Regolamento Camera salta: veto Pd/ 20 deputati a gruppo: vendetta contro mini liste?

- Niccolò Magnani

Salta l’accordo sul regolamento della Camera: M5s-Centrodestra “veto del Pd”. Resta minimo 20 deputati per formare un gruppo: “vendetta” contro le liste piccole?

Camera dei Deputati
La Camera dei Deputati (LaPresse, 2022)

NIENTE ACCORDO SUL REGOLAMENTO ALLA CAMERA: “VETO PD-IV”

Era nell’aria da giorni ma ora è ufficiale: non è stato trovato alcun accordo in Giunta a Montecitorio per il nuovo regolamento della Camera dei Deputati come diretta conseguenza della nuova riforma sul taglio dei Parlamentari. «La riforma sarà affidata a questo punto alla nuova Legislatura» dopo le Elezioni, spiega la stessa Giunta per il regolamento della Camera a sei settimane dal voto anticipato. La riforma serviva per poter adeguare tutte le norme a fronte della riduzione del numero dei Parlamentari (che ricordiamo, passano da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 al Senato). La riforma è stata approvata nel 2020 dopo referendum ma in due anni Montecitorio non è riuscita a portare a termine il regolamento nuovo, mentre il Senato ha chiuso l’accordo due settimane fa appena terminata la crisi di Governo: le commissioni si ridurranno da 14 a 10, mentre ciascun gruppo per poter essere formato dovrà avere non più 10 ma 7 senatori minimo. Alla Camera serviva un accordo del genere, ma il tavolo è “saltato”: secondo Centrodestra e M5s, la responsabilità dello “stralcio” dell’accordo iniziale è da imputare al Partito Democratico e, secondo i grillini, anche a Italia Viva.

«Non avremo il nuovo regolamento della Camera in questa legislatura: abbiamo dovuto prendere atto questa mattina che da parte del Pd e Italia Viva non c’è alcuna volontà di approvare le disposizioni prima delle prossime elezioni. Una scelta che non comprendiamo», dichiarano in una nota parlamentari del M5S Valentina Palmisano ed Eugenio Saitta. Simile linea per Simone Baldelli, forzista (e tra i pochi fin dall’inizio contrario alla riduzione del numero dei parlamentari): «Sette giorni fa, per un inspiegabile veto del Pd, che si è rimangiato un assenso dato pochi minuti prima, è saltata la pdl condivisa da tutti i gruppi per ridurre i componenti delle commissioni bicamerali. Oggi, sempre grazie al veto del Pd, è saltata la possibilità di portare in Aula e approvare la riforma, neppure quella minimale, del Regolamento, che avrebbe almeno adeguato i numeri assoluti e, ad esempio, permesso più agevolmente la costituzione dei gruppi a inizio legislatura». Sempre secondo il deputato di FI, «Il Pd, col suo veto, ha scelto di impedirlo, e ne porterà sulle spalle la responsabilità, a partire dai problemi di funzionamento che la Camera dovrà affrontare all’avvio della prossima legislatura». Secondo Riccardo Zucconi, deputato di Fratelli d’Italia, il mancato accordo è un atto grave che si ripercuoterà sulla prossima Legislatura: «Per approvare le norme serve una maggioranza qualificata che attualmente c’è, ma non sappiamo a settembre, quando avremo un regolamento non tarato sulla nuova composizione del Parlamento. Adesso, dunque, ognuno si assuma la responsabilità di aver rifiutato una riforma minimale e che in futuro la richiesta di deroga non sarà certamente automatica».

COSA SUCCEDE DOPO LE ELEZIONI: FORMAZIONE GRUPPI E RISCHIO MINI PARTITI

Insomma, che il banco tra i partiti sia saltato ormai è cosa acclarata: resta da capire però quali siano le reali conseguenze di un mancato accordo sul nuovo regolamento della Camera. Non si tratta infatti di mere questioni formali, ma di ingranaggi fondamentali per far funzionare al meglio la già complessa macchina burocratica-legislativa del Parlamento. Numero minimo per la composizione dei Gruppi, quorum per la presentazione di atti, numero di commissioni e molto altro: dopo le Elezioni la nuova Camera eletta dovrà riunirsi per provare a trovare un accordo in merito alle questioni più dirimenti del regolamento.

Al momento infatti permangono le medesime regole in carica fino ad oggi: ergo, per un nuovo gruppo parlamentare serviranno almeno 20 deputati per formarlo. Il problema è che con la riduzione del numero generale di parlamentari, per le piccole liste soprattutto il guaio inizialmente sarà proprio quello di non poter probabilmente riuscire a iscrivere il proprio partito a Montecitorio. Se ne riparlerà giocoforza in autunno, quando i nuovi deputati (400 invece dei 630 di oggi) si saranno insediati, quando sarà stato eletto il nuovo Presidente e dopo la formazione delle Giunte e delle commissioni. Tradotto, le prime settimane del prossimo Parlamento troveranno forti problematiche di regolamento da mettere in risoluzione al più presto: i tempi sono infatti già stretti, con la Manovra di Bilancio che incomberà, per non parlare della possibilità – come avvenuto nel 2018 – che non sia immediata e lineare la formazione del Governo. Per alcuni nel Centrodestra e pure nel M5s la “mossa” del Pd andrebbe a svantaggio in primis delle piccole liste che riusciranno a superare lo sbarramento ma si troveranno all’inizio “ingolfate” dal vecchio regolamento (“vendetta” contro Calenda, ad esempio?, ndr); in più, la complicazione normativa fungerà da vero e proprio ostacolo iniziale per lo svolgimento dei primi atti formali che nuovo Governo e nuova Legislatura dovranno svolgere.





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