Ma dopo il divieto dei licenziamenti e dei fallimenti manca solo il “divieto di essere poveri” e “di morire“, che fa da perfetto pendant con il “diritto alla felicità” di cui si discuteva qualche anno fa, anche in sedi giudiziarie… Se mi consente, sembra di assistere alla celebre opera burlesque del Barone di Munchausen, che narrava di essersi salvato prodigiosamente da una insidiosa palude tirandosi su per i capelli.

E quali possono essere le condizioni perché le imprese non licenzino?

La domanda è difficile e meriterebbe una risposta lunga e articolata, che in parte esula dalle mie competenze di avvocato giuslavorista. In via sintetica osservo che tutto ciò che favorisce il lavoro andrebbe premiato: dalla riduzione del cuneo fiscale all’agevolazione di tutte le forme di assunzione, anche a termine, dei lavoratori. Un imprenditore che nell’attuale contesto assume -anche “solo” a termine – dovrebbe ricevere una medaglia, e non subire normative vincolistiche e ingarbugliate – penso per esempio all’art. 93 del “Decreto rilancio” sulle causali dei contratti a termine – che di fatto scoraggiano chiunque a creare nuovi posti di lavoro nell’attesa – legittima e financo doverosa – di vedere cosa succederà nelle aziende e in Italia nei prossimi mesi.

E poi?

Sarebbero da attuare altri provvedimenti che premino gli imprenditori che assumano o che mantengano in servizio i lavoratori, piuttosto che misure assistenziali “a pioggia” come la cassa integrazione, la Naspi, il reddito di emergenza, il reddito di cittadinanza e via dicendo. Per esprimere un’alternativa brutale, ritengo meglio che l’Inps eroghi mille euro – oltretutto sotto forma di “sgravio” – a un’impresa che assuma piuttosto che nel finanziare (senza neppure riuscire tante volte a pagare) casse integrazioni a pioggia e in altri sussidi assistenziali.

Spieghi meglio il tema del cuneo fiscale.

È semplicissimo: oggi un imprenditore ha un costo del lavoro che è pari al doppio e talora persino al triplo dell’importo netto percepito dal lavoratore. Si tratta di un gap enorme, tra i più alti al mondo, e che scoraggia sia le imprese che i lavoratori: non a caso molti giovani e molti “cervelli” sono “costretti” ad abbandonare l’Italia, a fortiori negli ultimi anni in cui trasferirsi anche solo in Europa è estremamente facile e non vi sono più le barriere linguistiche e infrastrutturali di un tempo, e in cui i lavoratori possono percepire una retribuzione netta molto superiore a fronte dello stesso costo sostenuto dalle imprese. È un impoverimento dell’Italia, come ha più volte rilevato anche il Presidente della Repubblica e che si aggiunge alla piaga già gravissima della denatalità che affligge in modo endemico il nostro Paese e che avrà nei prossimi anni effetti devastanti sulla nostra economia, sul sistema delle pensioni, sul welfare, sulla sanità fino alle… terapie intensive.

Cosa si potrebbe fare?

Di fronte a questa situazione i Governi – trasversalmente negli ultimi anni – hanno adottato provvedimenti di enorme favore per il “rientro dei cervelli”, ovvero per quei lavoratori che dopo un certo numero di anni di lavoro all’estero rientrano in Italia: dal dimezzamento delle imposte per un certo numero di anni (d.lgs. 147/2015) alla previsione di una tassa fissa (di 100 mila euro, a prescindere dal reddito, che può essere anche di decine di milioni di euro) per attrarre lavoratori che risultano per un certo numero di anni precedenti residenti in uno stato estero. Ora anziché correre ai ripari per far rientrare i lavoratori emigrati, riconoscendo loro il “doppio vantaggio” di aver pagato meno tasse all’estero allorché sono espatriati e meno tasse in Italia allorché si “reimpatriano”, tanto varrebbe ridurre il cuneo fiscale per tutti, mettendo molti lavoratori, specie i più brillanti, nelle condizioni di non dover emigrare. Si tratta di un esempio per dimostrare che esistono strumenti ben più efficaci per tutelare i posti di lavoro. E poi anche senza il “blocco dei licenziamenti” esistono già nell’attuale legislazione vincoli giuridici che tutelano i lavoratori, talora anche con la reintegrazione, nei casi di motivazioni temporanee e non definitive dell’esubero, così com’è previsto in altri Paesi, per esempio la Germania.

Può spiegare meglio?

