RIFORMA PATTO DI STABILITÀ/ Così il pilota automatico cancella il voto degli italiani

- int. Massimo D'Antoni

Il Quantitative tightening imminente della Bce e la riforma del Patto di stabilità pongono all'Italia delle sfide importanti e non semplici da affrontare

Lagarde Gentiloni Lapresse1280 640x300.jpeg Christine Lagarde e Paolo Gentiloni (Lapresse)

Il 2023 non si preannuncia un anno facile per l’Italia. Non solo per le incertezze sulla situazione geopolitica economica, ma anche perché entrerà nel vivo il dibattito sulla riforma del Patto di stabilità. Inoltre, venerdì scorso Christine Lagarde ha spiegato che “a dicembre definiremo i principi-chiave per ridurre il portafoglio di bond” e nei giorni precedenti il suo vice De Guindos aveva annunciato che l’anno prossimo verrà avviato il Quantitative tightening, ovvero la cessazione di acquisti netti dei titoli detenuti dalla Bce. Cosa significa per l’Italia? Abbiamo cercato di capirlo insieme a Massimo D’Antoni, docente di Scienza delle finanze nell’Università di Siena.

Professore, cosa pensa delle dichiarazioni della Presidente della Bce e del suo vice? Il nostro Paese corre dei rischi?

Ho letto l’indicazione di Lagarde, da un lato come una riaffermazione dell’impegno a contenere l’inflazione, dall’altro come l’annuncio di un ritorno alla normalità della politica monetaria, dopo anni di utilizzo di strumenti “non convenzionali” come il Quantitative easing. D’altra parte, si è parlato in passato di monetizzazione del debito: la differenza tra una monetizzazione del debito e una “normale” operazione di una banca centrale sul mercato è che la seconda è reversibile. Inutile negare che per noi dei rischi ci sono. Non c’è bisogno di analisi economiche sofisticate per prevedere che, rimettendo sul mercato una parte consistente del nostro debito pubblico in suo possesso, l’operazione della Bce spingerà verso il basso il prezzo dei titoli e quindi potrà determinare un aumento dei tassi di interesse.

In una recente intervista aveva commentato la proposta tedesca di riforma del Patto di stabilità. La Commissione europea ha da poco presentato le sue linee guida. Vede delle differenze sostanziali?

Diciamo subito che la proposta avanzata dalla Commissione è andata oltre i paletti posti dal documento tedesco che avevo commentato in quell’intervista. Certo, siamo ancora alle linee guida, il nuovo assetto di regole deve essere approvato dai Paesi membri, ma ormai si intravede il punto di caduta, non credo che una proposta della Commissione possa essere smentita, al più prevedo aggiustamenti. La proposta, peraltro, è nella linea in cui si è mosso in questi anni il dibattito sulla riforma delle regole.

L’aspetto “innovativo” della proposta di Bruxelles sembra essere il piano quadriennale (eventualmente estensibile per altri tre anni) di riduzione del debito concordato tra singolo Paese e Commissione con verifiche annuali dei risultati conseguiti. Cosa pensa di questo “modello” che per certi versi ricorda il Pnrr?

La novità principale è che si abbandona l’idea delle regole uguali per tutti, si riconosce che i Paesi si trovano in posizioni diverse quanto a posizione debitoria e livelli di crescita. Resta in piedi il paletto del 3% del deficit/Pil, codificato nel Trattato di Maastricht e quindi difficilmente modificabile. Ma si abbandona la “regola del debito” nella sua attuale formulazione, una regola introdotta una decina di anni fa e mai realmente applicata, che si riconosce inapplicabile ai livelli di debito odierni. Mi riferisco all’impegno di ridurre l’eccesso di debito a ritmi di 1/20 all’anno, che per noi vorrebbe dire oggi ridurre ogni anni il debito del 5% del Pil. È evidente a tutti che sottoporci a una simile regola vorrebbe dire porci immediatamente in procedura di infrazione. Le regole uniformi sono sostituite da programmi di stabilizzazione del debito che ciascun Paese propone e che gli organi dell’Ue approvano, vigilando sulla loro attuazione. La condizione è che siano credibili e prevedano un’adeguata traiettoria di riduzione del debito.

Niente più pareggio di bilancio strutturale?

Le regole basate sul pareggio di bilancio verrebbero sostituite dall’adozione di un unico vincolo, che impone un limite alla crescita della spesa primaria, cioè la spesa pubblica al netto degli interessi. Questa deve evolvere secondo un sentiero coerente con la riduzione del debito. Nel nostro caso, dovrà dunque ridursi. Del resto, questo effetto non è molto diverso da quanto consegue dal pareggio di bilancio, è solo più esplicito. Il riferimento alla spesa elimina alcuni problemi legati al riferimento al saldo strutturale, ma ne presenta di simili. La semplificazione dei criteri risponde alla richiesta, di Germania e altri di avere regole chiare per poter rilevare in modo privo di ambiguità l’eventuale violazione.

