RILANCIO TURISMO/ Il patto pubblico-privato che manca nel Recovery

- Alberto Reggidori

Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza ci sono degli aspetti positivi riguardanti il turismo, ma anche e soprattutto delle mancanze per un vero rilancio del settore

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Vernazza, nelle Cinque Terre (LaPresse)

Ci sono degli aspetti, nella parte dedicata al turismo, del Pnrr che offrono alcuni motivi di ottimismo per il nostro futuro, come per esempio la volontà di investire nell’accessibilità e nella tutela del territorio mettendo in sicurezza le aree del Paese più a rischio non solo dal punto di vista sismico; diciamo che, quanto meno, i principi sono più che lodevoli, ma restano i dubbi sul come si intende arrivare a questi obiettivi leggendo le pagine del piano.

A parte questi esempi più “virtuosi” ci sono le solite “idee” disarmanti che rappresentano l’ennesima occasione sprecata per ridare slancio a un settore, quello turistico, che si fa fatica a ricordare essere di fatto l’unico totalmente orizzontale e cioè che riguarda ogni altro settore industriale, dalle infrastrutture all’information & technology, dall’agro-alimentare alla moda, dal sanitario agli eventi commerciali di carattere nazionale e internazionale, dall’arte alla finanza, dall’immobiliare ai trasporti, solo per citarne alcuni.

Il Pnrr mischia pere e mele e offre ancora una visione che dura da almeno 20 anni e che, nonostante i risultati imbarazzanti, continua a essere portata stoicamente avanti facendo leva sull’orgoglio nazionale che vuole tutelare il patrimonio culturale, ma che da anni non basta più a fare da traino al settore del turismo.

Non si contesta il fatto di voler valorizzare il patrimonio culturale italiano in sé, ma il fatto che ci si ostini a vederlo come la leva della rinascita e della crescita! Se così fosse oggi non saremmo così indietro rispetto a Spagna e Francia come numero di visitatori. 

Parliamo di musei e patrimonio culturale: nel 2018, l’Italia vantava 4.908 tra musei, aree archeologiche, monumenti ed ecomusei aperti al pubblico contro i poco più di 1.500 in Spagna, i visitatori di questi siti erano oltre 128 milioni contro i circa 20 milioni della Spagna.

È evidente che questo “limone” è stato spremuto ormai quasi al massimo se consideriamo, tra le altre cose, che la Spagna registra il 40% di arrivi in più rispetto all’Italia nonostante il segmento “culturale” sia decisamente poco incisivo a confronto con il nostro.

Le motivazioni che oggi spostano le persone sono molto più legate al divertimento e al piacere “leggero” che al patrimonio culturale e su quello si dovrebbe far leva; il Pnrr dovrebbe essere l’occasione per incentivare per esempio i grandi eventi siano essi sportivi, musicali e commerciali, dovrebbe stimolare il privato a sviluppare e creare molteplici occasioni utili a produrre un’offerta competitiva nel panorama europeo.

La ICCA (International Congress and Convention Association) indica che fino al 2019 l’Italia è solo quinta nell’organizzazione di congressi internazionali dietro a Usa, Germania, Spagna e Francia, nelle prime 10 città del pianeta non ce n’è una italiana e al 3° e 4° posto ci sono invece Madrid e Barcellona.

Nel 2018 in Spagna sono stati organizzati più di 1.000 festival musicali con un impatto economico superiore ai 5 miliardi di euro, nel 2019 ci sono stati più di 90.000 concerti dal vivo mentre in Italia abbiamo una media annua di festival musicali organizzati appena sopra i 200. Nell’organizzazione di fiere commerciali internazionali l’Italia, a livello europeo, è dietro a Turchia, Francia e Spagna. Praticamente non tocchiamo mai palla!

Il Pnrr rilancia anche il tema (nelle intenzioni) della trasformazione digitale, così come viene fatta da anni. Risultato a oggi nonostante annunci e quantità enormi di denaro bruciati? Solo il 20,8% dei musei ha completato il processo di digitalizzazione e solo quattro musei su dieci hanno un sito web dedicato (43,7%). La copertura di banda ultra larga (superiore a 30 mega) è ferma al 44% contro una media Ue del 71%. Quella a 100 mega è inchiodata al 10,2% contro l’85% richiesto dall’Europa entro il 2020. Gli italiani che hanno abbonamenti sopra i 30 mega sono il 5,4% (il 30% nell’Ue).

