LETTURE/ Grossman, grazie al martirio l’uomo che muore trionfa sulla bestia che vive

- Michele Rosboch

Vasilij Grossman racconta, ne L’inferno di Treblinka, le atrocità del lager. Dove uomini che avevano perduto ogni scampolo di umanità, non riuscivano a sopprimere quella delle vittime a cui avevano tolto ogni cosa. La recensione di MICHELE ROSBOCH

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Treblinka - Condannati a morte

L’editore Adelphi pubblica, grazie alla pregevole traduzione di Claudia Zonghetti, una delle prime opere dello scrittore Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka. Si tratta di un agile libro-inchiesta (quasi una cronaca “giornalistica”, apparsa per la prima volta nell’autunno del 1944 sulla rivista russa Znamja), frutto dell’osservazione di prima mano dell’autore – all’epoca cronista di guerra fra i più apprezzati – entrato nel campo di Treblinka con l’armata rossa nel settembre del 1944. Nel libro l’autore di Vita e destino riporta con fedeltà il frutto dei racconti dei testimoni dell’inferno del lager, che era stato distrutto in seguito ad una rivolta dei prigionieri nell’agosto del 1943, dopo aver realizzato l’assassinio di tre milioni di persone fra ebrei, zingari e altri cittadini polacchi.

Il frutto dell’indagine di Grossman sarà perfino usato come documento al processo di Norimberga come prova dei crimini nazisti (anche se in seguito è risultato in certi punti impreciso ed addirittura erroneo a causa della concitazione delle testimonianze raccolte). È un quadro agghiacciante dell’abisso del male e della deformazione a cui può condurre l’ideologia: «Tutti questi esseri non avevano nulla di umano. Cervello, cuore e anima, parole, gesti e abitudini erano deformati, un’orrenda caricatura che ricordava a stento tratti, pensieri, sentimenti, abitudini, gesti umani. (…) Nel nuovo lager nulla era pensato per la vita, tutto era inteso per la morte» (pp. 15-16).

Nel libro emergono con chiarezza l’abominio e la turpitudine dei carnefici nazisti, animati dal progetto criminoso di contribuire alla “soluzione finale”, attraverso l’annullamento della volontà e della personalità dei prigionieri (tramite la “tortura della menzogna”), prima ancora della loro crudele eliminazione fisica: «Esseri umani nudi ai quali è stato tolto tutto restano tenacemente mille volte più umani delle bestie in divisa nazista che li circondano, continuano a respirare, a guardare e a pensare, i cuori battono ancora. Allora i tedeschi strappano loro di mano sapone e asciugamani. E li dispongono in fila per cinque» (p. 37).

Alle “bestie” naziste si contrappongono i “liberatori” sovietici: nel libro si afferma con nettezza la differenza fra i tedeschi-cattivi ed i sovietici-buoni, che verrà invece superata in Vita e destino, con la tragica denuncia sia dei crimini nazisti sia di quelli comunisti. Del resto, Grossman, in qualità di reporter, aveva vissuto in prima persona la battaglia di Stalingrado e la marcia su Berlino ed era rimasto impressionato dal fatto che l’Unione Sovietica, dopo tante atrocità, avesse rappresentato in quell’occasione “la giusta causa” della libertà: «Il potere. Carri armati e aerei, terre, città, cieli, ferrovie, leggi, giornali, radio: tutto è in mano loro. Il mondo tace, schiacciato, asservito dai banditi in camicia bruna che lo hanno in pugno. Eppure a molte migliaia di chilometri, sulle rive lontane del Volga, l’artiglieria sovietica tuona ancora, proclamando ostinatamente la volontà del popolo russo di lottare fino alla morte per la libertà, e risvegliando, chiamando alla lotta i popoli del mondo» (p. 28).

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Ma non è tutto qui. Anche in questo saggio emerge la grandezza di Grossman, che non è solo quella del cronista o dell’antinazista. Di fronte al dramma della distruzione dell’umano Grossman riflette sul profondo della natura umana e sul significato della vita e della morte, dando voce a quelle domande ultime, che fioriranno in modo emblematico nel suo capolavoro Vita e destino. «… Con uno sforzo sovrumano una madre avrà cercato di fare un po’ di spazio per il suo bambino, sperando di alleviare per una milionesima parte il suo ultimo respiro. “Perché mi soffocano? Perché non potrò amare e avere dei figli?” si sarà chiesta una ragazza con la lingua che già le si intorpidiva. La testa gira, un nodo stringe la gola. Che cosa avranno visto quegli occhi vitrei, spenti? Scene d’infanzia e di giorni felici, o forse l’ultimo durissimo viaggio?» (p. 52).

Da dove vengono queste domande, che rendono “classico” un reporter e interessante un libro che parla di fatti storici lontani? Il potere della scrittura di Grossman sta nella grande capacità di immedesimazione con le cose, nella capacità di cogliere in ciò che osserva i segni della verità di un fenomeno. È assai significativa, in proposito, la descrizione con cui si chiude il libro: quando Grossman e i soldati dell’armata rossa giungono a Treblinka le costruzioni sono state distrutte, ma è la terra con il suo colore scuro (determinato dalle ceneri di migliaia di cadaveri che erano state sparse) che parla della vita del lager. Ed è da quel colore e da quella terra che l’inchiesta sugli eventi storici del campo e sull’umano partono.

 

Così è Grossman: sente un fatto particolare con tutto se stesso, lasciando che esso sprigioni quell’infinità di domande per cui il cuore dell’uomo è fatto. Al termine della lettura viene da restare in silenzio, eco misterioso di quel silenzio che «sopraggiungeva quando le porte delle camere a gas venivano chiuse» (p. 46), ma anche umile commozione per il dono della vita, di cui è intessuta ogni pagina dell’opera di Grossman: «Che grande cosa è il dono dell’umanità! Un dono che non muore finché non muore l’uomo. E se anche sopraggiunge un’epoca storica breve ma tremenda in cui la bestia ha la meglio sull’uomo, l’uomo ucciso dalla bestia conserva comunque fino all’ultimo suo respiro forza d’animo, mente lucida e cuore ardente. Mentre la bestia trionfante che lo uccide resta comunque una bestia. Nell’immortalità dello spirito umano è insito un cupo martirio, trionfo – però – dell’uomo che muore sulla bestia che vive» (p. 43).

 

 

(di Michele Rosboch)

 

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