Rispetto alle regole attuali, la proposta di riforma introduce più o meno discrezionalità, più o meno decisioni “politiche”?

Ecco, questo mi pare il punto importante da comprendere. Il programma di rientro del debito redatto da ciascun Paese non dovrà rispettare dei parametri rigidi e predeterminati, ma dovrà essere ritenuto credibile sulla base di valutazioni tecniche effettuate dalla Commissione. Inoltre, tale programma andrà valutato insieme all’indicazione di politiche di carattere strutturale e investimenti orientati alla crescita, che possono giustificare programmi di rientro più “morbidi”. Tutto ciò è ragionevole, ma chi valuta e su quale base? La valutazione avrà necessariamente una componente economico-tecnica molto importante, si avvarrà di stime e valutazioni effettuate sulla base di modelli previsionali e di valutazioni di impatto. Si sottolinea che i criteri saranno pubblici e trasparenti, ma a meno di immaginare che questo tipo di valutazioni siano del tutto neutrali, qui entreranno in gioco considerazioni politiche, giudizi di valore, quelle dei “tecnici” prima ancora di quelle dei politici. Un programma di privatizzazioni, le riforme del mercato del lavoro, una riforma fiscale, possono essere valutati in modo diverso a seconda del paradigma economico di riferimento. Conosciamo i problemi di applicare regole “rigide” e quindi “stupide”, e anche i problemi di un eccesso di politicizzazione di questo tipo di decisioni. A volte, tuttavia, mi pare che si voglia dare una patina tecnica a scelte che non possono che essere politiche, e questo per certi versi mi spaventa ancora di più.

La proposta della Commissione mira anche a dare più autonomia ai Paesi membri. Cosa ne pensa?

L’autonomia della politica economica è già oggi molto limitata. Con il meccanismo previsto ciascun Paese prenderebbe impegni a medio termine e sarebbe poi tenuto a rispettarli. Tradizionalmente, in una democrazia il Governo risponde al Parlamento e agli elettori. Qui viene esplicitato che la politica economica si traduce in un contratto verso l’Europa, un contratto che il Parlamento non può modificare. Si ripresenta il tema del “pilota automatico” e della reale possibilità per i cittadini di incidere sulle scelte attraverso il voto. Idealmente, il Parlamento dovrebbe avere un ruolo centrale per lo meno nella fase di elaborazione del programma, prima che questo sia presentato e negoziato a Bruxelles, e dovrebbe riservarsi l’ultima parola. Purtroppo l’esperienza del Pnrr non è molto confortante, con i continui richiami all’urgenza e con la peculiare situazione politica che si era creata nel 2021 con il Governo Draghi, un vero dibattito sulle priorità definite dal Governo è mancato. Se questa diventasse la regola, sarebbe è un problema serio dal punto di vista democratico.

Sono previste delle sanzioni per chi non rispetterà i piani concordati. Cosa cambia rispetto alla situazione attuale?

Da quel che capisco il sistema di sanzioni di carattere finanziario previsto dalle regole attuali verrebbe ridimensionato. D’altra parte tali sanzioni non sono mai state applicate. Invece si parla di sanzioni di tipo “reputazionale”, e qui non possiamo non pensare all’effetto disciplinante rappresentato dagli spread, che i nostri Governi hanno imparato a temere. La Commissione sembra consapevole del fatto che, in caso di contenzioso con uno Stato che non rispetta gli impegni, sarà quella la vera sanzione. Infine, si prevede che la sanzione possa essere l’esclusione dal Recovery and Resilience Fund, a conferma che l’aumento del budget europeo aumenta anche la capacità di “punire” i Paesi membri indisciplinati.

Nel presentare le linee guida, il Commissario Gentiloni ha evidenziato che non è stato trovato un necessario consenso sulla cosiddetta golden rule. Cosa ne pensa? Sarebbe stato meglio ci fosse?

La golden rule è una soluzione molto ragionevole se si segue l’approccio della regola rigida. Si tratta, lo ricordiamo, di una variante della regola di pareggio di bilancio, che prevede l’esclusione dal computo delle spese per investimento. Serve a evitare quello che è successo negli anni dell’austerità, quando le esigenze di bilancio hanno compresso in primo luogo gli investimenti, compromettendo la crescita. I tedeschi e altri Paesi europei si sono sempre opposti argomentando che escludere gli investimenti rischia di diventare una sorta di cavallo di Troia per depotenziare di fatto le regole fiscali e osservando che ci sono alcune spese (per esempio, l’istruzione) che pur essendo spese correnti, hanno il valore di investimento. Comprendo le obiezioni, ma ritengo che la golden rule resti una regola saggia. D’altra parte, mi pare che queste nuove regole tengano contro in altri modi degli investimenti, quindi il “danno” della sua mancata adozione potrebbe essere limitato.

(Lorenzo Torrisi)

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