RIFORMA PENSIONI/ Il salto all’indietro che non aiuta i conti pubblici

- Giuliano Cazzola

Nella Nadef viene indicato un livello di spesa pensionistica su Pil che dovrebbe far riflettere i sindacati e la ministra del Lavoro Catalfo

nunzia catalfo
Nunzia Catalfo, Ministro del Lavoro (LaPresse, 2020)

RIFORMA PENSIONI.Le previsioni della spesa pensionistica continuano a scontare il sensibile aumento del numero di soggetti che accedono al pensionamento anticipato, con quota 100 e le altre opzioni”. “Secondo la previsione a legislazione vigente, una crescita della spesa per pensioni più contenuta rispetto a quella dell’economia contribuirà a far scendere il rapporto tra tale spesa e Pil, dal 17,1% del 2020 al 16,2% nel 2023. Cionondimeno, la spesa per pensioni a legislazione vigente nel 2023 risulterà più alta di 0,8 punti percentuali in rapporto al Pil in confronto al 2019”. Così è scritto nella Nadef. Insomma, le politiche previdenziali del Conte 1 presentano la nota spese al Conte 2.

Va da sé che sull’incidenza della spesa pensionistica influisce, al denominatore, anche la caduta del Pil. Ma il 17,1% è un record: 25 anni di riforme e controriforme possono andare al macero. Vorranno i sindacati tener conto di una ripresa della spesa pensionistica quando riprenderanno gli incontri con il ministro Nunzia Catalfo? Oppure continueranno a pretendere di vivere in un mondo intessuto delle loro teorie?

Qualche sindacalista è arrivato a sostenere che il Governo si è sbagliato (sic!) a fornire il dato all’Unione europea, dimenticando che le statistiche si fanno sulla base di indicatori concordati e comuni. È la solita mania di equivocare tra le spese previdenziali e quelle assistenziali, in nome di una separazione che è già stata compiuta nel 1989 (con legge n.88) e perfezionata nel 1998, prima dell’ingresso nel club dell’euro. Ne deriva che la spesa pensionistica è una sola e che è finanziata attraverso i contributi e i trasferimenti. Pretendere di “sterilizzare” quanto è posto a carico del fisco perché l’ammontare dei contributi non basta a coprire il costo del sistema, più che una partita di giro costituirebbe un falso in bilancio, in stile greco. In ogni caso, è confermato che Quota 100 arriverà a scadenza.

Va ricordato, per chiarezza, che quanti matureranno i requisiti previsti entro la fine del 2021 si porteranno appresso la possibilità di esercitare successivamente il diritto al pensionamento anticipato. Sarebbe, tuttavia, il caso di spiegare all’opinione pubblica che Quota 100 non ha mancato soltanto l’obiettivo di sostituire gli anziani in uscita con l’assunzione di giovani (come ormai è riconosciuto da tutti gli osservatori), ma non ha convinto neppure i destinatari di questo provvedimento. Le pensioni erogate attraverso Quota 100 e le altre misure sono state, nel 2019, inferiori alle previsioni (290mila): ovvero 156mila nei settori privati (dipendenti, autonomi, parasubordinati); 41mila nei settori pubblici dove, prima ancora che oneri, si sono determinati disservizi e le previsioni sono state confermate in misura del 50%; mentre, nei settori privati, solo del 15%.

“In realtà – è indicato in un rapporto della Corte dei Conti – i soggetti che hanno usufruito dell’anticipo avendo effettivamente maturato i requisiti minimi di Quota 100 (ovvero 62 anni di età e 38 anni di anzianità contributiva) sono stati poco più di 5 mila, ossia il 3 per cento del totale. L’uscita anticipata ha attratto principalmente coloro che – per anzianità contributiva – avevano la minima distanza dalla soglia prevista per l’uscita anticipata (42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 e 10 mesi per le donne): circa la metà dei lavoratori uomini (“quotacentisti”, ndr) è andata in pensione con almeno 41 anni di anzianità; le donne con almeno 40 anni di anzianità (una ogni sei uomini) risultano essere il 53 per cento del totale; oltre il 30 per cento ha almeno 41 anni di anzianità”. “Questo sembra confermare – sostiene la Corte – che la discriminante più importante, nell’adesione a quota 100, sia stata l’anzianità contributiva piuttosto che l’età”.

La questione ora si sposta sul come uscire dal regime delle deroghe sperimentali, perché, senza adeguate modifiche, le regole Fornero tornerebbero in vigore “più gagliarde” di prima, con lo “scherzo da prete” di uno “scalone” (da 62 a 67 anni) per quei soggetti che non avessero i requisiti per il pensionamento ordinario di anzianità. A evitare questo “disastro” annunciato sono in azione le confederazioni sindacali in un clima di cordiale intesa con il ministro Nunzia Catalfo. Perché “uscire in avanti” quando è più facile e confortevole farlo “all’indietro”? La proposta di Cgil, Cisl e Uil “supera”, infatti, la riforma Fornero, riportando il sistema pensionistico alla “belle époque” del secolo scorso. Si andrebbe in quiescenza con almeno 62 anni di età (e 20 di anzianità contributiva) oppure con 41 anni di versamenti a qualunque età (evitiamo di elencare la gamma di ulteriori sconti  che sarebbero previsti come contribuzione figurativa). Non sarebbe il caso, allora, di preoccuparsi di una spesa che potrebbe crescere di più?

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