RECOVERY FUND/ Le 68 pagine che smontano l’entusiasmo del Governo

- Stefano Masa

È stato espresso molto entusiasmo per il risultato del Consiglio europeo, ma nel documento finale vi sono parole che suscitano più di un interrogativo

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Giuseppe Conte alla seconda giornata di lavori del Consiglio Ue (Foto: LaPresse)

È innegabile: affascina, ammalia e allo stesso tempo stimola innumerevoli progetti che, fino a qualche giorno fa, potevano apparire estremamente utopistici. In chi ascolta, e in chi, successivamente incuriosito, legge l’intero discorso, la suscitata voglia di agire è grande. Questi sono gli effetti che l’informativa del presidente del Consiglio – dinnanzi al Senato e alla Camera – pare abbia destato al momento del suo intervento: a riprova di questo, i singoli discorsi che ne sono seguiti. Nelle ultime ore, i vari cronisti, hanno finalmente potuto commentare il ritorno in patria di Giuseppe Conte che, in sede parlamentare, ha vissuto veri e propri stati di ovazione, acclamazione e standing ovation.

Il risultato conseguito – in sede di Consiglio europeo – è oggettivo. Come lo stesso illustre relatore informa al proprio pubblico, si tratta di una decisione di «portata storica» e il precedente considerato «auspicio oggi è certezza». È doveroso, e obbligatorio, riportare come l’intero piano di intervento europeo – di cui l’Italia appare essere il Paese tra i più avvantaggiati (per l’ammontare delle cifre destinate) – sia indiscutibilmente una dote mai vista prima: soldi, molti soldi, da poter (e dover) gestire in un arco di tempo circoscritto per far fronte alle conseguenze della recente e ancora attuale crisi pandemica mondiale. Un’occasione unica e non rara, un’occasione da cogliere immediatamente, senza alcun tentennamento.

Tutti vogliono esserci, tutti vogliono partecipare a questa storica opportunità. Maggioranza, opposizione, idee opposte e contrapposte che, paradossalmente, trovano un punto di incontro per il bene del Paese. Fatta eccezione per alcune considerazioni “contrarian” (grazie alle quali si ritorna alla realtà), nelle risultanze che emergono dall’informativa del Premier non appaiono preoccupazioni o potenziali ripercussioni per l’agire del Paese, anzi, viene ricordato come: «In passato si tendeva, non lo dimentichiamo, a intervenire nel segno del rigore, affidandosi a logiche di austerity che si sono poi rilevate lo sappiamo inadeguate, finendo per deprimere il tessuto sociale e produttivo comprimendo finanche la crescita. Oggi invece l’approvazione del poderoso piano di finanziamento che peraltro completa il quadro di molti altri interventi già assunti e adottati, è interamente orientato alla crescita economica, allo sviluppo sostenibile nel segno in particolare della digitalizzazione, della transizione ecologica». Una precisazione che, al primo ascolto rasserena, ma, allo stesso tempo, sembra incomprensibile rispetto al “passato”. Tale discontinuità, di fatto, potrebbe trovare la propria confutazione in alcuni tratti del documento finale predisposto e relativo alle “Conclusioni adottate dal Consiglio europeo nella riunione straordinaria del Consiglio europeo (17, 18, 19, 20 e 21 luglio 2020)”.

Consultando le complessive 68 pagine – al punto “A10” – si apprende come: «Nella decisione del Consiglio relativa al sistema delle risorse proprie dell’Unione europea saranno specificati, in relazione ai finanziamenti a titolo di Next Generation EU, i casi in cui la Commissione è autorizzata, in via provvisoria, a chiedere agli Stati membri maggiori risorse rispetto alle rispettive quote relative, senza aumentare le passività finali degli Stati membri, e saranno stabilite le relative condizioni. Sarà previsto che simili contributi siano compensati senza indugio in linea con il quadro giuridico applicabile per il bilancio dell’Ue e pertanto sulla base dei rispettivi criteri applicabili correlati all’RNL, fatte salve le altre risorse proprie e le altre entrate. Prima di chiedere tali risorse, la Commissione soddisferà queste esigenze tramite una gestione attiva della liquidità e, se necessario, ricorrendo a finanziamenti a breve termine tramite i mercati dei capitali nell’ambito della sua strategia di finanziamento diversificata, coerentemente con i limiti previsti dalla decisione sulle risorse proprie. Solo se tali misure non dovessero generare la necessaria liquidità, la Commissione potrebbe chiedere, in via provvisoria, agli Stati membri maggiori risorse come ultima riserva».

La menzionata casistica («la Commissione è autorizzata, in via provvisoria, a chiedere agli Stati membri maggiori risorse rispetto alle rispettive quote relative») e il medesimo inciso («Sarà previsto che simili contributi siano compensati senza indugio») – una volta appresi – interrompono il precedente indotto stato di spensieratezza favorendo, all’opposto, un effettivo dubbio (o verosimile certezza) dell’attento e costante monitoraggio sull’agire di ciascun Paese destinatario della “decisione portata storica”.

Per chi scrive, questo tipo di continuità sul vigilare l’azione altrui, è da ritenersi – sempre – doverosa; un obbligo da “buon padre di famiglia” soprattutto in funzione di un dettagliato piano di intervento che, nello stesso documento redatto dal Consiglio europeo, prevede un QFP (quadro finanziario pluriennale) per il periodo 2021-2027 articolato in sette cosiddette rubriche: “Mercato unico, innovazione e agenda digitale”, “Coesione, resilienza e valori”, “Risorse naturali e ambiente”, “Migrazione e gestione delle frontiere”, “Sicurezza e difesa”, “Vicinato e resto del mondo” e “Pubblica amministrazione europea”. Non ci si può sbagliare come neppure esimersi dalle proprie responsabilità: il percorso è stato tracciato attraverso una dettagliata “road map del fare” in mano a ciascun Paese.

In questa vicenda di «portata storica» si solleva un interrogativo non più in sede europea, bensì nei soli e circoscritti confini di casa nostra: l’attuale esecutivo, già caratterizzato dalle sue numerose e manifeste contraddizioni, sarà all’altezza di poter soddisfare l’aspettativa di risultato in capo ai molti osservatori europei? I timori sono alti.

Riprendendo l’informativa del Premier Conte, quello che in un prossimo domani vorremmo riascoltare potrebbe anche essere distante dal citato Jacques Delors e del suo “fiore della speranza al centro del giardino europeo”. Nulla in contrario alla speranza, ma ora il nostro unico bisogno – il bisogno dell’intero Paese – è quello di poter avere certezze, attraverso le quali, poter finalmente conseguire «un risultato che appartiene all’Italia intera».

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