Viene affrontata anche la questione della qualità del sistema ricettivo. In Italia, fino al 2019, avevamo, tra strutture alberghiere ed extra alberghiere 218.327 unità, +400% rispetto alla Spagna (52.894) e +700% rispetto alla Francia (29.683) Più specificatamente, considerando solo le strutture extra alberghiere, cioè case vacanza, B&B, affitta camere, ecc. (183.316): +600% rispetto alla Spagna (31.920) e +6000% rispetto alla Francia (3.679)

Abbiamo il numero medio di camere per hotel più basso, un tessuto delle imprese alberghiere rappresentato al 96% da aziende famigliari, il livello di istruzione degli addetti più basso della media europea, la presenza di brand internazionali più bassa (1/3 della Francia e 1/5 della Spagna) e la media di età degli immobili alberghieri più alta. È chiaro che il problema è qualitativo non quantitativo.

Pienamente condivisibile il principio di mettere a disposizione risorse per rinnovarsi, ma deve essere legato a un’uniformità di standard che oggi differisce da regione a regione, deve essere legato a un sistema che abbia un incremento sostanziale del livello di preparazione, a un sistema che oggi non ha praticamente barriere all’ingresso e si vede dal proliferare di strutture micro e piccole che aprono nonostante, nella maggior parte dei casi, non siano economicamente sostenibili se non con l’uso di sistemi che drogano un mercato senza vere regole.

Altro tema molto ricorrente negli ultimi anni è quello che riguarda il recupero dei “borghi”. Ci sono circa 5.308 siti a rischio abbandono e di questi circa 2.300 in stato avanzato di abbandono. Per quale ragione un investitore dovrebbe investire nel recupero di un borgo? Per quale ragione un giovane non dovrebbe volere spostarsi dove la vita è più comoda? Come si può realisticamente pensare che con qualche centinaio di milioni di euro si possa invertire questa situazione?

Il rischio evidentissimo di quanto si vede sull’attuale versione del Pnrr è che ancora una volta ci sia una dispersione di risorse date qui e là per sfamare un sistema nel breve periodo, un settore che ha problemi di base molto seri che, nonostante quello che si dice per autocelebrarsi, non consentono di considerare eccellente il livello medio dell’ospitalità italiana.

Questo Pnrr deve essere la via per rendere possibile il patto tra pubblico e privato dove il pubblico, che oggi ha poche risorse economiche, deve fornire i molti strumenti dei quali dispone al privato che deve usarli in modo virtuoso investendo le risorse che ha a disposizione; lo Stato ha il dovere di incentivare davvero gli investimenti, di rendere conveniente far fare scelte diverse ai giovani e ai grandi investitori che oggi continuano a cercare opportunità unicamente dove i rischi sono inferiori e quindi in 4 o 5 città e basta.

Sono molti gli strumenti che in questa situazione di emergenza possono dare la necessaria spinta, il già proposto dal ministro Garavaglia super bonus per i rinnovi degli alberghi, che andrebbe comunque legato a certe condizioni, una maxi deducibilità per sponsorizzare grandi eventi, abbassamento di alcuni costi come la Siae, incentivi per investitori che spostano il loro interesse verso zone depresse e che investono in infrastrutture su piani pluriennali. Vanno semplificate le procedure e aumentati gli eventuali controlli per chi prova ad approfittare della situazione, ma di sicuro non si può restare ingessati in processi infiniti che scoraggiano chiunque e stimolano i grandi player internazionali a investire altrove dove trovano migliori occasioni.

La politica ha la responsabilità di decidere e il privato ha la responsabilità di fare e il Pnrr dovrà essere necessariamente migliorato cercando di guardare le cose in modo obiettivo, di ribaltare le dinamiche usate e promosse fino a oggi che non hanno portato grandi risultati.

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