RIFORMA PENSIONI/ Uscita differenziata dal lavoro, la scienza può dare un aiuto

- Matteo Bonzini

L’età media dei lavoratori italiani è tra le più alte del mondo, occorre pensare a soglie anagrafiche di uscita dal mondo del lavoro differenziate

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(LaPresse)

RIFORMA PENSIONI. Prosegue la serie di interventi di approfondimento a cura del Dipartimento Lavoro e Welfare della Fondazione per la Sussidiarietà per offrire ai lettori un contributo di comprensione e di giudizio sull’assetto del sistema pensionistico. Oggi ci si concentrerà sull’invecchiamento della popolazione attiva e sul come coniugare la tutela della salute dei lavoratori con le esigenze di sostenibilità della spesa previdenziale.

Il nostro Paese sta vivendo da decenni un sensibile decremento della natalità e una prolungata stagnazione economica che hanno portato a cambiamenti profondi nella società, nell’equilibrio tra generazioni e nel mondo del lavoro.

L’età media dei lavoratori italiani è tra le più alte del mondo, come conseguenza sia della diminuzione di nuove assunzioni, sia per l’innalzamento dell’età pensionabile, condizioni entrambe figlie della crisi economica. Questo cambiamento ha un impatto profondo anche per chi come noi si occupa della tutela della salute dei lavoratori. Volendo solo trattare le conseguenze più marcate di questi cambiamenti possiamo ricordare che:

– la maggior parte dei fattori di rischio lavorativi ha un impatto diverso tra persona e persona. I lavoratori di età superiore a 50 anni mostrano una maggiore suscettibilità a condizioni molto comuni come movimentazione carichi, movimenti ripetuti, lavoro notturno. Occorre ripensare anche le valutazioni del rischio a oggi adottate: ciò che è accettabile per lavoratori sani e giovani potrebbe non esserlo per i lavoratori realmente presenti sul lavoro oggi.

– l’invecchiamento porta con sé fisiologicamente una maggior prevalenza di malattie cronico-degenerative (per esempio artrosi, dismetabolismo, cardiopatie). I portatori di queste malattie spesso non saranno idonei a svolgere tutti i compiti di mansioni fisiche o comunque gravose, con grandi problemi di gestione del gruppo. Si pensi a un reparto d’ospedale con pazienti allettati affidati ad assistenti sanitari tutti donne e di età intorno ai 60 anni: chi movimenta i pazienti durante il turno di notte? (e questa è la situazione di molti reparti d’ospedale).

– la promozione di corretti stili di vita porta a prevenire conseguenze sulla salute soprattutto dopo una certa età. Se un tempo le malattie prevenibili si manifestavano dopo la pensione, oggi, proprio perché si continua a lavorare più a lungo, vediamo che queste si presentano spesso mentre si è ancora al lavoro. Questa considerazione sta portando i datori di lavoro più previdenti a investire sempre di più nella promozione della salute e nella prevenzione primaria (rimuovere o ridurre i fattori di rischio) perché gli effetti di queste scelte incidono sulla salute e sulla produttività dei loro stessi lavoratori.

– l’invecchiamento porta con sé non solo modifiche negative ma anche una maggiore esperienza, capacità relazionale, spesso una maggiore capacità di trasmettere le conoscenze. Ma all’invecchiamento si associa una fisiologica maggiore difficoltà a far fronte ai cambiamenti e ad adattarsi alle costrittività improvvise. È necessaria un’organizzazione del lavoro che tenga conto proprio di questi aspetti così da poter porre i lavoratori senior nelle condizioni di esprimere il loro prezioso potenziale, e allo stesso tempo preservarli e accompagnarli nell’affrontare quei continui cambiamenti che l’evoluzione del lavoro impone sempre più velocemente.

– l’idea di una età pensionabile uguale per tutti non si accorda con la semplice osservazione che esiste un’età biologica diversa da persona e persona. Se è vero che certe professioni intellettuali danno il meglio di sé al crescere dell’esperienza, è anche evidente a tutti che l’usura che il lavoro impone negli anni porta a differenze marcate tra persone della stessa età. Occorre recuperare il vecchio concetto di “lavoro usurante” prima basato su schemi superati quali i “settori occupazionali”. Oggi la biologia molecolare e l’epigenetica ci permettono di determinare con grande capacità l’età biologica (quella che si vede nelle cellule, misurata ad esempio dalla lunghezza dei telomeri o dalla metilazione – metilation age) di ciascun individuo. Basandosi sul confronto tra l’età biologica e l’età anagrafica del lavoratore si stanno sviluppando studi sull’invecchiamento (ageing) e sulle condizioni ambientali e lavorative che lo accelerano o lo ritardano. Mostrare per esempio che ogni anno esposto a certe condizioni (come può essere il lavoro con turni notturni) accelera l’invecchiamento medio delle persone di un certo numero di mesi può portare a una migliore definizione del lavoro usurante, a una migliore scelta delle strategie per contrastare l’invecchiamento e, perché no, a una definizione dell’età pensionabile non uguale per tutti, ma che sia basata sull’evidenze scientifiche.

Concludo sottolineando che il Covid-19 ha sicuramente esacerbato queste tendenze e problematiche che ho descritto e che non derivano dalla pandemia, bensì da tendenze socioeconomiche di lunga durata. La percezione della loro “fragilità” che i lavoratori anziani hanno avuto durante la pandemia, la crisi economica conseguente e le enormi modifiche del modo di lavorare che il Covid ha definitivamente introdotto (si pensi allo smart working o all’uso di dispositivi di protezione individuale) rendono assolutamente urgente misurarsi e affrontare in modo organico i problemi sopra descritti. Come anche cogliere le opportunità in essi nascoste.

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