RAPPORTO INVALSI/ Le pagelle da consegnare a politici e dirigenti scolastici

- Roberto Fraccia

Ieri è stato presentato il Rapporto Invalsi sull’ultimo anno scolastico: tanti dati su cui meditare, anche nel mondo politico

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Lapresse

Tempi di chiusura d’anno scolastico e quindi di bilanci. Gli alunni hanno ricevuto le loro valutazioni, gli esami di stato del primo ciclo si sono conclusi già alla fine di giugno e quelli di fine secondo ciclo stanno per terminare il loro iter praticamente ovunque. Di questi ultimi si avranno riscontri sulle novità appena introdotte, prove scritte e cosiddetto sistema delle buste (brutalizzando la semplificazione, ma non è qui il caso di approfondire; altri lo faranno e lo hanno fatto anche da queste pagine).

Anche per tutto il Sistema scuola italiano è però tempo di valutazione, presso la Camera dei deputati infatti, è stato presentato l’annuale Rapporto Invalsi: una grande massa di dati ed elaborazioni che permettono di impostare un bilancio, di cominciare tratteggiare lo stato di salute della scuola in Italia in questo anno scolastico 2018/2019.

Il tutto mi affascina, devo confessarlo! I grafici sono la mia passione. Lo sanno i miei docenti, a cui non manco di sottoporne, e che mi guardano sempre con un misto di diffidenza e rassegnazione. Mi colpiscono perché rappresentano un0evidenza, un segnale sintetico, percepibile immediatamente, di un fenomeno più ampio e più grande che merita di essere indagato. Comunicano rapidamente, ma necessitano tempo perché raccontino tutto quanto han da dire e in qualche modo evocano anche ciò che di fatto non raccontano.

È una pretesa, allora, pensare di entrare immediatamente e di fino nella ricchezza dei dati del Rapporto 2019; desidero quindi solo far riverberare alcuni aspetti che mi hanno colpito e che mi sembrano significativi. In primo luogo, la distribuzione dei risultati sul territorio nazionale che da sempre sono oggetto di attenzione e di facili battute.

Osservando i risultati della seconda Primaria, il Grado 2 delle Prove, trovo interessante una sorta di primigenia “purezza e innocenza” ancora non degradata e soprattutto una sorta di omogenea risposta alle sollecitazioni dei test. Dalla Vetta d’Italia a Lampedusa i nostri piccoli studenti mostrano pochissime discrepanze e restituiscono l’impressione di un sistema scolastico che offre a tutti analoghi percorsi, ottiene apprendimenti più che soddisfacenti e soprattutto equamente distribuiti.

Non così succede all’estremo opposto del Sistema di istruzione, alla 5^ classe delle Scuola secondaria di secondo grado, assoluta novità della Rilevazione 2019, dove le differenze fra Province autonome e regioni del Nord e Centro e fra queste ultime e quelle del Sud risultano ancora piuttosto marcate. Il fenomeno è registrato in graduale incremento passando attraverso i gradi intermedi delle rilevazioni.

È pur vero che dal 2018 al 2019 il Rapporto mette in evidenza degli incrementi positivi dei risultati, malgrado ciò le discrepanze regionali continuano a permanere. E ancora, il peggioramento in termini percentuali fra la 2^ Primaria e la 5^ Secondaria lo si registra anche sui dati medi nazionali dei “risultati adeguati o più elevati“, per tipologia di prova.

Ma allora se all’inizio del nostro percorso di istruzione si ottengono risultati territorialmente omogenei e mediamente positivi (per esempio l’80% degli alunni ottiene in Italiano risultati adeguati o più elevati) e alla fine imperano le differenze e si riducono i risultati positivi (sempre in Italiano si passa al 65,4% di risultati adeguati o più elevati), cosa è successo in mezzo? Quali fattori giocano in tutta la vicenda?

Lo stesso rapporto evidenzia, ma lo fa da anni, l’incidenza della condizione socioculturale di provenienza come fattore, non determinante, ma che adombra i risultati, accompagnato da un disomogeneo grado di equità fra scuole e tra le classi (il che significa che ci sono di fatto scuole e classi di “serie A” e di “serie B”, ma anche “C”). Posto che questi due fattori siano sufficientemente motivanti, cosa vogliamo fare per porvi rimedio? Ci possiamo accontentare così, per esempio, di continuare ad avere un sistema di istruzione che non genera progresso sociale? Cioè lascia i “poveri” così come sono (non si tratta solo di quattrini, ma anche di formazione e, anche se l’Invalsi non lo rileva, di significati ed energia positiva per la vita), quando va bene, e poco aggiunge a chi “ricco” lo è già.

Non è un caso che il Rapporto sia stato presentato alla Camera dei deputati: sono i decisori politici che devono “ritirare la pagella” e meditare sui risultati, poi toccherà ai Dirigenti di ciascun Istituto (posto di averne solo uno a testa) una volta ricevuti i risultati di spettanza (e in tal caso mi toccherà vedermela con i grafici che riguardano la mia scuola). Ma intanto qualcosa sul sistema bisognerà mettere a punto. Qualche spunto da queste pagine è stato sempre fornito e ci si potrà tornare ancora a ragionare.

Per favore, però, non diciamo che “tutto va bene, Madama la Marchesa”!

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