REGIONI & VACCINI/ “Lombardia in testa, sulle altre pesano le disparità”

- int. Americo Cicchetti

Lombardia in testa nella copertura vaccinale, ma tra le regioni resta una forte disparità nel percorso di immunizzazione, dovuta alle scelte autonome effettuate nel periodo iniziale

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(LaPresse)

La Lombardia è la regione italiana che al momento gode della maggior copertura vaccinale contro il Covid, con una quota di persone che hanno compiuto tutto il percorso vaccinale, cioè hanno ricevuto la doppia dose, pari al 75,5%. Sono i dati resi noti da Altems, l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica di Roma.

All’ultimo posto la Provincia autonoma di Bolzano con appena il 61,1% di persone che hanno compiuto l’intero ciclo di immunizzazione. “Sono dati che ci dicono che non conta la dimensione della singola regione, visto che tra le più vaccinate c’è il Molise” ci ha detto in questa intervista Americo Cicchetti, direttore dell’Altems, “piuttosto indicano che almeno nella fase iniziale le regioni hanno seguito percorsi autonomi, il che non è positivo.

La situazione fortunatamente è stata poi corretta attraverso un maggior coordinamento nazionale”. A livello nazionale invece  il 71,6% della popolazione risulta totalmente immunizzata, dato che considera la fascia di popolazione con età maggiore di 12 anni: “Non abbiamo comunque raggiunto l’immunità di gregge” ci ha detto ancora Cicchetti, “anche perché è un dato teorico. Ma rispetto a molti altri paesi europei abbiamo sicuramente toccato un livello eccezionale”.

Lombardia regione più vaccinata d’Italia e Provincia di Bolzano all’ultimo posto. Ci può fornire qualche altro dato regionale?

In effetti la Lombardia, al momento, stacca le altre regioni, anche se la Toscana è la più vicina al dato lombardo, facendo registrare solo uno 0,7% in meno. Ciò che emerge è che, oltre alla Provincia autonoma di Bolzano che occupa l’ultimo posto, la Valle d’Aosta è terz’ultima.

Questo cosa significa?

Sembrerebbe esserci un fattore dimensionale, ma non è così, perché al terzo posto tra le regioni più vaccinate figura un’altra piccola regione, il Molise. Forse è opportuno considerare altri fattori, che non sono quelli legati alle dimensioni regionali, ma alle scelte di copertura vaccinale.

I vostri dati parlano di un frazionamento, di una disomogeneità del percorso vaccinale tra le regioni. Gli esperti di sanità valutano questo elemento come estremamente negativo, perché non impedisce la circolazione del virus. Secondo lei, quali le ragioni di questa mancata copertura generalizzata?

Questo è un dato che ci deve far riflettere sulle strategie adottate. Effettivamente, all’inizio, abbiamo avuto strategie molto diverse da regione a regione, quando ciascuna definiva fasce di popolazione diverse a cui somministrare il percorso di vaccinazione. Questo probabilmente ha inciso e ha mandato anche un messaggio divisivo nella popolazione. Abbiamo assistito a un cambiamento di marcia quando è stato lanciato un modello condiviso a livello nazionale, quando cioè il generale Figliuolo è stato incaricato di dirigere il processo di vaccinazione.

A quel punto è scattato un maggior coordinamento a livello nazionale, è così?

Sì, e la cosa ha limitato i danni, che sarebbero stati più ingenti. I momenti iniziali hanno inciso anche sui risultati finali.

La famosa immunità di gregge, di cui non si parla quasi più, è ancora un obbiettivo? La copertura reale con il ciclo completo nei maggiori di 12 anni è del 71,6%. Significa che possiamo sentirci tranquilli o l’obbiettivo è ancora lontano?

Ci sono regioni come le Marche e l’Abruzzo che si avvicinano di più a questo dato nazionale. Il tema dell’immunità di gregge è qualcosa di teorico, funziona bene come concetto per popolazioni che sono stanziali, da qui il riferimento al gregge, un gruppo che sta tutto insieme. In realtà le persone si muovono molto di regione in regione o di città in città. L’immunità di gregge non l’abbiamo ottenuta, però certamente l’altro fattore importante è che il livello di efficacia del vaccino, dal punto di vista della difesa dal contagio, anche se non arriva al 100% è comunque a una percentuale alta rispetto al livello di copertura.

Vale a dire?

Se anche arriviamo al 100%, il vaccino non sarà del tutto sufficiente per coprirci dal contagio. Infatti anche persone vaccinate vengono infettate dal virus, però in maniera molto più lieve di quanto succedeva senza vaccino. Questo ce lo testimoniano i dati, che evidenziano appunto questa situazione.

Ci sono ancora alcuni milioni di persone non vaccinate. Come convincerle?

L’unico modo è la dissuasione morale: è importante comunicare in maniera costante gli effetti della non vaccinazione sia a livello individuale che a quello comunitario. Essere vaccinati significa far circolare meno il virus e far comprendere che non ci sono strumenti se non quello dell’obbligatorietà vaccinale. Il green pass è stata una soluzione già forte, però dobbiamo dire che in Italia si sta procedendo in maniera eccezionale rispetto ad altri paesi. Ad esempio, nel Regno Unito il green pass viene utilizzato in maniera molto selettiva. Si usa nei contesti lavorativi, ma non altrove e ne vediamo le conseguenze. Tutte le misure di sicurezza sono state abbassate, ci si muove a compartimenti separati. A Londra, per esempio, c’è l’obbligo della mascherina in metropolitana, ma solo a Londra, mentre non c’è l’obbligo nei pub e nei teatri.

(Paolo Vites)

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