RETROSCENA QUIRINALE/ Speranza e Lamorgese dividono Draghi dal Colle

- Antonio Fanna

Prima votazione. Salvini vede Draghi ma ci sono problemi sul governo. Il centrodestra propone Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio

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Elisabetta Casellati e Roberto Fico spogliano le schede al banco della presidenza (LaPresse)

Se ne va il giorno della prima votazione ed è ricco di novità politiche. No, non sono gli oltre 30 voti raggranellati da Paolo Maddalena, ex magistrato candidato al Colle dagli ex 5 Stelle. E neppure il “dialogo” ritrovato tra Pd, Lega e M5s sulla necessità di instaurare un clima di confronto costruttivo. Dopo l’incertezza di domenica il buio regna ancora sovrano, ma le reciproche aperture sdrammatizzano una situazione che non cambia di una virgola perché resta maledettamente complicata. Si sapeva. Come si sa, ed è vero, che la partita del Colle e quella del governo sono strettamente intrecciate, con Draghi inquilino di palazzo Chigi che sta facendo di tutto per traslocare al Quirinale, ma il cambio di residenza non è affatto semplice.

Lo dimostra l’incontro con Salvini. I due si vedono al mattino, ma si viene a sapere soltanto nel primo pomeriggio. L’incontro è delicato, perché il capo della Lega è convinto – con Berlusconi – che Draghi debba restare a palazzo Chigi per attuare il Pnrr e fronteggiare la crisi energetica. Salvini non è pregiudizialmente contrario a che Draghi faccia il presidente della Repubblica. Sa però che, senza più la cintura di sicurezza del semestre bianco e la personalità dello stesso Draghi a garantire la coabitazione in maggioranza, il governo si schianterebbe alla prima curva. Anche se commissariato dal nuovo inquilino del Colle. Ieri mattina, davanti a Draghi, Salvini ha posto due condizioni: via Speranza e Lamorgese dal “nuovo” esecutivo. Vuol dire stop all’immigrazione incontrollata, più sicurezza, e meno green pass. Ma l’ex capo della Bce, restio ad ogni tipo di trattativa con i partiti, ha detto no.

E qui le agende si sono divise. Il leader del Carroccio ha avuto due colloqui, il primo con Enrico Letta, il secondo con Giuseppe Conte. Il bilancio è positivo su entrambi i fronti: Pd e Lega fanno un comunicato congiunto per salutare la ripresa del dialogo, e infatti i due segretari si rivedranno oggi. Mentre dai 5 Stelle parlano di totale sintonia su un nome che unisca il paese. Traduzione: Letta, forte della carta Mattarella bis in caso di impasse, valuterà senza un veto pregiudiziale i nomi avanzati da Salvini per il centrodestra. E lo stesso farà Conte, che a differenza di Letta è anch’egli favorevole, come Salvini e (sulla carta) Forza Italia, a che Draghi rimanga capo del governo. Tra le tante ipotesi che si fanno e che si faranno ancora, due nomi resistono, per ora, in posizione discreta: quelli di Pierferdinando Casini e Franco Frattini

Va osservato, per inciso, che l’attivismo salviniano è la diretta conseguenza dell’interdizione esercitata per tre settimane da Berlusconi, che con la sua operazione Scoiattolo ha congelato l’iniziativa del centrodestra su ogni ipotesi che non fosse quella della sua candidatura. Cosa che l’ex premier sapeva e sa benissimo. Per aiutare Draghi? Lo si saprà molto presto.

E Draghi? Dopo l’incontro con Salvini, il presidente del Consiglio si è accorto che non è così semplice scambiare il Quirinale con Chigi, che una qualche trattativa bisogna pur farla, e che occorre fornire garanzie ai propri probabili grandi elettori. E non si tratta solo di poltrone. “Il paese, la stampa, perfino la Cei si chiedono che cosa aspettiamo, perché non lo votiamo. E il motivo è semplice” confida al Sussidiario un grande elettore centrista. “È che il parlamento serve, serve a fare le leggi, e non si può trattarlo così”. È per questo, forse, che lo stesso Draghi ha assicurato che vedrà tutti i partiti (in serata ha visto Conte), in una girandola di incontri che assomiglieranno a vere e proprie “consultazioni”, quelle di un capo del governo che dovrà esplicitare, a chi dovrebbe eleggerlo capo dello Stato, quali saranno le sue intenzioni se fosse eletto presidente della Repubblica. Un gioco di ruoli senza precedenti nella Repubblica, sul quale, c’è da scommetterlo, i costituzionalisti verseranno parecchio inchiostro.

Intanto, sul nome di Draghi si è registrato l’ennesimo palleggio a distanza. “Presidente della Repubblica, potrebbe costituire per 7 anni un centro di stabilità e influenza per l’Italia. Fidiamoci di lui!” ha twittato Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici prima di Gentiloni e paladino dell’austerity. Di parere opposto l’editoriale dell’Economist: “Il tentativo di Mario Draghi di diventare presidente è nocivo per l’Italia e l’Europa”.

Oggi si replica. Salvini prepara i nomi, mentre nel centrodestra la Meloni tifa Draghi al Colle sapendo bene che il governo, senza l’attuale premier, non reggerebbe neppure un giorno. E lei così avrebbe “finalmente” le sue tanto sospirate elezioni anticipate. Ma non va meglio a sinistra, dove il draghiano Letta ha che fare con gli incontrollabili alleati del suo “campo largo”. Appuntamento alle 15, seconda votazione.

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