RECOVERY FUND/ Lo strano silenzio degli economisti sui piani del Governo

- Giuseppe Pennisi

Sta per entrare nel vivo il dibattito sul Recovery plan italiano, ma c’è un silenzio assordante da parte degli economisti sulla materia

Conte alla riunione sul Recovery Fund
Conte e Amendola alla riunione Ciae sul Recovery Fund (LaPresse, 2020)

RECOVERY FUND: COSA NASCONDE QUESTO SILENZIO? Alla vigilia delle elezioni regionali e del referendum, con una puntualità da indurre a pensare male (ossia a ritenere che si tratti di una manovra propagandistica), il Governo ha inviato al Parlamento le “linee guida” per l’utilizzazione del Recovery Fund. L’esposizione alle Camere e la discussioni verranno fatte dopo le elezioni. Sempre che ci sia tempo e voglia di discutere un documento molto generico, pieno di ovvietà di stampo giornalistico e che non risponde alle domande di fondo: quali saranno i parametri di valutazione e i criteri di scelta delle spese da proporre all’Unione europea per il finanziamento a valere sul Fondo? Quali metodi e quali procedure verranno adottate per la valutazione tecnica e per la scelta? Chi farà valutazione e scelta? Quale mandato avrà il livello tecnico e quale quello politico?

A queste e altre domande che sono state poste in queste settimane è stata data un’unica risposta, peraltro molto verbosa: in sintesi, l’obiettivo è massimizzare la crescita del Prodotto interno lordo e le spese da proporre all’Ue per essere finanziate sul Fondo saranno scelte in base al loro impatto ai fini di questo obiettivo. È da augurarsi che economisti chiedano chiarimenti, dato che ci sono differenti modalità per valutare in che modo operazioni di spesa incidano sulla crescita; quindi, si apre il problema di sapere (almeno) quale modalità verrà utilizzata. E da chi e con quale mandato.

È da augurarsi che vengano sollevati interrogativi e giungano risposte perché sinora il silenzio degli economisti su come e cosa l’Italia valuterà e proporrà nella propria richiesta al Recovery and Resilience Fund è stato assordante. Coloro che hanno sollevato gli interrogativi posti nel primo paragrafo di questa nota si contano sulle dita di una sola mano. Coloro che lo hanno fatto con costanza nei loro interventi sulla stampa sono tre. A essi se ne aggiungono un paio con qualche incursione sporadica sul tema.

Come mai? Un saggio di Giuseppe Dallera su Moneta e Credito apre ricordando come il Premio Nobel James Buchanan amasse sottolineare che la scuola italiana di scienza delle finanze tra gli anni Ottanta del secolo diciannovesimo e gli anni Quaranta del secolo ventesimo fosse quella che più ha contribuito all’analisi della qualità della spesa pubblica e della selezione delle spese in funzioni degli obiettivi di politica economica.

Cos’è successo? I loro allievi o i figli e i nipoti dei loro allievi ne hanno dimenticato gli insegnamenti? E ciò nonostante che in Italia ci siano state importanti applicazioni. Ad esempio, quelle della Cassa per il Mezzogiorno sino alla fine degli anni Sessanta. Quella dell’Italconsult, al termine degli anni Cinquanta, per il polo siderurgico di Taranto (metodica ripresa dal Governo britannico per programmare e progettare il ponte e tunnel sotto la Manica). Quella del Fondo per gli Investimenti e l’Occupazione alla metà degli anni Ottanta. L’impiego di analisi economiche in condizioni di incertezza per valutare la transizione da televisione analogica a digitale terrestre da parte del ministero delle Comunicazioni all’inizio di questo secolo e qualche anno dopo da parte del ministero dell’Economia e delle Finanze per progetti di trasporti e di turismo. Per non citare che tra il 1995 e il 2010 (quando l’allora management della Scuola nazionale d’amministrazione decise che non si trattava di tema prioritario), oltre cinquecento funzionari e dirigenti dello Stato hanno seguito corsi su questi argomenti, adattati alle esigenze dei loro Ministeri. Ad esempio, vennero fatti corsi specifici per i ministeri di Giustizia e Istruzione – comparti che richiedono metodiche e procedure particolari.

Il silenzio assordante può essere causato da varie determinanti. Alcune sono nobili. Ci sono colleghi economisti che ritengono che “questo sia il migliore dei Governi possibili” e che – come si diceva in altri tempi – “non bisogna disturbare il manovratore” che “con i suoi rapporti con la Commissione europea” può ottenere ciò che vuole. Altri pensano di poter incidere, positivamente, sulle scelte pubbliche. Sono argomentazioni discutibili sia perché “il manovratore” viene stimolato proprio se “disturbato”, sia perché – si vedano le non decisioni sull’accesso allo sportello sanitario del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) – i processi operativi di questo Governo paiono all’insegna della politique d’abord intesa come evitare di destabilizzare un Esecutivo profondamente diviso su aspetti di fondo. Inoltre, contare sui buoni rapporti con la Commissione europea è un po’ fallace: in questa materia, la Commissione ha funzioni istruttorie mentre i poteri decisionali sono saldamente nelle mani del Consiglio e alcuni dei suoi membri (almeno otto) non celano di non avere particolare simpatia per l’Italia e per il suo Governo.

C’è poi il silenzio che ha origini più prosaiche. Ci sono economisti che sono sempre governativi, quale che sia il Governo e il suo orientamento politico. I Governi, specialmente se alla guida di un settore pubblico che si allarga e se si contorna di task force e comitati, forniscono, direttamente o indirettamente, incarichi, prebende e simili; tutto fa brodo per “arrotondare”.

Quali che siano le determinanti del silenzio, la professione non ci fa una bella figura ed è bene che si dia una sveglia.

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