RECOVERY FUND E MES?/ “Meglio i 200mld (a costo 0) del Fmi che l’Italia non vuole usare”

- int. Domenico Lombardi

40 miliardi a condizioni zero utilizzabili a garanzia per costruire un veicolo finanziario capace di generarne 200. È una proposta basata sui Dsp emessi dal Fmi

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Palazzo Chigi (LaPresse)
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40 miliardi a condizioni zero utilizzabili a garanzia per costruire un veicolo finanziario capace di generarne 200. Non è il Mes, Meccanismo europeo di stabilità; e nemmeno la parte di Recovery Fund che spetterebbe all’Italia. Domenico Lombardi, ex consigliere economico del Fmi, ha messo a punto insieme all’ex segretario al Tesoro britannico Jim O’Neill una proposta basata sui diritti speciali di prelievo (Special Drawing Rights) emessi dal Fondo monetario internazionale. “Eviterebbe l’accumulo di ulteriori passività nel bilancio dello Stato”. Eppure, nessuno al governo italiano ha prestato attenzione alla proposta, osserva Lombardi, che a differenza del Mes è a condizionalità zero. “Mi è parso che si trattasse di ratificare una decisione già presa a priori” dice Lombardi del Fondo salva-Stati.  Ma anche il Recovery Fund è segnato da numerose incertezze. Proprio ieri, anzi, hanno cominciato a delinearsi le sue probabili condizionalità, da ricondurre alle consuete “raccomandazioni” rivolte dalla Commissione ai singoli paesi europei.

Ripresa a V, a U, a W o piuttosto discesa e stagnazione a L? Quale ritiene l’andamento più probabile per l’economia europea e per quella italiana?

La statistica può aiutare poco perché siamo davanti a un shock unico nel suo genere. Come si dice in econometria, c’è un regime change. E i parametri dei modelli testati in condizioni passate  sono meno affidabili per stimare l’impatto sulle variabili e la relazione tra loro. 

È un modo per dire che dobbiamo attenderci un collasso economico?

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Mettiamola in questi termini. Il problema non è tanto e solo la fine del lockdown, ma quello che verrà fatto nei prossimi mesi. Servono due cose. La prima è incidere in modo sostanziale sulle aspettative di imprenditori e consumatori.

E la seconda?

Creare un parallelismo virtuoso, per nulla scontato, tra fine dell’emergenza sanitaria e riaperture. L’unicità di questa crisi dipende anche dal fatto che riaprire le attività commerciali non vuol dire che i consumatori andranno necessariamente a spendere, in assenza di aspettative più favorevoli. 

Gli strumenti messi in campo dal decreto rilancio sono adeguati?

Ritengo di no. Nei primi tempi della pandemia sono stati promessi aiuti a pioggia. Ma interventi di questo genere mi sembrano finalizzati a stabilizzare i consensi piuttosto che favorire la ripartenza nel medio termine. Per costruire quest’ultima occorre una strategia, che manca.

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Lei ha detto che bisogna incidere sulle aspettative. Come?

Dicendo chiaramente su quante risorse gli italiani possono contare, in quali tempi e a che condizioni. Ci dev’essere, poi, uno effetto shock sulle aspettative. Per semplificare: se metto nel sistema un euro, è un euro buttato; se ci metto un trilione, quel trilione agisce sulle aspettative, perché crea sicurezza intorno ai flussi di reddito che si materializzeranno nel futuro prossimo amplificandone l’impatto. 

È un trilione dimezzato: Merkel e Macron hanno trovato un’intesa sul Recovery Fund. 500 milioni di trasferimenti a fondo perduto dal bilancio Ue. 

Innanzitutto mi limito ad osservare che Austria, Olanda, Finlandia e Danimarca per ora si oppongono. Sono gli stessi paesi che finora hanno impedito l’accordo. E senza unanimità non se ne fa nulla. Un altro requisito chiave sono le dimensioni: di 100 mld in 100 mld non andremo da nessuna parte. E poi, ammesso che l’operazione riesca, che fondo sarà? Che tipo di condizionalità imporrà esplicitamente o implicitamente?

Che cosa intende?

Un fondo emasculated, come dicono gli americani, o che invece ha “grinta e denti”, sono due realtà completamente diverse. Come sarà il Recovery Fund non lo sappiamo e probabilmente occorrerà ancora parecchio tempo per capirlo.

Insomma lei boccia l’operazione.

Non ho detto questo. Il livello di cooperazione europea è molto importante, ma potrebbe non bastare. Molti dettagli del nuovo strumento sono ancora indeterminati, come quelli di altri strumenti europei. Un fatto è certo: i nostri spazi di finanza pubblica sono angusti e i debiti vanno sempre restituiti.

Da dove cominciare?

All’Italia serve una modernizzazione della propria economia. Una semplificazione della normativa ci consentirebbe di rilanciare le opere pubbliche e creare posti di lavoro. L’esempio virtuoso è il nuovo ponte di Genova: va riprodotto quel modello. La competitività dei paesi non si misura solo dal rapporto debito/Pil, ma anche dai giorni necessari per attivare i permessi regolamentari necessari, per accedere al credito, o per la risoluzione di una disputa contrattuale.

Perché dice questo?

Intervenire su questi parametri non necessariamente comporta l’esborso di risorse finanziarie e oggi diventa ancora più urgente visto che le nuove norme anti–Covid hanno l’effetto netto di aumentare ancor più il peso di burocrazie e codicilli sulle attività economiche, per le quali già il nostro Paese vantava un considerevole primato.

Veniamo alle risorse. Lei, insieme all’ex segretario al Tesoro britannico Jim O’Neill, ha elaborato una proposta. Ci spiega in che cosa consiste?