La nostra normativa “ordinaria” già vieta i licenziamenti per motivi economici laddove la motivazione sia transitoria (per esempio nei casi di crisi temporanee del mercato o mancanza di prodotti o di calamità naturali di brevi durata), richiedendo invece una ragione stabile e definitiva per legittimare i licenziamenti (Cass. n. 14871/2017). In questo senso, ove le ragioni del licenziamento fossero transitorie e connesse all’epidemia in corso, ma momentanee, già ora il licenziamento sarebbe considerato illegittimo (Cass. n. 12242/2015). Ciò che invece dovrebbe essere possibile, e se non lo fosse sarebbe a mio giudizio del tutto arbitrario e incostituzionale, è invece il divieto di licenziare per motivi già provatamente stabili e duraturi, come per esempio per la decisione aziendale di chiudere una attività, ovvero di dismettere definitivamente una certa linea produttiva. In questo caso, che senso ha il blocco dei licenziamenti? Non vorrei sembrare esterofilo, ma in Germania la pandemia è stata affrontata attuando questi elementari principi, anche a tutela dei lavoratori.

In che senso?

Tra le varie ripercussioni negative, il “blocco dei licenziamenti” non mette neppure i lavoratori nelle condizioni di sapere di essere in esubero, perché di norma le aziende comunicano i licenziamenti “all’ultimo minuto” per evitare agitazioni e proteste, e preclude loro di mettersi in moto per tempo per ricercare altre occupazioni lavorative. Ricordo poi che già esiste un sistema di ammortizzatori sociali post-licenziamento. Mi riferisco alla Naspi che dura fino a 24 mesi e che prevede percorsi di formazione e riqualificazione che semmai dovrebbero essere potenziati: meglio attivare questi strumenti che protrarre oltremodo un oneroso e improduttivo sistema di cassa integrazione anteriore a recessi già scritti e ormai irreversibili. Ma non è tutto…

Cosa intende dire?

Nel nostro Paese ci sono circa 18 milioni di lavoratori subordinati, ed è fisiologico che vi sia un turnover e un travaso da un’impresa all’altra e da un settore produttivo ad altri. Ciò vale a fortiori nel corso di questa pandemia che ha rivoluzionato il sistema economico-produttivo facendo esplodere alcuni settori (penso all’alimentare, al farmaceutico, alle telecomunicazioni) e crollarne altri (penso all’abbigliamento e al turismo). Ora una cristallizzazione dei licenziamenti bloccherebbe o comunque rallenterebbe questo percorso che potrebbe comportare l’esodo da alcuni settori a vantaggio di altri; e ciò con gravi danni non solo all’Inps – che continua ad erogare sussidi in una logica assistenzialistica e improduttiva -, ma anche al sistema. Se su 18 milioni di lavoratori vi fosse il 5% di esuberi, come alcuni esperti hanno rilevato, si muoverebbe quasi un milione di lavoratori sicché, cercando in altri settori previa eventuale riqualificazione, una parte di costoro potrebbe transitare da ambiti meno produttivi e più affaticati dalla crisi ad altri ove si registra una maggior necessità e richiesta. Questo si tradurrebbe in un vantaggio per il sistema-Italia, per le imprese e per i lavoratori, ovviamente prevedendo – e se del caso rafforzando – una rete di protezione e di rilancio per chi non dovesse ricollocarsi. Ma con una necessaria precisazione…

Ovvero?

Che non si creino sistemi assistenzialistici che “premino” i lavoratori disoccupati con i più disparati sussidi (Naspi, cassa integrazione, reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, bonus di vario tipo) favorendo di fatto chi sta “sul divano” in attesa del sussidio di turno senza far nulla (o lavorando in nero), con un effetto devastante anche sul piano antropologico, noto essendo che l’inattività o il lavoro sommerso producono effetti devastanti sulle persone, sulla loro dignità e sulla loro capacità di mettere a frutto attraverso il lavoro i talenti ricevuti.

Qual è la conclusione?

Posso solo auspicare, in linea con molti altri osservatori, giuristi e Associazioni (penso per esempio a Confindustria ma anche alla Associazione Italiana per la Direzione del Personale) che si fuoriesca dalla logica delle prestazioni meramente assistenziali e della convenienza politica, più attenta alle prossime elezioni amministrative di settembre che al bene del Paese e delle persone, e che il terzo preannunciato “blocco dei licenziamenti” non venga attuato o che al limite venga approvato in modo selettivo. Ricordando che le tutele già ci sono. E confido che le risorse risparmiate (penso in particolare alle ingenti risorse della cassa integrazione) possano essere convogliate per mettere le aziende nelle condizioni di assumere o comunque di non licenziare in primis attraverso la riduzione del costo del lavoro. Non è un tema di destra o di sinistra, ma è una partita che si gioca tra cultura dell’assistenzialismo e cultura dell’iniziativa e della responsabilità. Vedremo nei prossimi giorni cosa succederà.

Pronostici?

Non mi azzardo a farli anche se scommetto sul bene comune e sulla capacità delle persone di buona volontà, anche in questo Governo, di poterlo affermare aldilà delle convenienze contingenti e delle posizioni demagogiche.

© RIPRODUZIONE RISERVATA