REDDITO E PENSIONI DI CITTADINANZA/ Cosa c’è dietro il flop della lotta alla povertà?

- Giuliano Cazzola

I dati relativi alle domande presentate mostra un certo insuccesso della pensione di cittadinanza, oltre che del reddito di cittadinanza

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Image by Steve Buissinne from Pixabay

Se il reddito di cittadinanza (RdC) ha avuto un decollo stentato e continua a volare a bassa quota, la pensione di cittadinanza (PdC) si libra nell’aria a livello degli aquiloni. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha fornito i relativi dati rispondendo a un’interrogazione alla Camera. Su un totale di 1.372.009 istanze presentate, l’Inps ha assegnato 737.159 assegni di RdC e appena 102.661 di PdC. Non solo: quasi la metà di questi ultimi fruitori hanno ottenuto meno di 100 euro al mese, mentre un altro 20% è sotto i 200 euro.

In maggior dettaglio questi sono i numeri forniti da Durigon (anche se tirando le somme i conti non tornano, ma la sostanza non muta): 15.148 pensioni di cittadinanza sono comprese tra 40 e 50 euro mensili; 31.426 tra 50 e 100 euro; 21.108 tra 100 e 200 euro al mese; 17.579 tra 200 e 400 euro; 15.514 tra 400 e 780 euro.

Per ottenere la pensione di cittadinanza occorre far valere i medesimi requisiti per l’accesso al RdC più un paletto relativo all’età: tutti i componenti del nucleo familiare devono avere almeno 67 anni (con l’unica eccezione della presenza di persone con disabilità, che possono avere un’età inferiore). Come si può notare, non solo le domande sono in numero inferiore a quelle previste, tanto per il RdC quanto e soprattutto per la PdC, ma è assai ridotta la percentuale di quelle accolte. Certamente vi saranno domande ancora in lavorazione, ma l’ordine di servizio impartito dal Governo all’Inps era chiaro: liquidare le prestazioni al più presto possibile, tanto che per quelle di cittadinanza quanto per le pensioni in regime di quota 100 erano operanti direttive di priorità.

Sarebbe il caso di interrogarsi sui motivi di performance “sottodimensionate” rispetto alle attese e alle platee di aventi diritto ipotizzate sulla base dei dati ufficiali riguardanti le famiglie (1,8 milioni) e le persone (circa 5 milioni) in condizione di povertà assoluta. È evidente allora che vi sono persone che non hanno ritenuto di presentare la domanda e sappiamo esservi anche delle rinunce di prestazioni già riconosciute (anche se non vi sono dati affidabili sull’ampiezza del fenomeno, le cui procedure sono in corso). In proposito occorre prendere le mosse da alcuni ragionamenti di carattere generale.

I diritti sociali sono sempre condizionati dall’ammontare delle risorse rese disponibili e dai requisiti previsti per l’accesso. Per quanto riguarda i diritti previdenziali (in particolar modo le pensioni), essi sono di spettanza dei soli lavoratori e mantengono, in via di principio, gli originari criteri assicurativi di un rischio (vecchiaia, invalidità, tutela dei superstiti del de cuius): la corrispettività tra i contributi versati e le prestazioni, l’età in cui si matura il diritto, la condizione personale dell’assicurato, ecc.. Per l’assistenza il comma 1 dell’articolo 38 Cost. stabilisce che: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. In questo caso è evidente la necessità di accertamenti e di prove dei mezzi, la cui definizione contribuisce a individuare la platea degli interessati che, rispondendo ai requisiti richiesti, divengono aventi diritto alle prestazioni.

I criteri di selezione – necessariamente coordinati con le risorse stanziate – risultano così determinanti per il riconoscimento stesso della prestazione e della sua misura. Può essere, allora, che i criteri previsti dalla legge per l’accesso al RdC e alla PdC siano inadeguati a intercettare le situazioni di povertà assoluta. Non a caso di recente sono state apportate alcune modifiche a proposito del reddito di riferimento da certificare attraverso l’Isee, allo scopo di provvedere anche ai mutamenti della situazione patrimoniale intervenuti in tempi più recenti.

Vi sono però degli aspetti già assodati per quanto riguarda le performance delle prestazioni di cittadinanza. Innanzitutto, è operante la discriminazione nei confronti degli stranieri, in particolare extracomunitari, i quali sono particolarmente colpiti dai requisiti attinenti ai dieci anni di residenza e alla dichiarazione dello stato reddituale e patrimoniale in patria (un calvario tuttora in assenza dei criteri per acquisire la documentazione). Gli stranieri e le loro famiglie sono nei gironi più bassi della povertà e rientrano nel numero degli individui e dei nuclei ritenuti tali.

Infine, vi è una domanda che nessuno si pone, ma che meriterebbe delle risposte. È la stessa domanda che si è rivolta Antonio Polito a conclusione di un colloquio con un signore di Napoli che intendeva rinunciare all’assegno di cittadinanza perché riteneva preferibile proseguire con la precedente “arte di arrangiarsi”. L’assegno che gli era stato riconosciuto (correttamente secondo le regole previste) ammontava a circa 186 euro mensili e lui non considerava conveniente, per quella cifra, rinunciare alle precedenti attività per infilarsi in percorsi – come la sottoscrizione di patti comportanti lo svolgimento di attività sociali e di formazione, ecc. – che gli avrebbero fatto solo perdere del tempo. Polito concludeva l’intervista sul Corriere della Sera con una considerazione sulla quale riflettere: “Il reddito di cittadinanza è un primo tentativo, dunque l’esperienza di questi giorni andrà studiata. Innanzitutto per capire se la povertà è davvero come la immaginavamo”.

Non voglio interpretare a modo mio le parole di Antonio Polito; ammetto, però, di aver sempre pensato che in Italia 5 milioni di soggetti in condizione di povertà assoluta non esistano nella realtà, ma siano un po’ come gli 8 milioni di baionette vantati in altri tempi che stanno, purtroppo, tornando di moda.

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