RDC/ Quei 34 miliardi che non sono riusciti ad abolire la povertà

- Giuliano Cazzola

Ieri è stata pubblicata la Relazione per la valutazione del Reddito di cittadinanza realizzata dal Comitato Scientifico incaricato

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Tra i motivi per i quali il Reddito di cittadinanza, nonostante l’impegno di 34 miliardi di spesa pubblica, non ha abolito la povertà, uno sembra paradossale, se non fossimo in Italia: la prestazione ha raggiunto in modo parziale i poveri. È uno degli aspetti che emergono dalla relazione del Comitato scientifico previsto dalla legge e presieduto da Natale Forlani, per valutare gli esiti del Reddito di cittadinanza (Rdc) e della Pensione di cittadinanza (Pdc) per tutto il periodo in cui la relativa disciplina è rimasta in vigore (dal 1° aprile 2019 al 31 dicembre 2023).

Nelle indagini effettuate dall’Istat la quota delle famiglie in condizioni di povertà assoluta che hanno beneficiato delle prestazioni di sostegno al reddito ha raggiunto il massimo del 38% nel corso del 2021 (32,3% nel 2022). Una quota equivalente al 58,7% dei beneficiari delle misure (53,4% nel 2022). Queste stime – commenta la relazione – evidenziano la mancata partecipazione di un rilevante numero di famiglie povere, che deriva in parte dai criteri normativi per la selezione dei potenziali beneficiari, e di una quota dei percettori, il 46,6% nel 2022, che non riscontrano le condizioni di povertà sulla base dei criteri utilizzati dall’Istat. Probabilmente motivata – ipotizza la relazione – dalle caratteristiche delle persone che risultano occupate negli ambiti professionali e nei settori che registrano tassi di irregolarità superiori di tre volte la media e con rapporti di lavoro di breve durata. In sostanza, i requisiti richiesti per la prestazione non hanno intercettato la povertà e, secondo il Comitato scientifico, anche i criteri di cui si avvale l’Istat non realizzano un’adeguata copertura dei tassi di irregolarità.

La partecipazione è risultata superiore alla media per i residenti nelle regioni del Sud e delle Isole¸ per i nuclei composti da una persona sola o esclusivamente da adulti, per le famiglie di soli italiani, per i nuclei residenti in affitto. Al di sotto della media sono quelli residenti nelle regioni del Nord, le persone over 64 anni sole e le coppie di anziani, le famiglie con due o più figli a carico, i nuclei con almeno uno straniero, le famiglie con abitazione in proprietà.

Tuttavia, la platea interessata è importante: hanno percepito il sussidio di integrazione al reddito nel periodo di vigenza per almeno una mensilità circa 2,4 milioni di nuclei familiari e 5,3 milioni di persone. Il numero medio delle mensilità percepite è di 26,4 per il Rdc e di 32 per il Pdc. Circa un terzo dei beneficiari ha percepito il sussidio per l’intero periodo. L’efficacia del Rdc sulla platea dei bassi redditi è risultata più elevata nel corso della pandemia Covid (2020-2021) e ha consentito la fuoriuscita di circa 450 mila famiglie dalla condizione di povertà (circa 300 mila nel 2022). Metà della spesa erogata nel biennio ha contribuito insieme alle altre misure erogate dallo Stato a favore dei bassi redditi, in particolare dell’Assegno unico universale, a ridurre dell’0,8% l’indice delle disuguaglianze e dell’1,8% il rischio di povertà.

Gli effetti della ripresa dell’economia e dell’occupazione hanno favorito la riduzione delle domande accolte dal 1,772 milioni del 2021 a 1,362 milioni del 2023. La decrescita delle domande, motivata in particolare dall’aumento dell’occupazione, risulta accompagnata dalla riduzione del valore medio dell’Isee dei nuclei familiari, da 1.800 euro del 2019 a 550 euro nel 2022, e da un aumento del valore medio delle integrazioni al reddito mensili, da 480 a 540 euro. Nelle indagini dell’Istat l’impatto sulle persone e sui nuclei familiari in condizioni di povertà assoluta risulta limitato per le conseguenze della elevata crescita dei prezzi di gran lunga superiore all’incremento dei redditi nominali.

Nei primi tre anni di gestione, le misure di politica attiva per il lavoro e per l’inclusione sociale risultano limitate dalla debolezza dei servizi dedicati allo scopo e per l’interruzione delle attività intervenuta nel corso della pandemia Covid-19. A partire dalla seconda parte del 2021 aumentano le prese in carico delle persone e dei nuclei familiari. Allo stato attuale non si registrano effettivi riscontri sull’entità delle misure adottate, sulla loro efficacia e sull’attuazione delle condizionalità previste dalle norme e delle sanzioni relative alla mancata adesione dei beneficiari.

Le stime effettuate confermano la discrepanza già evidenziata: l’Italia è tra i Paesi che prevedono un elevato importo dell’integrazione al reddito in relazione alla soglia di povertà, ma con livelli di copertura del numero delle persone povere inferiori alla media europea.

Il Comitato scientifico ha fornito anche una serie di raccomandazioni che possono risultare utili anche per valutare l’impatto dell’Assegno di inclusione e del Supporto alla formazione e al lavoro, che hanno sostituito il Rdc, come l’aggiornamento delle soglie Isee per la partecipazione alle nuove misure, tenendo conto dell’impatto dell’inflazione avvenuto negli anni recenti, la promozione da parte delle Istituzioni locali di attività di auditing e di coinvolgimento degli attori privato sociali e del Terzo settore, il potenziamento delle politiche attive del lavoro con il concorso delle Agenzie del lavoro, la priorità alla finalizzazione dei Progetti utili per la collettività (Puc) alle persone in età di lavoro che presentano particolari disagi di natura lavorativa e sociale, il rafforzamento delle piattaforme nazionali finalizzate a condividere le informazioni relative all’attivazione delle misure e alle prestazioni economiche erogate dalle Istituzioni competenti per migliorare l’efficacia delle misure, la razionalizzazione della spesa e il sistema dei controlli preventivi.

Ovviamente, queste proposte vanno riportate nel nuovo quadro normativo in vigore dal 2024 che – come abbiamo potuto notare – cerca di cogliere alcuni aspetti critici emersi dalla previgente disciplina, salvo la riserva di monitorarne l’efficacia e la partecipazione, in un contesto in cui è robusta la domanda di lavoro a fronte di un’offerta inadeguata.

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