REDDITO DI CITTADINANZA/ La stretta che diventa buona solo sulla carta

- Francesco Giubileo

La stretta al Reddito di cittadinanza che si immagina in una norma appena approvata dal Parlamento rischia di rivelarsi poco o per nulla efficace

Centri per l'impiego
(LaPresse)

Il Parlamento ha emanato una novità in merito alla condizionalità applicata al Reddito di cittadinanza, ovvero che le offerte congrue possono essere proposte “direttamente” dai datori di lavoro privati ai beneficiari del Rdc che hanno firmano il Patto per il lavoro. Nel caso di “rifiuto” dell’offerta di lavoro, il datore di lavoro lo comunicherà al Centro per l’impiego ai fini della decadenza del sussidio.

A livello “teorico” la nuova “stretta” è certamente condivisibile, peccato che a livello pratico sia una “vaccata balorda”, com’è stata definita da un funzionario della tecnostruttura che sarà chiamato ad applicarla. Infatti, questo emendamento approvato dal Parlamento, in maniera estremamente approssimativa, delega il ministero del Lavoro (in sostanza scaricandone le responsabilità) a definire un complicatissimo decreto di attuazione.

Vorrei sottolineare che oggi qualsiasi datore di lavoro, soprattutto nel settore Turistico/Horeca può chiamare il Centro per l’impiego del suo territorio e pubblicare gratuitamente un annuncio e ricevere successivamente i curricula dei disponibili al lavoro, percettori di Rdc o Naspi in linea con il profilo ricercato. Si tratta di un’attività che è realizzata in tutto il contesto nazionale, anche grazie al fondamentale ruolo dei Navigator. 

Per quale motivo non sono coperte determinate posizioni, non si trovano candidati ed è un tema dibattuto?

1) Alcune figure professionali richiedono motivazione, esperienza pregressa, conoscenza di lingue straniere e forse titoli o certificazioni specifiche. Tutte caratteristiche che mancano nella stragrande maggioranza dei soggetti registrati ai Cpi.

2) Il lamentarsi dei datori di lavoro è un potentissimo employer branding. In sostanza dichiarare di non trovare manodopera è una straordinaria operazione di marketing e acchiappa like. È possibile che le imprese non investano adeguatamente in selezione del personale e ritengano più conveniente “lamentarsi” sui social, sperando di raccogliere così i curricula. 

3) Infine, la mancanza di manodopera regolare può dipendere dal mercato sommerso. Dai dati Inapp emerge come circa un quarto dei soggetti che trovano lavoro oggi in Italia utilizza contatti informali, si tratta di milioni di persone. Tale canale di ricerca alimenta nella maggior parte delle volte proprio il lavoro nero ed è causa di un duplice interesse ovvero quello di pagare un bassissimo salario senza contributi per il datore e nel caso del percettore di Rdc arrotondare la cifra guadagnata con quella del sussidio. 

Sono questioni complesse che non saranno in nessun modo risolte con questo “decreto”, il quale a mio parere se verrà realizzato sarà completamente snaturato dal suo scopo iniziale. Vediamo alcuni dubbi, forse i più rilevanti, non certo esaustivi, rispetto alla tematica:

1) Perché i datori di lavoro dovrebbero comunicare il rifiuto? Cosa guadagnano da questa attività, consapevoli del rischio di eventuali “ricorsi” davanti ad un giudice o potenziali denunce per “diffamazione”, ecc.?

2) In merito a questioni di privacy, come verranno tutelati i percettori di Rdc. Faccio un esempio, l’impresa comunica che vuole assumere 100 persone e chiede di avere un elenco di percettori, ne arrivano 600 idonei tutti con determinate competenze. Le assunzioni non vengono realizzate e l’impresa utilizza i contatti delle persone per venderli a società di marketing straniere: come si evita un uso impropri dei dati? 

3) In cosa consiste l’Offerta congrua a chiamata diretta? Il datore invia un contratto via Pec o posta al percettore il quale deve accettare o rifiutare? Difficile! Mentre è probabile che invierà una proposta di colloquio e a questo punto chi verificare le varie fasi di selezione? Potranno essere registrate? 

4) Rispetto al punto precedente, chi verifica il colloquio tra datore di lavoro e percettore di Rdc? E chi verifica l’effettivo rifiuto? Se il Centro per l’impiego, allora non cambia nulla rispetto alla situazione attuale.

Chiunque si occupa minimante di politiche attive sa con certezza che questa nuovo tentativo di “stretta” non sarà mai realizzata, d’altronde le modifiche proposte precedentemente dal Governo Draghi sul Rdc non sono servite assolutamente a nulla. In Italia la perdita del sussidio avviene (non sempre in realtà) solo perché il percettore non si presenta all’appuntamento, per il resto non si è mai vista o realizzata la condizionalità in questo Paese.

Il Rdc ha portato fuori della povertà oltre un milione di individui ed è un paracadute sociale fondamentale che un domani potrebbe servire anche a chi sta leggendo quest’articolo. Tuttavia, vorrei sottolineare che il Reddito di cittadinanza nel Mezzogiorno ha prodotto una vera e propria “trappola della povertà” ovvero i percettori ne sono totalmente dipendenti, un “metadone di Stato” come lo hanno definito alcuni politici, i quali hanno trasformato il sussidio in uno stigma sociale. 

La stragrande maggioranza dei percettori prende il sussidio da oltre tre anni ed è molto probabile che arriverà fino all’età della pensione a percepire il Reddito di cittadinanza che a quel punto diventerà la Pensione di cittadinanza. 

Non possiamo immaginare di avere milioni di persone che per venti/trent’anni della loro vita non hanno fatto altro che percepire un sussidio: non è una questione di sostenibilità economica, ma piuttosto riguarda la dignità degli stessi percettori ed è anche la sconfitta di una società fondata sul lavoro.

Cosa fare? Come si può intervenire? Innanzitutto, il modo migliore per aiutare i percettori del Reddito di cittadinanza è potenziare i Progetti utili alla collettività (Puc) e i servizi sociali: servirebbero investimenti in programmi di inserimento sociale e non solo in politiche attive del lavoro. Vanno realizzati percorsi di lungo periodo con laboratori sociali/Job Club e work experience. 

In secondo luogo, il problema del Mezzogiorno non è il Reddito di cittadinanza, ma la qualità dell’offerte di lavoro. Se 500 euro di Rdc sono un problema, allora abbiamo un tessuto imprenditoriale veramente scadente. Come creare buone opportunità di lavoro, non con le politiche attive, ma con le politiche macro-economiche: lo sviluppo di un turismo di classe media; il passaggio dalla semplice raccolta alla produzione del sistema ortofrutticolo; l’investimento in tratte aeree anche in perdita che però generano moltiplicatori economici; e, infine, investimenti in ricerca e sviluppo nel settore farmaceutico da parte dell’attore pubblico (unico settore che non è mai in perdita). Ecco, serve uno stimolo di sviluppo economico per generare mezzo milione di posti di lavoro e rilanciare l’occupazione del Sud, ma ammetto potrebbe generare opportunità accolte solo in parte dagli iscritti ai Centri per l’impiego, ma questi forse verrebbero assunti nei servizi complementari. 

Continuare nella visione thatcheriana di nuove “strette” raccoglie probabilmente consenso populista contro il Reddito di cittadinanza, ma in termini di risultati non otterrà niente: si tratta effettivamente di una “vaccata” perché inapplicabile e “balorda” perché tende a creare inattivi fuori dal sistema piuttosto che persone inserite nella società.

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