RIDERS & GIUSTIZIA/ Lo sgambetto (a orologeria) della Procura di Milano a Draghi

- Stefano Bressani

Blitz della Procura di Milano contro i gestori di rider: comminate multe per 733 milioni, ingiunte assunzioni di 60mila addetti. Perché adesso?

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Il procuratore capo di Milano Francesco Greco (LaPresse)

Caro direttore,
lo spettacolare blitz della Procura di Milano contro i gestori di “rider” – in sé e in una situazione socioeconomica normale – ha in apparenza poco di opinabile. Sembra anzi avere tutti i numeri per passare agli annali come una classica “pietra miliare”, eccetera. Se rileva palesi violazioni di diritti e gravi ipotesi di reato la magistratura inquirente, in linea di principio, ha il dovere di intervenire: deve indagare, perseguire, chiedere alla magistratura giudicante sentenze che puniscano, reprimano, ripristinino ogni legalità. A maggior ragione se sono in gioco i diritti di figure deboli, sul mercato o nella società. E poco importa se è necessario ingiungere in un colpo solo 60mila assunzioni o irrogare 733 milioni di multe. E se un sistema-Paese – nella sua governance politica o le sue parti sociali – appare in ritardo, un’iniziativa appropriata del potere giudiziario può essere utile ad accelerare un cammino di riforme. Nessuna obiezione.    

Però una domanda – la solita: perché ora?  – appare lecita. E non viene posta per eludere strumentalmente la sostanza della questione, ma anzi per affrontarla possibilmente in via più diretta.

Perché la Procura di Milano scende in campo “pro raider” ora e non lo ha fatto due mesi fa? A rischio calcolato di tendenziosità, una prima risposta possibile è questa: perché due mesi fa la maggioranza di governo era M5s-Pd-Leu e il premier Giuseppe Conte era grillino come i due ministri-arbitri fra le parti sociali: Stefano Patuanelli al Mise e Nunzia Catalfo al Lavoro. Oggi invece la maggioranza è di unità nazionale e ricomprende Lega e Forza Italia. Oggi il premier è un tecnocrate europeo e i due ministri “primi addetti” al mercato del lavoro privato sono il leghista Giancarlo Giorgetti e il “dem” Andrea Orlando. Due mesi fa l’impostazione ampiamente assistenzialista della politica economica e sociale non era in discussione: oggi è tutto in ri-discussione. Due mesi fa la Ue alzava da lontano un cartellino giallo-arancione sul reddito di cittadinanza, arma elettorale di M5s nel 2018: oggi la Ue è a Palazzo Chigi con l’appoggio della Lega che ha messo in discussione il suo anti-europeismo.

Perché oggi e non fra due mesi? Perché è oggi che il governo sta decidendo le mosse d’avvio della exit strategy dal Covid: la rimodulazione del blocco dei licenziamenti (e degli ammortizzatori sociali d’emergenza) e la destinazione dei mezzi del Recovery Fund, soprattutto gli investimenti nella transizione green e digitale. È in queste settimane che il governo deve ridisegnare la politica industriale e quella del lavoro: presumibilmente sulla falsariga di una una nuova “concertazione”, come quella fatta maturare nel 1993 dall’esecutivo Ciampi. È nelle prossime settimane che – anche su quella scia – ministri e parti sociali tenteranno di annodare le fila di una nuova “politica dei redditi” resa eccezionale da un crollo annuale del Pil superiore al 10% dopo dieci anni di stagnazione. È su questo sfondo che il ministro (milanese) dell’industria e il presidente (milanese) di Confindustria, Carlo Bonomi, sono stati subito accreditati di affiatamento se non di “gioco di squadra”. È all’indomani del giuramento che Orlando ha subito voluto incontrare i vertici sindacali, anch’essi reduci da anni di ibernazione populista. Ed è nel mezzo di questa ripresa forte di dinamica politico-sociale – dopo mesi di paralisi Conte – che la Procura di Milano ha subito lanciato il suo “lodo” a orologeria.

È sembrato voler rilanciare – il “Palazzaccio” milanese – un “rito ambrosiano” molto profondo: radicato in un passato antecedente Mani Pulite, data d’inizio di ogni egemonismo giudiziario, di ogni teoria sul diritto-dovere della magistratura di “correggere” i riti della democrazia costituzionale. Nessuno può infatti dimenticare che uno dei cavalli di battaglia della prima magistratura politicizzata e correntizia fu proprio il diritto del lavoro: quando, negli anni 60 del secolo scorso, la nascita di Magistratura democratica poggiò anche sul postulato ideologico che il giudizio in materia di lavoro dovesse essere sistematicamente più attento alle ragioni dei lavoratori rispetto a quelle dei datori. La stagione dei “pretori d’assalto” in campo giuslavoristico coincide con la teorizzazione di mille “variabili indipendenti” sul mercato del lavoro.

Lungi da ogni valutazione di merito, la questione è se cinquanta o sessant’anni dopo un simile approccio sia “sostenibile” secondo la locuzione più corrente: se sia realmente funzionale – oggi, non un anno fa o fra un anno – all’obiettivo di (ri)creare occupazione, reddito, garanzie. Per i rider e per tutti gli altri. Se aiuti od ostacoli gli sforzi del governo o delle parti sociali.

È d’altronde difficile respingere l’ipotesi che un simile approccio sia invece coerente con una specifica urgenza, da parte dell’ordine giudiziario: quella di ricreare sponde di legittimazione politico-sociale dopo il quasi-azzeramento di credibilità istituzionale conseguente al “caso Palamara”. Già: due mesi fa il libro del magistrato clamorosamente radiato dal Csm non era ancora in libreria, non aveva ancora raggiunto la vetta delle classifiche di vendita. E fra due mesi chissà quante copie in più avrà venduto, quanto avrà messo in difficoltà l’inchiesta in corso contro di lui da parte della Procura di Perugia, quanto avrà diffuso nell’opinione pubblica l’idea che l’ordine giudiziario vada infine riformato a fondo. Cominciando forse dalla separazione fra le carriere: in modo che – anzitutto sui media – non sia più possibile confondere l’iniziativa di una Procura con il giudizio di una Corte.  

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