RIFORMA FISCALE/ Se le banche italiane bocciano il piano di Franco

- int. Francesco Forte

Antonio Patuelli in un’intervista ha parlato della riforma fiscale. Dichiarazioni che hanno un peso politico importante rispetto ai piani del Governo

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Antonio Patuelli (Lapresse)

In un’intervista al Sole 24 Ore di ieri, Antonio Patuelli evidenzia l’importanza della riforma fiscale che il Governo si è impegnato a intraprendere a partire dall’autunno. Il presidente dell’Abi chiede che ci siano meno tasse sugli utili e sul risparmio, oltre che aliquote più basse per Ires e Irap. Le parole di Patuelli, secondo l’ex ministro delle Finanze e del Coordinamento delle politiche comunitarie Francesco Forte, non vanno sottovalutate e hanno un importante peso politico.

Perché professore?

Mi sembra che rappresentino implicitamente una critica alla riforma fiscale cui sta lavorando il ministro Franco, la quale non si occupa abbastanza dei tributi patrimoniali e sul risparmio. Anzi, c’è il rischio che essi non solo non diminuiscano, ma aumentino.

Ci può spiegare meglio per quale ragione ritiene ci sia questo rischio?

Mi sembra che si stia impostando una riforma tutta proiettata sulla riduzione delle imposte sul costo del lavoro e, considerando le scarse coperture, non è da escludere che il peso fiscale si sposti a quel punto sui capitali. L’alternativa sarebbe quella di tagliare le cosiddette spese fiscali, cosa certo non facile e che spesso in passato, nonostante gli annunci, non è stata realizzata. In ogni caso si parla di misure che in gran parte hanno a che fare con gli investimenti patrimoniali, basta pensare ai bonus facciate o ai normali ecobonus per le ristrutturazioni edilizie.

Tutto questo cosa c’entra con le banche che Patuelli rappresenta?

A me sembra evidente. Non bisogna dimenticare, infatti, che gran parte delle garanzie bancarie è costituita da immobili. Quindi, se aumenta la tassazione sui beni patrimoniali, tali garanzie perdono valore. Al contrario, se viene realizzata una detassazione, le garanzie aumentano di valore e diminuisce la probabilità che si generino sofferenze bancarie o quanto meno diventa più facile smaltirle senza compromettere i propri coefficienti patrimoniali.

Nell’intervista al quotidiano di Confindustria, Patuelli fa anche riferimento alla mole di liquidità degli italiani che non si trasforma in investimenti nel nostro Paese anche per via dello schema tributario e del peso delle aliquote sui rendimenti. Cosa ne pensa?

Questa mole di liquidità non si traduce né in investimenti, né in consumi per i timori relativi alla tassazione patrimoniale, ma non solo: si avverte anche il rischio derivante dall’eccesso di debito pubblico. Il Reddito di cittadinanza e le spese che aumentano deficit e debito generano preoccupazione, perché il giorno in cui qualche nostra banca si trovasse in difficoltà e decidesse di vendere i titoli di stato italiani in portafoglio per farvi fronte, si genererebbero seri problemi stante l’intreccio tra sistema bancario e titoli del debito pubblico. Del resto non abbiamo un’unione bancaria in Europa.

Se è per questo Patuelli ricorda che non abbiamo nemmeno una pressione fiscale uniforme nell’Ue.

E non abbiamo nemmeno un’unione del mercato del lavoro. Non dobbiamo quindi stupirci se non si riesce a realizzare l’unione bancaria.

Torniamo ai risvolti politici delle dichiarazioni di Patuelli…

Le sue parole fanno sì che la riforma fiscale di Franco si areni di fronte al fatto che arrivano dal rappresentante delle banche italiane, tra cui i due giganti Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Al di là di chi rappresenta, Patuelli ha ragione?

Non è difficile dar ragione a Patuelli, basta leggere una serie di saggi di Einaudi e la teoria di Modigliani sul risparmio per capirlo.

Dunque se già era difficile mettere d’accordo i partiti della maggioranza per fare la riforma fiscale…

Adesso è stata bocciata dalle banche italiane.

Cosa farà a questo punto il Governo, visto che quella fiscale è indicata tra le riforme da realizzare a stretto giro nel Pnrr?

Semplicemente fingerà di farla. Le riforme fiscali richiedono comunque tempi lunghi, comprensivi di mesi di discussione in Parlamento. C’è tutto il tempo di superare il semestre bianco, periodo in cui si discute, ma non si legifera, e avvicinarsi alla fine della legislatura, sempre che non si vada a elezioni anticipate. A quel punto della riforma fiscale si tornerà a parlare dopo il voto.

(Lorenzo Torrisi)

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