RECOVERY PLAN/ Il “piano fantasma” che agita il Governo

- Giuseppe Pennisi

Non sono le dispute all’interno della maggioranza a ritardare la presentazione del Recovery plan, quanto il fatto che questo documento non esiste davvero

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Roberto Gualtieri, Ministro dell'Economia a P. Chigi (LaPresse, 2020)

Non sono le dispute all’interno della maggioranza a ritardare la presentazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), sia sui contenuti sia sulla ripartizione delle richieste di finanziamento tra veri e presunti centri di interesse (e di potere), ma il fatto puro e semplice che il Pnrr (nella forma e nella sostanza contemplata nelle “linee guida” emanate dalla Commissione europea) non esiste. Per questo motivo, il Commissario europeo Paolo Gentiloni, presumibilmente dopo aver contattato il ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri e il ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio, e probabilmente lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha compiuto il passo, del tutto irrituale, di dare un avvertimento severo tramite un’intervista a un quotidiano.

Lo mostrano due documenti: a) una presentazione di 153 pagine di schede di progetti; b) una lettera del leader di Italia Viva al ministro dell’Economia e delle Finanze sugli obiettivi del Pnrr. Il secondo è un documento politico, mentre il primo è un documento tecnico-amministrativo. La lettura, congiunta e trasversale, dei due documenti fornisce un’idea di come l’Italia sia in ritardo e quanto sia stato futile il dibattito mediatico e politico sulla “cabina di regia” proposta nella bozza del Pnrr datata 7 dicembre, dato che la “regia” di attuazione dovrebbe essere modellata sui progetti da realizzare e sulle loro specifiche. Quindi, non deve precedere la definizione del Pnrr, ma esserne la conseguenza.

La lettera del leader di Italia Viva commenta la bozza del 7 dicembre nella forma e nel merito di alcuni interventi e propone quattro aree di azione: «a) Cultura: aprire il piano con l’Italia come capitale mondiale della cultura permanente. Teatri, musei, spettacolo dal vivo. Ma anche scuola, educazione, università. E nel nostro modello di wellness aggiungere qui sport e salute; b) Infrastrutture: un piano dettagliato di infrastrutture tradizionali, dalle strade alle ferrovie, dai porti agli aeroporti. Ma anche e soprattutto infrastrutture innovative a cominciare dalle possibilità aperte dal digitale e dall’impalcatura strutturale del Paese composta da Pubblica amministrazione e giustizia; c) Ambiente: l’energia, la decarbonizzazione, l’agricoltura. Ma anche il dissesto idrogeologico, l’idrogeno, il nostro rapporto con l’Africa; d) Opportunità: un paese di valori. Economia sociale, terzo settore, volontariato. Ma anche occupazione». Non identifica progetti specifici e, quindi, non ne contiene una valutazione economica. Non è dato sapere se dietro le quattro aree ci sono progetti dettagliati e corredati di analisi economica e finanziaria e qual è il loro programma di realizzazione.

Le 17 schede includono, invece, una mezza dozzina di “progetti” ciascuna e per ogni “progetto” presentano una breve descrizione, individuano il soggetto attuatore/i soggetti attuatori, una sintetica descrizioni dei costi (non dei benefici economici e/o finanziari) e in due terzi dei casi un cronoprogramma della realizzazione. A un primo calcolo, circa due terzi della spesa è in conto capitale e un terzo di parte corrente (sovvenzioni a imprese, borse di studio e ricerca, stipendi per assunzioni a tempo determinato, sgravi tributari). Ciascun “progetto” è articolato in numerosi componenti, non sempre collegati tra di loro. Sovente le schede hanno un nesso con riforme, per lo più a carattere amministrativo e ancora da definire. Non c’è traccia di analisi economico-finanziaria e di calcolo di pertinenti indicatori. Ciò non vuole dire che non ci sia analisi economico-finanziaria, oltreché specifiche tecniche nei documenti progettuali, specialmente del comparto infrastrutture, sottostanti le schede. Di conseguenza, non è dato sapere in base a quali “parametri di valutazione”e a quali “criteri di scelta” i “progetti” e la relative schede diano corpo al Pnrr.

