RINCARI MATERIE PRIME/ “Noi imprese siamo allo stremo, dal governo nessun aiuto”

- int. Angelo Carlini

La raffica di aumenti delle materie prime ha messo in ginocchio le imprese del settore impiantistico. E gli aiuti del governo sono finora inadeguati alla sfida

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LaPresse

“Uno tsunami economico che si è riversato sulle aziende senza che ne avessero alcuna responsabilità”, “un problema enorme di cui il governo non ha piena contezza”: così si esprime Angelo Carlini, presidente di Assistal, l’associazione aderente a Confindustria, che rappresenta circa 1.500 aziende specializzate nella progettazione, fornitura, installazione, gestione e manutenzione di impianti tecnologici, fornitura di Servizi di efficienza energetica (ESCo) e facility management. Assieme a Nicolò Rebecchini, presidente di Ance Roma-Acer, ha pubblicato su due importanti quotidiani una lettera al governo che non esita a definire “un accoratissimo messaggio”. “Agli slogan del Governo” per la ripresa – osservano i due firmatari – non “hanno fatto sempre seguito provvedimenti idonei” a perseguire gli obiettivi. Le imprese sono invece di fronte a una “nuova emergenza”, legata a “caro materiale e caro energia” per i quali, da quasi un anno e mezzo, si stanno registrando rincari non più sostenibili. E chiedono “risposte tempestive e concrete”, perché “la grandissima parte delle nostre aziende – ricorda Carlini – in questi mesi di emergenza non ha mai smesso di lavorare e tanto meno ha fatto ricorso alla cassa integrazione. Con questo voglio dire che il nostro settore non ha mai pesato sulla già gravosissima situazione dei nostri conti pubblici”.

Nella lettera si parla però di “condizioni congiunturali difficili in cui si trovano” a operare le aziende, che “vivono da molti mesi nell’angoscia e nell’incertezza”. Che cosa pesa in modo insopportabile sulle spalle delle imprese?

Speravamo che la tempesta fosse passata. Invece ci siamo accorti che, già da metà 2020 e fino a oggi, si è verificato un aumento esponenziale dei prezzi delle materie prime che noi utilizziamo per i nostri lavori e per le nostre manutenzioni. Nonostante le buone intenzioni del governo con il superbonus 110% e con la ripartenza di parecchie opere pubbliche, tutte le materie prime, dall’acciaio al legno, dal rame per i cavi elettrici al cemento e ai polimeri, hanno macinato rincari su rincari, e a cascata sono aumentati anche i carburanti, poi i fattori produttivi, a causa degli incrementi dell’energia elettrica e del gas.

Ma non c’è stato il provvedimento contro il caro bollette varato dal Governo?

Sì, ma riguarda solo i consumi fino a 15 kW, quindi tutta la componente industriale e installazione è esclusa perché usa utenze ben maggiori. Tutti i rincari cui stiamo assistendo hanno scatenato aumenti di costi che hanno sfiorato il 60-70% e in alcuni casi anche l’80%. Per mesi e mesi avevo più volte chiesto a gran voce, con appelli sempre più allarmati e allarmanti, che si ponesse mano al problema, invece è stato partorito un decreto inadeguato.

Perché inadeguato?

All’inizio, quando l’ho letto, sono rimasto tra lo sbigottito e l’arrabbiato. In merito al panorama dei lavori pubblici e al nostro settore di riferimento, ho riscontrato solo 4-5 voci di materiali all’interno delle 56 inserite nel paniere dalla Commissione Consultiva Centrale del ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili. Voci oltre tutto eterogenee e scarne: punto luce, interruttore magnetotermico, addirittura ventilconvettore, che non si usa più da non so quanto tempo. Non ho trovato nulla su tutto quello che riguarda le tecnologie che ormai caratterizzano le nostre attività. Ma lo sbigottimento non è finito qui.

Cos’altro ha scoperto?

Che gli aumenti rilevati di questi materiali erano ridicoli e pure espressi male. Per esempio, il ramo per i cavi elettrici non si può esprimere in chili, ma in metri, perché così deve essere e non esistono tabelle di conversione. E poi un cavo è composto solo per il 70% dal rame, il resto è fatto da altri materiali. E qui gli aumenti sono andati ben oltre il 33,85% rilevato in quel documento del ministero.

Come se la spiega questa “svista”?

Il meccanismo di individuazione di questi aumenti è stato farraginoso e decisamente impreciso, non è stato rilevato il vero incremento, che arriva dai produttori e dai distributori, non dai prezziari del Provveditorato. Questo non è un momento normale, ordinario, è un momento eccezionale, straordinario, in cui le imprese sono state investite da un terremoto, da un’inondazione di rincari, che noi operatori del settore opere pubbliche non possiamo, purtroppo per noi, ribaltare su nessuno.

Può citare qualche esempio di aumento eclatante?

Acciaio, acciaio zincato, acciaio inox, acciaio inossidabile hanno subìto aumenti lineari intorno al 40-45%, il legno intorno al 35-40%, i polimeri, molto usati per i cappotti termici, del 60-70%, l’alluminio del 50%. Tutti aumenti documentati e documentabili.

