RIFORMA PENSIONI/ Durigon: la cosa più giusta è Quota 41

- Lorenzo Torrisi

Il sottosegretario all’Economia Claudio Durigon torna a parlare di riforma pensioni e ribadisce l’importanza di Quota 41 per il post-Quota 100

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Claudio Durigon, sottosegretario all'Economia (LaPresse)

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI DURIGON

Il sottosegretario all’Economia Claudio Durigon torna a parlare di riforma pensioni e, interpellato da affaritaliani.it, spiega che “la cosa più giusta per la riforma pensionistica è Quota 41, come avevamo previsto come sbocco naturale al termine di Quota 100”. Il deputato leghista ribadisce quindi una posizione già espressa negli ultimi giorni. Intanto la Corte di giustizia europea ha bocciato il ricorso presentato da ex parlamentare europeo italiano che si era rivisto ricalcolare la propria pensione “provvisoria di cessata attività” a seguito del taglio dei vitalizi dei parlamenti operato in Italia. Come spiega Il Sole 24 Ore, la Corte europea ha stabilito che il Parlamento europeo non poteva non procedere al ricalcolo dato che l’importo della pensione erogata è parametrato proprio su quello erogato dalla Camera bassa dello Stato che i parlamentari rappresentano e che la revisione dell’importo “è già stata ammessa dalla giurisprudenza nell’ambito del contenzioso sulla funzione pubblica dell’Unione”.

I NUMERI DELLE PENSIONI IN ITALIA

Mentre si prepara un deciso confronto sul tema pensioni con la proposta di riforma del Presidente Inps Tridico (uscita a 62 anni con il metodo contributivo) e le contrapposte misure presentate dai sindacati, l’Inps ha pubblicato i numeri effettivi della “immensa partita” che si prepara sul fronte previdenziale nei prossimi mesi. 22 milioni di assegni erogati ogni anno dallo Stato, con 16 milioni di pensionati ovvero il 26,5% della popolazione italiana: il 32,7% dei pensionati percepisce due assegni mentre il rapporto lavoro/occupati è di 602 su 1000. Al momento, percepiscono l’assegno quasi 9 milioni di donne e poco più di 7 milioni di uomini, rispettivamente il 43,9% e il 56,1% della spesa complessiva: le pensioni valgono il 16,8% del PIL e il 34,2% della spesa pubblica, con valore di circa 301 miliardi di euro. Gli assegni al momento sono divisi così: 11,9 milioni assegni di vecchiaia, 4,7 milioni assegni di reversibilità
4,4 milioni assegni assistenziali, 1,1 milioni assegni di invalidità, 700mila assegni indennitari. (agg. di Niccolò Magnani)

LE PAROLE DI TRIDICO

Intervistato dalla Stampa, Pasquale Tridico ricorda che “dopo Quota 100 non c’è la fine del mondo, ci sono diverse misure di flessibilità da ampliare: l’Ape sociale, i precoci, gli usuranti”. Il Presidente dell’Inps ribadisce quindi la sua proposta di “andare in pensione dai 62-63 anni solo con la quota che si è maturata dal punto di vista contributivo. Il lavoratore uscirebbe dunque con l’assegno calcolato con il contributivo e aspetterebbe i 67 anni per ottenere l’altra quota che è quella retributiva”. “La mia è una proposta aperta ad altri innesti, che il ministro Orlando sta valutando, come la staffetta generazionale o le uscite parziali con il part-time. Ma non possiamo tornare indietro rispetto al modello contributivo,” aggiunge Tridico, rispondendo di fatto alla Cgil che auspica la fine del sistema contributivo. “Il sistema previdenziale italiano è stato scolpito da due grandi riforme: la Dini del ’95 e la Fornero nel 2011. È quello il nostro impianto ed è proprio qui dentro che dobbiamo incrementare i livelli di flessibilità, tenendo presente che abbiamo bisogno di equità e sostenibilità”, aggiunge.

CAPONE (UGL): NO Al RITORNO A LEGGE FORNERO

Paolo Capone fa sapere che quello della riforma delle pensioni “è un tema che va posto al centro dell’agenda politica del Governo e sul quale auspico un ampio coinvolgimento delle parti sociali”. Il Segretario generale dell’Ugl, come riporta sardegnareporter.it, spiega che il suo sindacato “accoglie positivamente l’apertura del Ministro Orlando, tuttavia sia chiaro che ci opporremo a qualsiasi ipotesi di arretramento delle tutele. Al netto delle critiche strumentali frutto di un approccio meramente ideologico, ribadiamo l’importanza di un provvedimento come ‘Quota 100’ che ha favorito il turnover e l’impiego dei giovani. È fondamentale, quindi, adottare strumenti che sostengano la flessibilità accompagnando i lavoratori nel percorso di uscita dal mondo del lavoro. Occorre implementare le garanzie soprattutto a favore di chi svolge lavori più usuranti”. “La salvaguardia della vita e della sicurezza dei lavoratori si basa sul riconoscimento della loro dignità, pertanto sarebbe inammissibile tagliare i diritti acquisiti e ritornare al sistema disciplinato dalla legge Fornero fondata sulla logica miope dell’austerity e rivelatasi ormai fallimentare”, aggiunge Capone.

RIFORMA PENSIONI, LE PAROLE DI MANTOVANI

Mario Mantovani fa sapere che la Cida è pronta a confrontarsi con il Governo sulla riforma delle pensioni con “con idee e proposte concrete”. Come riporta Labitalia, dal suo punto di vista è “evidente che per rendere il sistema pensionistico pubblico sostenibile nel tempo occorre in prospettiva renderlo più leggero rivedendo in riduzione progressiva anche le aliquote contributive, lasciando maggiore spazio alla previdenza complementare basata sul sistema a capitalizzazione. Ecco perché sarebbe utile alzare il limite della deducibilità fiscale degli investimenti in previdenza complementare, da anni fermo ad un ‘tetto’ di poco superiore ai 5mila euro”. Per il Presidente della Cida, è importante poi che si affronti “l’annosa questione della separazione fra assistenza e previdenza”, che potrebbe dimostrare la sostenibilità della spesa pensionistica una volta depurata della componente assistenziale.

GLI STRUMENTI PER IL POST-QUOTA 100

Per quanto riguarda il post-Quota 100, Mantovani vede positivamente “gli strumenti che rendano più agevole una scelta personale. Alcuni sono già presenti nel nostro sistema: l’Ape sociale, l’Ape aziendale e volontaria (che andrebbero ripristinate), la Rita. Altri possono essere inseriti, non in senso assistenziale, ma nella logica di fornire un adeguato ‘cassetto degli attrezzi’ previdenziali al giovane lavoratore. Pensiamo a formule assicurative, collegate al ‘secondo pilastro’ della previdenza complementare e finalizzate alla copertura di eventuali ‘buchi’ contributivi in caso di disoccupazione o perdita della capacità lavorativa (long term care)”.

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