Utile ricordare che nel lessico europeo l’acronimo Rrf non sta per Resilience and Recovery Fund ma per Resilience and Recovery Facility – una facility (strumento) per preparare l’Unione europea del futuro. L’Italia ha ottenuto una dotazione preliminare molto ampia non per i suoi meriti, ma per i suoi demeriti: essere, con la Grecia, lo Stato che da vent’anni cresce meno nell’ambito Ue e avere mostrato particolari fragilità nella gestione della pandemia. Tra i grandi Paesi dell’Ue è il “maggior malato” e quello che più rischia di “contagiare” gli altri che gli tendono una mano non per “solidarietà” o per “simpatia” con il Governo in carica, ma per “autotutela”, ossia evitare di essere trascinati in basso. Da qui il nesso tra “progetti” e “riforme” che dovrebbe animare il Pnrr, “riforme” che dovrebbero convergere verso un obiettivo: l’aumento della produttività multifattoriale.

Come si è accennato, nelle schede tale nesso è molto labile, specialmente in due comparti considerati da anni prioritari nelle raccomandazioni della Commissione europea all’Italia: la giustizia e l’istruzione. Nella prima, le riforme (digitalizzazione, assunzione di informatici) paiono avere come finalità «l’obiettivo di ridurre il carico di lavoro complessivo che pesa sui singoli magistrati», una finalità semplicemente riduttiva a fronte dei problemi con cui oggi si scontrano la giustizia penale, civile e amministrativa italiana. Nella seconda, gli obiettivi paiono essere una maggiore enfasi sulle materie scientifiche e professionalizzanti, ma non è facile vedere come tali pur lodevoli scopi possano essere raggiunti prevalentemente tramite un vasto programma di manutenzione straordinaria degli edifici scolastici e l’istituzione di un ente per la formazione dei dirigenti scolastici (attività che potrebbe essere svolta dalla Scuola nazionale d’amministrazione) e per l’istruzione universitaria tramite borse di studio e di ricerca, nonché dalla costruzione di residenze universitarie. Da cinquanta anni, l’International Institute per Educational Planning (Iiep), documenta che occorre in primo luogo modificare i programmi e i metodi d’insegnamento e poi pensare a strutture fisiche e a formazione di dirigenti scolastici e docenti.

Verosimilmente, ci sono nessi, se non con riforme (alcune semplificazioni sono accennate nelle schede), con analisi economica mirata all’aumento della produttività nei comparti infrastrutturali. In materia, in Italia esistono manuali quale quello del ministero del Bilancio e della Programmazione economica e opere come quelle di Bruno Trezza e Vittorio Marrama, per non citare che le più note. Inoltre, l’Italia è uno dei rari Paesi dell’Ue che ha realizzato un piano generale dei trasporti con la consulenza di Wassily Leontief: il piano approvato nel 1986 si sarebbe dovuto aggiornare ogni tre anni. È stato aggiornato dal secondo Governo Berlusconi nel luglio 2001. Elementi utili sono nel volume appena pubblicato: Mariano Bella (a cura di) Trasporti e Logistica: analisi e prospettive per l’Italia – Ricerche per Conftrasporto-Confcommercio Bologna, Il Mulino 2020. Il deficit in trasporti e logistica comporta una perdita di valore aggiunto, ossia di Pil attorno a 100 miliardi di euro l’anno. Sorprende che non ci sia analisi finanziaria ed economica nel vastissimo comparto trasversale della digitalizzazione: l’analisi finanziaria viene correntemente condotta dalle aziende prima di intraprendere un programma di digitalizzazione e ci sono prassi internazionali per passare da analisi finanziaria ad analisi economica in questo campo.

Cosa fare? Definire una chiara visione strategica di dove si vuole portare l’Italia tra dieci anni, precisare quali sono le riforme e le leve d’investimento da utilizzare, precisare i “parametri di valutazione” e i “criteri di scelta” per gli investimenti, cercare – forse nel sottostante delle schede – i “progetti pronti”, compilare un Pnrr di riforme e “progetti pronti” e solo quando tale Pnrr è redatto, preoccuparsi e dell’eventuale regia dell’attuazione e del monitoraggio. È auspicabile che un metodo di questa natura sia stata adottato in nuova versione del Pnrr che secondo informazioni di stampa dovremmo trovare nella calza della Befana. Altrimenti, come nel gioco dell’oca, si finirà sempre alla prima casella.

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