Chiediamo che il Fmi emetta dei diritti speciali di prelievo (Dsp; Special Drawing Rights). Il Financial Times ha proposto di emettere Dsp per 1,250 trilioni di euro. Noi sviluppiamo una proposta per moltiplicare la capacità di questa allocazione. 

Cosa verrebbe all’Italia da una emissione pari a quell’importo?

I Dsp sono assegnati ai paesi membri del Fmi sulla base delle quote detenute nella base di capitale del Fondo. All’Italia, con quota pari al 3,17%, andrebbero circa 40 mld di euro.

Una cifra superiore alla linea di credito del Mes per la pandemia.

Precisamente. E a condizionalità zero. Questi 40 mld si possono usare a garanzia per costruire un veicolo finanziario che a sua volta emette obbligazioni acquistabili da altri paesi utilizzando le rispettive allocazioni di Dsp. Questo eviterebbe l’accumulo di ulteriori passività nel bilancio dello Stato. 

Prospettive di investimento per l’Italia?

Se ipotizziamo un rapporto di leva finanziaria uno a cinque, l’Italia potrebbe aumentare la propria capacità finanziaria da 40 mld a 200 mld di dollari. 

Veniamo alle criticità. Gli altri paesi del Fmi sarebbero d’accordo?

Serve l’accordo dell’85% dei paesi membri. Gli Usa, con il 17,45% delle quote, avrebbero potere di veto, ma difficilmente lo userebbero davanti al crollo dell’economia mondiale. Inoltre gli Usa potrebbero acquistare parte di queste obbligazioni senza pesare sul contribuente americano, ma usando parte delle allocazioni che il Tesoro Usa riceverebbe dall’emissione di Dsp.

Perché agli investitori dovrebbe convenire sottoscrivere il veicolo?

R: Si tratta di mobilizzare una “coalizione di volenterosi” tra quei paesi con maggiori riserve. Questi mobilizzerebbero parte delle allocazioni di Dsp ricevute per sottoscrivere le obbligazioni del veicolo. Così facendo, beneficerebbero di un interesse positivo, anche se non elevato, sulle loro sottoscrizioni vedendosi remunerare la loro solidarietà. Ribadisco che utilizzerebbero le risorse addizionali liberate proprio attraverso l’emissione di Dsp, senza pesare sulla fiscalità generale e sui propri contribuenti.

E la Cina?

La Cina con le sue ingenti riserve potrebbe essere uno di questi paesi volenterosi, come, del resto, gli stessi Stati Uniti. Ripeto, non si tratta di chiedere regali ma piuttosto attivare un meccanismo virtuoso con la creazione di nuove risorse che renda politicamente agevole il sostegno ai Paesi maggiormente affetti dalla pandemia, come l’Italia.

Che ruolo potrebbe avere la Bce?

La Bce potrebbe sottoscrivere parte delle obbligazioni del veicolo insieme ad altri soggetti istituzionali e sovrani. 

Abbiamo citato il Mes. Che idea si è fatto del dibattito italiano?

Non è un reale dibattito. Mi è parso che si trattasse di ratificare una decisione già presa a priori e all’inizio della pandemia. L’impatto della crisi sull’economia italiana è così profondo e avvolgente che non si può arginare con un solo strumento, né il Mes né il nostro. C’è bisogno di più strumenti e della creazione di nuove risorse che ogni paese dovrebbe o potrebbe coordinare secondo le sue specificità. Ecco, su questo è mancato un dibattito vero, a tutto tondo, nel nostro Paese. 

Perché il governo non ha esplorato altre soluzioni?

Questa è un’ottima domanda che giro a lei, fiducioso che interlocutori istituzionali possano raccoglierla. 

Che cosa la lascia più perplesso?

L’Italia ha chiesto un prestito Mes fino all’altro ieri, addirittura subordinando l’adesione alla scelta di Francia e Spagna. Come se accodarsi  ad altri potesse garantire una sorta di immunità di gregge capace di diminuire l’impatto, in termini di responsabilità, associato al programma. Qui nascerebbero molte domande.

Ce ne dica alcune. 

Perché quei paesi si sono ritirati? L’Italia intende seguirli? Il Mes non era conveniente? Purtroppo, in Italia, si è teso a far coincidere, in modo puramente strumentale, la posizione a favore o contro il Mes come europeismo o anti-europeismo. Dovremmo allora concludere che anche Francia, Spagna, Grecia e Portogallo sono diventati anti-europeisti l’altro giorno, decidendo di non avvalersi del Mes?

Qual è la sua posizione in merito?

Io credo che si possa essere europeisti pur avendo qualche riserva su come gli aiuti esterni sono configurati. È vero, stando a come viene presentata, che la linea di credito anti-pandemica del Mes è a bassa condizionalità, per ora.

Quindi?

Se a causa del crollo del Pil e del fardello dell’elevato debito pubblico i nostri fondamentali si deteriorassero, scatterebbero clausole di salvaguardia più impegnative. Che impatterebbero sulle tasche dei cittadini. Credo che questo andrebbe spiegato loro, tutto qui. Ovviamente non è compito del Mes.

Lei ha preferito non rispondere alla mia domanda iniziale sulle previsioni per l’economia italiana. Ha però espresso uno scenario molto preoccupante. Cosa può dirci dal suo punto di osservazione di ex consigliere economico del Fmi?

Quando la Grecia nel 2010 entrò nel programma del Fondo monetario, il suo rapporto debito/Pil era del 146%. L’Italia, fatte le debite differenze, quest’anno raggiungerà il 170%. Non lo possiamo certamente ridurre con l’avanzo primario tirando la cinghia. Bisogna parlare di come generare risorse addizionali.

(Federico Ferraù)

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