A proposito, tutto questo bailamme di aumenti come si è riversato sul superbonus 110%?

Il 110% non è ancora veramente partito come ci si aspettava, perché con quei livelli di prezzo non si riesce più a comprare i materiali rispetto ai listini fissati all’inizio del progetto. Non è l’impresa che vuole lucrare, qui si tratta di cercare di limitare le perdite.

Tutto questo come impatta sulla vostra attività?

Moltissime imprese all’inizio di quest’anno erano in utile, a ottobre sono in perdita. Le stesse imprese non hanno fatto investimenti eccezionali, non hanno affrontato spese straordinarie, il costo della manodopera, che è molto oneroso a causa del cuneo fiscale, è rimasto lo stesso. Si tratta di migliaia di aziende, con centinaia di migliaia di lavoratori che rischiano il posto. L’indebitamento medio sta aumentando trasversalmente per tutti.

Che cosa si rischia? Blocco dei cantieri, apertura di contenziosi, rescissione di contratti in essere per eccessiva onerosità, come paventate nella lettera-appello?

Assolutamente sì, questo è lo scenario che si staglia all’orizzonte. E a brevissimo tempo. Alcuni contratti sono già stati rescissi, anche grandi aziende hanno rimesso nelle mani della stazione appaltante i contratti perché non più sostenibili economicamente. E non è una situazione montata.

Chi rischia di più?

Il nostro sistema produttivo è fatto per il 94% da piccole e piccolissime imprese con in media 10-15 dipendenti. Capisce cosa significa per una piccola impresa veder aumentare i materiali del 40-50%, se non del 60%? Come può supportare questi rincari, tenuto conto che i materiali pesano per il 70-80% dell’opera, potendo contare su un risicatissimo utile prima delle tasse che non supera le due cifre?

Oltre al prezziario, ci sono altre inadempienze che imputate al governo?

Innanzitutto i 100 milioni di euro stanziati per i primi sei mesi del 2021 per il caro materiali. Diciamo che sono forse tutt’al più pari al fabbisogno del 5-6% delle aziende che lavorano nei contratti dei lavori pubblici. Ci sono commesse che valgono centinaia di milioni e dove l’incidenza del prezzo dei materiali risulta elevatissima. Quei 100 milioni possono compensare solo in parte gli aumenti sopportati da qualche decina di imprese di costruzioni di impianti. E tutte le altre? E per i sei mesi successivi di quest’anno? E per il primo semestre del 2022? Che succederà? Il governo deve stanziare molte più risorse.

Potrebbero arrivare dal Pnrr?

Se non riescono a sopravvivere a questo cataclisma, quali aziende potranno realizzare le infrastrutture del Pnrr, che – si badi bene – vanno completate entro il 2026?

C’è quindi una crisi economica latente che viene taciuta e che è in grado di sbaragliare in un istante il trionfalistico +6% di Pil sbandierato dal governo?

Non riesco a capire come si possa ancora parlare di una crescita del Pil addirittura superiore al 6%. Export e produzione industriale sono sicuramente in crescita, ma – ripeto – c’è da realizzare tutto il Pnrr, dobbiamo chiudere tutti i progetti, sia pubblici che privati. Ma come potremo riuscirci davanti alle inadeguatezze di scelte economiche del governo che non hanno portato a nulla? Basti pensare all’immane difficoltà nel reperire manodopera dopo l’introduzione e la conferma del Reddito di cittadinanza, che io chiamo Reddito di appiattimento. Chi è in difficoltà va aiutato, non c’è dubbio, ma non è giusto elargire elemosine di Stato, sprecare così tanti miliardi su una misura che non ha creato occupazione.

Possibili soluzioni per uscire da questa morsa, da questo tsunami?

Lo Stato ha fatto ripartire tutte le richieste di pagamento, in tempi anche accelerati, che erano state giustamente sospese con l’emergenza Covid, ma nulla ha fatto per ammortizzare questo maglio dei rincari che ci è piombato addosso. Si possono stanziare più soldi per attuare una vera compensazione per le imprese che hanno speso di più nell’acquisto delle materie prime.

Ci sono queste risorse?

Se mancano, si può ricorrere al credito di imposta, che consente di spalmare su più tempo i pagamenti di tasse e imposte. Sono 35 anni che faccio questo mestiere, e mi creda: aumenti così non li ho mai visti. Di solito un preventivo ha una validità di 15 giorni, siamo arrivati addirittura ad avere una validità di 2 ore. Tutti stiamo aspettando che il governo dimostri capacità di risoluzione e assistenza a problemi veri, enormi, di cui non si è ancora compresa appieno la portata.

Quanto potranno resistere le imprese?

I primi sei mesi del 2022 saranno cruciali, sperando che i pezzi, che stanno continuando a crescere seppure di piccoli punti percentuali, rallentino. Ma non vediamo la luce in fondo a questo tunnel.

(Marco Biscella)

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