RIFORMA PENSIONI/ Gli abbagli dei sindacati su “flessibilità” e Quota 41

- Giuliano Cazzola

Oggi i sindacati tornano a chiedere al Governo di riaprire il confronto sulla riforma delle pensioni. Le loro richieste sono note da tempo

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Dopo essersi fatti scippare la Festa del Lavoro da un rapper di nome Fedez che – davanti a un milione di posti perduti in un anno – si è arrogato il diritto di mettere al primo posto, tra le urgenze del Paese, la sollecita approvazione – senza fare tante storie – del ddl Zan (come del resto rivendicano le “periferie” e le fabbriche in crisi), i leader di Cgil-Cisl-Uil oggi terranno un’iniziativa per tornare a chiedere al Governo di riaprire il confronto sulla riforma delle pensioni, un altro grande tema prioritario in cima ai loro pensieri. Come ha confermato Domenico Proietti, il factotum della Uil in tema di pensioni, “grazie all’azione della Uil e di tutto il sindacato il tema della Previdenza sta finalmente, dopo mesi di ‘vuoto’, tornando al centro del dibattito politico, il Ministro Orlando ha annunciato la prossima convocazione di un tavolo con le parti sociali per approfondire questi temi”. 

Bentornata previdenza: non ne sentivamo la mancanza. Le proposte dei sindacati sono note. Nel loro linguaggio il concetto di “flessibilità” significa una solo cosa: andare in quiescenza il prima possibili a partire da 62 anni e 20 di contributi o dopo 41 anni di versamenti, includendo nel computo dell’anzianità tutti i possibili sconti “comitiva”. Proietti è tra i pochi sindacalisti che spiegano perché “si può fare”. Dal momento che nel montante è crescente la quota calcolata col metodo contributivo (ora va da un minimo di 9 a un massimo di 25 anni) ed essendo tale computo legato ai coefficienti di trasformazione i quali a loro volta sono ragguagliati all’età di pensionamento (nel senso che incentivano la permanenza al lavoro), chi va in quiescenza prima consegue un trattamento più basso. Non si accorgono i sindacalisti che questa loro impostazione è strabica: da un lato non ha senso mandare in pensione le generazioni future a 62 anni, perché vorrà dire che incasseranno l’assegno – stando all’attesa di vita – per un periodo più lungo di quello lavorato. Quanti a 41 anni non si considera che molto difficilmente i lavoratori di domani avranno l’occasione di lavorare così a lungo. Vi è poi un altro aspetto insostenibile nella posizione dei sindacati. Per loro non esiste la demografia. Nessuno fa caso all’effetto combinato e perverso del crollo delle nascite e dell’invecchiamento. 

Un seminario dell’Arel ha sintetizzato le conseguenze dei trend demografici, riassumendoli nei seguenti punti:

1) Tra il 2008 e il 2018 la popolazione nella classe di età 15-49 anni è diminuita di oltre 2 milioni di persone (-7,5%), mentre la classe di età 50-64 anni è cresciuta del 17,7%. 

2) La denatalità va a erodere la presenza quantitativa delle nuove generazioni. Questo processo sistematico e strutturale, definito “degiovanimento”, riguarda l’Italia più di altri Paesi europei. Ad esempio, se si confronta il nostro Paese con la Francia vediamo che la consistenza numerica tra le generazioni è abbastanza stabile in Francia, in Italia i 40enni sono meno dei 50enni, i 30enni meno dei 40enni, i bambini di 10 anni meno dei 20enni. Questo divario molto preoccupante si sta spostando verso il centro della vita attiva e produttiva del Paese. 

3) Il risultato di quanto sopra è che la popolazione tra i 15 e i 29 anni in Italia è la più bassa in Europa.

4) La stessa popolazione immigrata attiva non sarà più in grado di compensare la riduzione di forza-lavoro. La denatalità, dopo alcuni anni di residenza in Italia, riguarda anche gli immigrati. 

5) A questa debolezza quantitativa si aggiunge una debolezza qualitativa. Il tasso di occupazione degli attuali 30-34enni è il più basso in Europa ed è inferiore al tasso di occupazione che gli attuali 40-44enni avevano dieci anni fa. Per evitare un’ulteriore contrazione nei prossimi dieci anni bisognerebbe portare il tasso di occupazione dei 30- 34enni al 95 per cento. 

6) Nella fascia 30-34 anni abbiamo il record di Neet in Europa. Abbiamo reso i 30-34enni uno scarto. Anche i valori più alti di disillusione circa il futuro sono più alti nei giovani italiani (il 25 per cento di italiani pensa di non avere lavoro a 45 anni). Questa disillusione cresce con l’età. 

7) È urgente un piano per far rientrare i trentenni nella fascia centrale della vita attiva. 

In sostanza è in atto una riduzione crescente della quota di popolazione attiva, per cui delle due l’una: o si sposta più in alto il cursore oppure, in un sistema pensionistico finanziato a ripartizione, si arriverà presto a un rapporto insostenibile tra occupati contribuenti e pensionati (ora siamo da tempo a un rapporto 1 a 1 tra attivi e pensioni). Non si porrà solo una questione di finanza pubblica, ma di un crescente squilibrio nel mercato del lavoro. Il che è facilmente intuibile osservando i rapporti tra le generazioni. Se quelle che seguono hanno numeri inferiori di quelle che precedono è evidente che non vi saranno adeguate sostituzioni non solo sul piano qualitativo, ma anche su quello quantitativo. 

Come sostiene Massimo Livi Bacci, uno dei più importanti demografi italiani, “non è il calo in sé, ma la modalità del calo: nei prossimi trent’anni, in Italia, raddoppieranno gli ultraottantenni e si assottiglieranno gli adulti. Non occorre molta teoria per comprendere le conseguenze fiscali di un tale sbilancio”. E ritiene indispensabile una politica che assicuri l’integrazione di 200-300mila immigrati l’anno. 

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