RIFORMA PENSIONI/ Flessibilità (e penalizzazioni) per dire addio a regole rigide

- int. Silvia Ciucciovino

Nell’immaginare nuovi interventi di riforma pensioni bisognerebbe prevedere diverse forme di flessibilità in uscita

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Lapresse

La Legge di bilancio si appresta a concludere l’iter parlamentare ed è ormai confermata la decisione di rinviare all’anno prossimo una riforma delle pensioni mirata a ridisegnare il sistema dopo che sarà andata in scadenza Quota 100. Per meglio comprendere i termini del dibattito che verosimilmente proseguirà anche nel 2021 sui temi previdenziali, eccoci a una nuova tappa del percorso a cura del Dipartimento Lavoro e Welfare della Fondazione per la Sussidiarietà con l’intervista a Silvia Ciucciovino, Professore ordinario di Diritto del lavoro dell’Università degli Studi Roma Tre.

In vista della Legge di bilancio si era riaperto il dibattito sulle politiche previdenziali e Quota 100 ne costituisce uno dei capisaldi. Che valutazione dà di questa prestazione?

A mio avviso costituisce un esempio del procedere poco sistematico della legislazione previdenziale e che sembrava avviato a soluzione con le grandi riforme previdenziali degli ultimi anni. L’uscita anticipata dal lavoro, soprattutto se non legata a contemporanee misure di incentivo al ricambio generazionale, non fa che gravare ulteriormente le giovani generazioni del peso crescente della sostenibilità del sistema previdenziale. Ma si tratta di una solidarietà intergenerazionale a senso unico. Bisognerebbe quantomeno pensare a correttivi delle pensioni anticipate volte a ristabilire una qualche forma di equità tra generazioni.

A fine 2021 scade Quota 100: qualcuno parla della necessità di superare lo “scalone” che ne conseguirebbe, cosa ne pensa? Occorre un’altra misura di pensionamento anticipato?

Personalmente sono fermamente contraria a qualsiasi nuova forma di pensionamento anticipato, se non all’interno di un disegno riformatore complessivo e sistematico. Va superato il concetto del pensionamento anticipato come “deroga” a una regola rigida di uscita dal lavoro. Piuttosto bisognerebbe rivedere le regole ordinarie, prevedendo diverse forme di flessibilità in uscita, con opportune penalizzazioni e soglie minime di pensionamento.

Il tema caldo del dibattito è, dalla Legge Fornero, l’età pensionabile, oggi a 67 anni, destinati ad aumentare indefinitamente per via dell’adeguamento automatico alla speranza di vita. Andremo in pensione tutti a 70 anni e oltre?

Il meccanismo di adeguamento automatico alla speranza di vita risponde a una razionalità interna al sistema. Andrebbe però stabilita una soglia massima oltre la quale il meccanismo non opera più. Tale soglia potrebbe ragionevolmente fissarsi a 70 anni. L’adeguamento alla speranza di vita dovrebbe inserirsi però in un sistema di regole più flessibili di quelle attuali che consenta una qualche forma di flessibilità in uscita tenendo conto di alcuni parametri e condizioni che potrebbero essere combinate tra loro (anzianità contributiva, gravosità del lavoro, esistenza di una posizione previdenziale complementare, anzianità di lavoro, misura del montante contributivo e del trattamento spettante, ecc.).

Nel sistema pensionistico esiste un conflitto tra generazioni, un problema di equità o solidarietà intergenerazionale? Come affrontarlo? 

Certamente esiste un grave problema di conflitto tra generazioni. Per come si è sviluppato il sistema, la solidarietà intergenerazionale penalizza le giovani generazioni rispetto a quelle anziane. Giovani generazioni che sono chiamate a pagare un prezzo troppo alto, in quanto sono già sono penalizzate nel mercato del lavoro (a causa della instabilità degli impieghi e della discontinuità lavorativa) e probabilmente saranno penalizzate anche in futuro nel sistema previdenziale. Occorre pensare a forme di “compensazione” e a correttivi atti a reimmettere equità nel sistema. Ad esempio potrebbero immaginarsi forme di valorizzazione dell’accredito contributivo a favore dei giovani nel caso di impieghi instabili o a basso reddito, così come un sistema di totale defiscalizzazione dei contributivi destinati alla previdenza complementare per le giovani generazioni.

L’Ue (ma anche l’Ocse) ha evidenziato la necessità di ridurre la spesa pensionistica italiana considerata elevata in rapporto al Pil. I sindacati, e non solo, sostengono la necessità di separare assistenza e previdenza. Dovrebbero anche partire i lavori di una commissione tecnica sul tema. Pensa che sia possibile arrivare facilmente a questa separazione?

Penso che la distinzione tra la previdenza e l’assistenza non sia utile né possibile. È noto come questa distinzione sia per moti versi artificiosa e didascalica e come molta parte delle prestazioni previdenziali siano in realtà fondate su un principio di solidarietà sociale non dissimile da quello che presiede all’intervento assistenziale dello Stato sociale. Lo stesso sistema pensionistico a ripartizione rende evidente come le prestazioni a base contributiva siano in realtà poggiate sulla solidarietà intergenerazionale e infragenerazionale. Sarebbe inopportuno scardinare dalle fondamenta i principi di funzionamento del sistema di sicurezza sociale. Piuttosto occorrerebbe intervenire a riequilibrare le voci di spesa, ad esempio razionalizzando la spesa pensionistica e puntando sul potenziamento della spesa sociale per la famiglia, per la non autosufficienza, ecc. in un’ottica di risposta ai nuovi bisogni sociali. Nell’ambito di questo intervento di razionalizzazione bisognerebbe ripensare profondamente le forme di finanziamento del sistema di sicurezza sociale.

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