“Ricerca vaccini? Italia partita tardi”/ Messa: “Paghiamo latenza del Governo Conte”

- Alessandro Nidi

Il ministro Messa interviene sulla ricerca dei vaccini anti-Covid in Italia: secondo il suo punto di vista, sarebbe servito far fronte comune con altre nazioni

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Roberto Speranza, il ministro della Salute si è vaccinato (Foto: Facebook)

Il ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, ha fatto il punto della situazione sulle colonne de “Il Mattino” per quanto concerne lo sviluppo dei vaccini italiani, dopo il caso Reithera: “Anche in questa occasione abbiamo pagato una certa latenza in alcuni aspetti decisionali di governo, ma va detto che per una corsa di questa portata non basta l’esperienza di ricerca italiana o di piccoli gruppi come quelli che caratterizzano il nostro territorio. Abbiamo visto le esperienze negli altri Paesi, dove c’è stata una scommessa molto forte: le grandi imprese si sono messe a produrre il vaccino prima ancora non solo di essere autorizzate, ma addirittura di sapere se avrebbe funzionato”.

Il ministro, dal canto suo, non ritiene che l’Italia avrebbe mai potuto affrontare da sola questa sfida, mentre sarebbe maggiormente opportuno sviluppare elucubrazioni in materia a livello europeo e su questo, in realtà, le basi ci sono state e ci sono, poiché “la pandemia ha restituito un clima e un’aspettativa diversi nei confronti della ricerca e credo si stia recuperando almeno in parte la fiducia lasciata sul terreno negli anni”.

MINISTRO MESSA: “LA FIDUCIA RIACQUISTATA NELLA RICERCA NON VADA SPRECATA”

Tutto questo, secondo il ministro Messa, ora non va sprecato: gli investimenti devono essere guidati da scelte “volte a coinvolgere di più giovani, donne in particolare, e dare forza alle competenze più richieste dal Paese, fra cui quelle Stem hanno sicuramente rilevanza, particolarmente nel Mezzogiorno”.

Immancabile, poi, un riferimento alla fuga di cervelli che da troppo tempo caratterizza il nostro Paese e ai nuovi fondi che il PNRR porterà in dote alla nazione: “Avremo investimenti per aumentare il numero dei laureati e dei dottorati, per formare nuove competenze che dovranno guidare lo Stato nel futuro tecnologico, digitale, della transizione ecologica: ma, se queste competenze continueranno ad avere retribuzioni inadeguate, continueremo a parlare di cervelli in fuga e non ce lo possiamo permettere”.



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