RIFORMA PA/ I problemi che rendono insufficienti le nuove assunzioni

- Natale Forlani

Si prospettano nuove assunzioni nella Pubblica amministrazione, che non ha però solo problemi quantitativi. Serve una vera riforma

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Dopo anni di dieta rigorosa, le prospettive delle nuove assunzioni nella Pubblica amministrazione tornano a essere consistenti. Il ministero competente le stima in una media annua di 150 mila per i prossimi tre anni, legate alla fuoriuscita del personale per pensionamenti e per via del superamento dei vincoli normativi che limitavano il turnover nella Pa per la finalità di contenere la spesa pubblica, e con concorsi già banditi dalle singole amministrazioni per circa 60 mila nuove assunzioni.

Il ripristino della possibilità di assumere nuovo personale è condizionato alle effettive possibilità delle singole amministrazioni di garantire la copertura della spesa, evitando le dissennate operazioni clientelari che non sono mancate nel passato, e da una rigorosa programmazione dei fabbisogni. Ed è quindi assai probabile che i tempi necessari per ottenere i risultati occupazionali promessi possano risultare più lunghi.

Tutto ciò premesso, è doveroso evidenziare come una corposa ripresa di nuove assunzioni, finalizzata anche a favorire un ricambio generazionale del personale delle Pa, fosse diventata un’esigenza improcrastinabile. Le comparazioni effettuate da Eurostat in materia danno evidenza dei ritardi italiani. I 3,2 milioni di dipendenti operanti nelle nostre Pa rappresentano il 14% sul totale degli occupati, rispetto a una media europea attestata intorno al 18%, con punte che si avvicinano al 30% nei Paesi nordici.

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Analogamente, il rapporto tra occupati e popolazione, un dato che evidenzia anche l’intensità dei servizi erogati, si è ridotto a 5 occupati per ogni mille abitanti, rispetto ai 7 della media europea. Una distanza che si ripropone anche nelle statistiche che considerano la dimensione dei servizi pubblici allargati erogati anche con modalità privatistiche. Questi ritardi si sono riflessi non solo sulla dimensione dei servizi rivolti ai cittadini, ma hanno ridotto significativamente, in quantità e in qualità, il contributo occupazionale della Pa nel mercato del lavoro.

Il divario occupazionale equivalente rispetto alle medie europee è quantificabile tra le 600 mila unità lavorative, se consideriamo l’indicatore del numero dei dipendenti pubblici sul totale degli occupati, e di oltre 1 milione di unità per quello degli occupati nella Pa sulla popolazione residente.

Un divario che si riflette anche sulla quota di giovani assunti e delle donne occupate e sulla domanda di lavoro per le medie e alte qualificazioni. E che spiega buona parte dei ritardi esistenti, circa 4 punti sul tasso di occupazione generale, di almeno 6 punti per quello dell’occupazione femminile, rispetto alle medie degli altri paesi aderenti all’Ue.

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In termini settoriali le differenze producono un grande impatto nella sanità, nell’assistenza e nell’istruzione. Sempre l’Eurostat li stima in circa 1,8 milioni di occupati in meno a parità di popolazione, comprendendo in questa cifra anche le imprese private che erogano servizi allo stesso titolo. Recuperare questi divari in tempi rapidi è praticamente impossibile per una quantità infinita di ragioni. Soprattutto quelle relazionate ai vincoli della finanza pubblica, al peso degli intessi sul debito e alla necessità di far fronte a una spesa previdenziale e assistenziale in forte crescita.

Ma i ritardi della Pa italiana non sono solo quantitativi. Riguardano anche l’efficacia e l’efficienza delle politiche occupazionali che si stanno mettendo in atto. La nostra amministrazione evidenzia squilibri territoriali e settoriali preoccupanti. Evidenziati anche in un recente monitoraggio operato dal ministero della Pubblica amministrazione. Divari sui dipendenti assunti nelle Pa che vanno dai 7- 8 occupati per ogni mille abitanti, rispetto al 5 della media nazionale, nelle province e delle regioni autonome (Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna) rispetto a regioni che si mantengono al di sotto della media nazionale come la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Campania.

Vi sono settori decisivi, come la sanità, l’assistenza, gli apparati di sicurezza, i servizi fiscali e di ispettorato spesso impossibilitati a garantire i servizi indispensabili e, all’opposto, abnormi sacche di inefficienza e di risorse umane inutilizzate. Amministrazioni pubbliche che investono nei servizi informatici e on line, che in assenza di un vero coordinamento delle informazioni finiscono per appesantire, anziché semplificare, gli obblighi burocratici dei cittadini e delle imprese, e per indebolire la capacità di controllo e monitoraggio delle prestazioni erogate dalle stesse amministrazioni. Fa impressione il fatto che ancora sia assente un’anagrafe nazionale della residenza, una gestione informatizzata delle prestazioni erogate allo stesso titolo ai cittadini per il fine di razionalizzare la spesa sociali e prevenire gli abusi, per non parlare delle lacune esistenti nelle anagrafi fiscali.

Vi sono amministrazioni chiamate ad aggiornare i modelli organizzativi, e i fabbisogni, con strumenti che consentono una mobilità del personale esclusivamente sulla base della volontarietà, incompatibili con ogni ragione gestione manageriale delle risorse. In queste condizioni la scelta di riaprire le assunzioni sulla base del ripristino del turnover anziché favorire un ripensamento delle amministrazioni, rischia di ampliare gli squilibri esistenti e l’autoreferenzialità degli apparati amministrativi.

Il tema della riforma della Pubblica amministrazione è stata oggetto di interventi da parte di tutti i governi che si sono alternati alla guida del Paese. Con i propositi di contrastare la corruzione, di assicurare la trasparenza, di valutare l’operato del personale e di fare le pulci ai fannulloni e ai furbetti del cartellino. Con l’unico risultato di appesantire il sistema decisionale di procedure e sistemi di controllo formali, e persino di disincentivare la dirigenza apicale nell’assumere le responsabilità che le competono. E, soprattutto, senza ottenere risultati apprezzabili in termini di produttività del lavoro.

Non serve l’ennesima produzione di una riforma. Serve un cambio di mentalità nella cultura dell’amministrazione che metta al centro il servizio al cittadino come motore e parametro apprezzabile, e valutabile, dagli stessi cittadini. Esattamente come si usa fare ormai per i servizi privati. Questa sì che sarebbe una vera riforma.

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